La scienza del Cnr protegge l’Artico fragile
Nella Capitale la prima Conferenza Nazionale Polare "Poli di conoscenza: dalle terre estreme alle sfide globali"
Oltre le rotte e le potenze: la ricerca del Cnr come presidio strategico nell’Artico. Mentre i colossi mondiali si contendono commerci e rotte polari, la scienza italiana dimostra che la vera sovranità risiede nella conoscenza, nella sostenibilità e nella cooperazione internazionale.
La prima Conferenza Nazionale Polare
L’Oceano Artico si sta riscaldando a un ritmo tre o quattro volte superiore alla media planetaria, trasformando l’estremo Nord in una delle scacchiere geopolitiche più calde e contese del XXI secolo.
La scomparsa dei ghiacci marini non rappresenta soltanto un drammatico campanello d’allarme ecologico: per le grandi potenze costituisce l’apertura di scorciatoie commerciali inedite – prima fra tutte la Rotta Marittima Settentrionale lungo la costa russa – e un agevole accesso a ingenti risorse energetiche, minerarie e terre rare.
Tra spinte alla militarizzazione, il riassetto strategico della Nato e il moltiplicarsi di manovre per il controllo di cavi sottomarini e snodi marittimi, la regione rischia di venire ridotta a un teatro di pura occupazione strategica e spartizione economica.
In questo scenario ad alta tensione emerge la centralità nevralgica della ricerca scientifica e l’eccellenza del contributo italiano guidato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche.
La prima Conferenza Nazionale Polare “Poli di conoscenza: dalle terre estreme alle sfide globali” – promossa e coordinata a Roma dal Cnr insieme ad Enea, Ingv e Ogs – riafferma con i lavori in corso nella Capitale una visione strategica radicalmente diversa.
La strategica attività di ricerca
Nelle regioni polarizzate la scienza non è un’attività secondaria, ma l’unico presidio in grado di garantire una governance pacifica, bilanciando le pressioni geopolitiche con la tutela dell’ambiente e la sicurezza collettiva.
Simbolo di questo presidio è la stazione scientifica “Dirigibile Italia” a Ny-Ålesund, nelle Isole Svalbard, gestita dal Cnr attraverso l’Istituto di Scienze Polari. In una terra remota dove persino le correnti d’aria trasportano inquinanti generati ad altre latitudini, i ricercatori studiano la criosfera, l’atmosfera e i bilanci del carbonio per decifrare mutamenti che hanno ricadute dirette sull’intero pianeta, compreso il bacino del Mediterraneo.
E iniziative di caratura globale come “Ice Memory” testimoniano come la scienza polare sappia conservare la memoria del clima a beneficio delle future generazioni. Ma l’azione del Cnr va oltre il laboratorio, configurandosi come una vera e propria diplomazia scientifica.
In una fase storica in cui la diplomazia tradizionale risente delle crisi internazionali – con la sospensione dei lavori politici del Consiglio Artico dopo l’invasione russa dell’Ucraina – la collaborazione scientifica multilaterale rimane uno dei pochi canali di dialogo operativi.
L’approccio italiano
Forte della sinergia tra ricerca, ministeri (Esteri, Difesa, Mur) e mezzi d’avanguardia come la nave rompighiaccio Laura Bassi o la futura nave idro-oceanografica Quirinale, si contrappone alle logiche predatorie. E promuove la trasparenza dei dati attraverso l’Italian Arctic Data Centre e l’inclusione delle popolazioni indigene.
I lavori della Conferenza sfoceranno in un white paper destinato a guidare le politiche nazionali verso il quinto Anno Polare Internazionale (2032-2033). In un Artico conteso tra corse al traffico mercantile e manovre di potenza, il lavoro del Cnr dimostra che la presenza più incisiva non si misura nel tracciare confini o schierare flotte, ma nella capacità di custodire il pianeta mediante la conoscenza condivisa.
Le potenze mondiali vedono nel Polo Nord soltanto nuove rotte mercantili da sfruttare e territori da occupare, l’Italia risponde con la forza della scienza. La vera sfida è comprendere, non dominare.
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