Uva da tavola, l’assedio di Spagna, Grecia e Maghreb
Il comparto ortofrutticolo italiano affronta una fase di profonda turbolenza competitiva. Nel mirino dei mercati internazionali non ci sono soltanto i tradizionali giganti dell’emisfero australe, ma l’avanzata strutturata e aggressiva dei competitor vicini, con Spagna e Grecia in prima linea e una presenza sempre più prolungata dei Paesi del Maghreb.
Uva da tavola nel mirino di competitor stranieri
L’uva da tavola tricolore — trainata storicamente dalle produzioni di Puglia e Sicilia — vede erodere i propri margini commerciali a causa di una pressione concorrenziale che sfrutta calendari commerciali anticipati e costi di produzione inferiori.
I numeri del comparto e la pressione dei rivali
L’Italia si conferma un player di primo piano nell’export europeo, ma deve fare i conti con dinamiche globali mutate. Per Marcello Guidi di Apofruit il mercato registra volumi crescenti in arrivo da Spagna e Grecia, mentre il Maghreb riesce a presidiare i canali distributivi della gdo con finestre di commercializzazione sempre più estese.
Paesi nordafricani e competitor mediterranei riescono a collocare il prodotto a prezzi spesso più bassi, avvantaggiandosi di minori oneri fiscali e di una forte spinta sugli investimenti varietali nelle tipologie seedless (senza semi), particolarmente richieste dai mercati nordeuropei.
I colli di bottiglia strutturali
La perdita di competitività risente di vulnerabilità interne che penalizzano la filiera. Le spese energetiche per l’irrigazione a goccia, i rincari dei fertilizzanti e la gestione delle strutture protette gravano pesantemente sui bilanci aziendali.
E una polverizzazione di piccole e medie aziende agricole rende complesso fare massa critica e contrattare alla pari con le grandi catene distributive internazionali.
Le pressioni climatiche e idriche
La gestione della risorsa acqua, cruciale nei mesi estivi per mantenere calibro e qualità del frutto, impone costi infrastrutturali crescenti.
Le soluzioni richieste dal settore
Per difendere la leadership del Made in Italy, le associazioni di categoria e i manager della filiera indicano la necessità di accelerare la conversione varietale verso le uve senza semi ad alto valore qualitativo. E di potenziare le organizzazioni di produttori per aggregare l’offerta. Serve puntare con decisione su accordi commerciali di filiera che valorizzino la tracciabilità e la sostenibilità del prodotto italiano rispetto ai competitor del Mediterraneo.
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