“Le regole del gioco non le scrive chi gioca”: quando il giudice Sabella giudica se stesso
C’è una frase, pronunciata da Alfonso Sabella, giudice penale del tribunale di Roma, che meriterebbe di essere scolpita e appesa all’ingresso di ogni Tribunale come monito, non come vanto: “le borseggiatrici fanno una vitaccia, sono sfruttate e io in carcere non le mando”. Non è la sintesi di una sentenza, è la sintesi di un metodo. E il metodo, prima ancora del merito, è quello che va discusso.
La Costituzione
Partiamo dalla Costituzione, non dalle opinioni. L’articolo 101, comma 2, non lascia spazio a interpretazioni creative: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Non al proprio sentire, non alla propria idea di giustizia sociale, non alla compassione per l’imputato di turno: alla legge. L’articolo 25 impone che nessuno possa essere punito se non in forza di una legge già vigente, principio di legalità che è anche, specularmente, principio di non discrezionalità nell’applicazione della pena.
L’articolo 3 sancisce che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge: se un magistrato dichiara pubblicamente che una certa categoria di persone “non la manderà mai in carcere”, sta di fatto annunciando un trattamento di favore extra-legem, una sospensione selettiva della norma penale decisa a sua discrezione. È esattamente il contrario di ciò che l’articolo 3 pretende.
E poi c’è l’articolo 104: la magistratura è “un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Indipendente, non sovraordinato. L’indipendenza è una garanzia di terzietà nel giudicare secondo la legge, non una licenza a sostituirsi al legislatore quando la legge non piace.
Il problema “antico”
Qui sta il cuore del problema, ed è un problema che viene da lontano, da quella stagione, dopo Mani Pulite, in cui l’interpretazione giudiziaria ha progressivamente allargato i propri confini, fino a sconfinare nel campo che la Costituzione riserva ad altri poteri. Sabella, va detto per onestà, non è un magistrato qualunque: è stato il pubblico ministero che negli anni Novanta a Palermo diede la caccia a latitanti come Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella, poi assessore alla Legalità a Roma. Proprio l’autorevolezza di questo percorso rende ancora più significativo — e ancora più grave — che sia proprio lui a rivendicare pubblicamente il potere di scegliere quale legge applicare e a chi.
Il giudice interpreta, certo: è fisiologico, è persino necessario. Ma un conto è interpretare la norma per applicarla al caso concreto, un altro è dichiarare pubblicamente l’intenzione di disapplicarla per una categoria di soggetti perché la si ritiene “vittime” più che “colpevoli”. La prima è giurisdizione. La seconda è supplenza legislativa mascherata da sentenza.
La democrazia ferita
Il nostro ordinamento non conosce una separazione dei poteri rigida come quella statunitense, ma conosce benissimo una distinzione funzionale netta tra chi fa le leggi, chi le applica e chi governa. Quando questa distinzione si sfalda, quando il potere giudiziario comincia a condizionare non solo i singoli processi ma l’agenda politica stessa — orientando, di fatto, le scelte che gli elettori hanno affidato al Parlamento — la democrazia rappresentativa ne esce ferita due volte: una volta nell’urna, una volta nelle aule.
Il vero quesito
La domanda allora è ineludibile e non più rinviabile: fino a che punto può spingersi l’interpretazione di un giudice prima di diventare produzione normativa non richiesta? Chi controlla questo confine? Il Consiglio Superiore della Magistratura ha il dovere istituzionale di porre limiti, non di limitarsi a difendere la categoria. E se il confine resta indefinito, allora tanto vale essere onesti fino in fondo: o si ripristinano forme di garanzia parlamentare più solide, oppure si accetti che la democrazia italiana, oggi, viene dopo il sospetto giudiziario — e prima ancora del verdetto.
Le leggi le fa il Parlamento. Applicarle, non riscriverle a piacimento — nemmeno per un giudice del calibro di Sabella — è il solo mestiere che la Costituzione affida ai giudici.
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