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Economia

Sui (bassi) salari italiani incombe la pressione fiscale top in Europa

L'urlo di Panetta: "Un laureato tedesco guadagna l'80% in più di un italiano". Ecco perché

di Giovanni Vasso -


Salari poveri, ancora più poveri per la pressione fiscale. Se è vero che un laureato tedesco guadagna l’80 per cento in più di un pari grado italiano, abbiamo un problema serissimo. E fa bene, dunque, il governatore di Bankitalia Fabio Panetta a metterlo sul tavolo. È un guaio che spiega, meglio di cento grafici e mille articolesse, perché, appena possibile, chi può fugge via. L’Italia è un Paese che forma e vede scappare i suoi talenti. Perché lavorare, in Italia, paga poco. Troppo poco. Ed è una questione di sistema. Sia economico che burocratico. Perché è vero, fin troppo, che la competitività italiana s’è giocata sui salari. Con (troppe) imprese che hanno resistito sui mercati esteri risparmiando sulle retribuzioni. E perché lo è altrettanto il fatto che gli stipendi costano troppo dal momento che lo Stato assorbe, alla fonte, fino al 45% degli emolumenti riconosciuti in busta paga.

I salari impoveriti dalla pressione fiscale

È, questo, il tragico effetto del cuneo fiscale. E, alla lunga, impatta pure sul rapporto tra il cittadino e le istituzioni. Se lo Stato impone una pressione fiscale “scandinava” senza offrire servizi che siano paragonabili a quelli nordici, va da sé che un rapporto si rompa. Per dare il senso, la dimensione, della questione basta citare i numeri pubblicati, a luglio scorso, in un report della Cgia di Mestre. Secondo cui una famiglia media con un solo figlio, paga, ogni anno, di tasse qualcosa come circa 20mila euro. Per dirla con maggiore precisione, secondo lo studio della Confederazione, ogni anno se ne vanno in tasse “dirette” (ossia prelevate alla fonte, tra contributi e Irpef) ben 12.504 euro.

Tutti i numeri del salasso

Una somma che, di per sé, è già più che ragguardevole. Il dramma, però, sta in quelle che vengono definite “tasse nascoste”. Ovvero in quelle imposte, gabelle, balzelli che si pagano praticamente tutti i giorni senza più neanche accorgersene. C’è l’Iva, per esempio. Ogni anno se ne vanno poco più di 5mila euro. E poi ci sono le “solite” accise. E quindi le imposte sull’Rc auto e il canone Rai. Il conto è salato: 7.087 euro l’anno. Importo che, sommato a quello delle tasse “dirette”, si aggira, appunto, sui 20mila euro. Una pressione del genere è da record. A luglio si aggirava attorno al 42,6 per cento. In Europa, siamo nel poco ambito club dei Paesi i cui cittadini sganciano più di tutti. Prima di noi, nel 2024, solo la Danimarca (45,4%), poi la Francia (45,2%) e il Belgio (45,1). Poi Austria (44,8%) e il ricchissimo Lussemburgo (43%).

I dati Inps

In capo a qualche mese, però, qualcosa forse è migliorato se, come ha riportato l’Istat nei giorni scorsi, la pressione fiscale è scesa al 40% nel terzo trimestre dell’anno passato. Effetto, questo, delle politiche attuate dal governo e finalizzate ad alleggerire il cuneo fiscale. Misure che stanno iniziando, pian piano, a sortire effetti. Come, proprio ieri, ha rilevato pure uno studio Inps-Civ. Secondo cui “il governo ha adottato politiche fiscali e contributive a favore dei redditi medi e medio-bassi, riducendo la pressione fiscale e contributiva e incentivando con varie misure l’aumento della disponibilità reale dei lavoratori, come la detassazione del lavoro festivo, notturno, straordinario, degli aumenti contrattuali e dei buoni pasto”. Un buon inizio, ma si può fare di più. Anche perché la situazione di partenza è quella che conosciamo fin troppo bene. In Italia gli stipendi sono stati, e restano, tra i più bassi d’Europa.

Panetta e il nodo della produttività

E, in più, c’è da fare i conti con l’inflazione che divora potere d’acquisto. Gli aumenti contrattuali, stando allo stesso studio Inps-Civ, non reggono il passo con l’aumento generale e generalizzato del costo della vita. Il tema è che non si cresce abbastanza. E il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta lo ha detto forte e chiaro: “Dal 2000, i salari orari in Italia sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21 per cento in Germania e del 14 in Francia”. In compenso, però, le tasse sono aumentate. Eccome. Ma, prima ancora di prelievo fiscale, la questione è dunque di produttività. Di un sistema Paese che deve trovare la forza di fare di più. E di uscire, magari, dalla confort zone. Il mondo torna alle (immense) città-industria e noi, in Europa e non solo in Italia, restiamo abbarbicati alla logica del capannone e al mito del piccolo ma bello.  Panetta ha quindi sottolineato che, sull’attuale situazione “ha inciso in modo rilevante lo shock inflazionistico conseguente alla crisi energetica: oggi in Italia i prezzi al consumo sono più alti del 20 per cento rispetto al 2019. Le retribuzioni nominali di fatto sono cresciute del 12, con una riduzione in termini reali di 8 punti percentuali. Negli altri principali paesi europei la perdita iniziale è stata invece riassorbita”. I salari sono bassi e il motivo non è uno solo: dalla bassa produttività fino all’inflazione, in mezzo però c’è la pressione fiscale.


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