La dichiarazione shock del ministro israeliano Miki Zohar: “Gaza è nostra, i palestinesi sono ospiti”
Mentre il mondo guarda con preoccupazione anche alla crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, le parole del ministro della Cultura israeliano Miki Zohar hanno sollevato un’ondata di indignazione internazionale. Durante un’intervista all’emittente pubblica Kan, l’esponente del Likud – il partito del premier Netanyahu – ha affermato senza mezzi termini: “Gaza è anche nostra. Li lasciamo lì come ospiti fino a un certo punto, ma Gaza è nostra”. E ha aggiunto: “La Giudea e la Samaria sono nostre”, utilizzando il termine biblico per la Cisgiordania, territorio che Israele occupa dal 1967.
Come si è giunti a tali affermazioni? Zohar stava spiegando perché intende negare fondi statali all’industria cinematografica israeliana, dopo che il premio Ophir – l’Oscar nazionale – è stato assegnato a “The Sea”, un film che racconta la storia di un ragazzo palestinese a cui viene negato il permesso di visitare una spiaggia israeliana. Pur ammettendo di non aver visto il film, il ministro sostiene che presenti Israele come “occupante” e le Forze di difesa israeliane in modo negativo.
Parole che pesano come macigni
Non è la prima volta che Zohar esprime posizioni simili, ma il momento tristemente storico amplifica il peso delle sue parole. Frasi pronunciate proprio mentre a Gaza la popolazione civile continua ad affrontare una crisi senza precedenti, queste affermazioni sono state definite da osservatori internazionali come “razziste” e potrebbero risultare rilevanti nel procedimento in corso alla Corte Internazionale di Giustizia, che esamina le accuse di violazione della Convenzione sul genocidio nella Striscia.
Il blocco degli aiuti umanitari
A rendere la situazione ancora più grave è la decisione del governo israeliano di non rinnovare le licenze a 37 organizzazioni umanitarie internazionali che operano a Gaza e in Cisgiordania, tra cui Medici Senza Frontiere, Oxfam, Caritas Internationalis e Fondazione AVSI. Dal primo gennaio 2026 queste ONG hanno due mesi per cessare le operazioni, a meno che non forniscano informazioni personali sui propri dipendenti per “motivi di sicurezza”.
La decisione ha scatenato proteste immediate. L’Unione Europea, attraverso la commissaria Hadja Lahbib, ha ammonito: “I piani di bloccare le ONG internazionali a Gaza significano bloccare gli aiuti che salvano vite”. Anche l’Onu ha chiesto ad Israele di rivedere urgentemente la decisione, mentre ActionAid Palestine ha denunciato che “questa decisione costerà vite umane”.
La crisi umanitaria continua
Sul terreno, la situazione è drammatica. Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025 – che di fatto si è rivelato molto instabile – sono morte oltre 400 persone. Migliaia di palestinesi vivono ancora sfollati in tende, al freddo, mentre le operazioni di ricostruzione non sono iniziate. L’accesso agli aiuti umanitari rimane fortemente limitato, con cibo, medicine e beni essenziali che continuano a essere ritardati o addirittura negati.
Le voci critiche
Anche all’interno di Israele crescono le voci critiche. Uzi Baram, ex ministro israeliano, ha lanciato un appello affinché si uniscano le forze per “cambiare la realtà semi-fascista dell’attuale regime israeliano”. L’ex premier Ehud Olmert ha ammesso che “quello che Israele sta facendo ora è molto vicino a un crimine di guerra”.
Nel frattempo, Netanyahu ha incontrato Trump a Mar-a-Lago per discutere della situazione, mentre continua il dibattito sulla seconda fase del piano di pace per Gaza, che rimane in sospeso tra calcoli politici e incognite di sicurezza.
Tra diritto e in assenza di umanità
Dietro le cifre e le dichiarazioni politiche ci sono milioni di persone – israeliani e palestinesi – che aspirano semplicemente a vivere in sicurezza e dignità. Le parole del ministro Miki Zohar, che definisce un’intera popolazione “ospiti” nella propria terra, e le decisioni che limitano gli aiuti umanitari, sollevano interrogativi fondamentali sul rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. Mentre la comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione, resta aperta la domanda: quale futuro è possibile costruire su queste fondamenta di odio?
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