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Cultura & Spettacolo

Intervista a Paola Severini Melograni

Bullismo, social e disabilità, la televisione accende i riflettori sui pregiudizi che ci avvelenano

di Andrea Iannuzzi -


È tornato su Rai 3 “O Anche No” con l’edizione invernale, un programma dedicato all’inclusione. Alla guida, per il settimo anno, Paola Severini Melograni, giornalista, scrittrice e conduttrice che da oltre cinquant’anni racconta il sociale, dando voce alle persone più fragili e alle loro famiglie.

Queste sono le settimane del ritorno sui banchi di scuola. Quanto è importante partire proprio dai banchi per insegnare rispetto e inclusione?

«È importantissimo. La scuola è la seconda agenzia educativa: la prima è la famiglia e, permettetemi di dirlo, la terza è la televisione pubblica».

Bullismo, solitudine, difficoltà a sentirsi accettati: quanto possono fare scuola e famiglia?

«Devono lavorare insieme. Non si tratta di colpevolizzare i genitori, ma di comprendere quanto possa essere pericoloso lasciare un ragazzo solo con le proprie difficoltà».

I social possono aiutare i ragazzi a sentirsi meno soli o rappresentano soprattutto un pericolo?

«I social possono avere dei vantaggi, ma rappresentano anche un grande pericolo. Vanno concessi con equilibrio e almeno dopo i quindici anni. Anche i telefonini devono essere sempre governati dagli adulti, naturalmente tenendo conto di necessità particolari, come quelle di alcuni ragazzi con disabilità».

Quali sono le novità dell’edizione invernale di “O Anche No” su Rai 3?

«Confermiamo i personaggi più amati e torna Riggi, il nostro campione paralimpico. Arriveranno inoltre nuovi attivisti con disabilità, attivi sui social. Vi sorprenderemo e li amerete».

Dopo tanti anni di racconto della disabilità, esistono ancora pregiudizi?

«Gli ostacoli e i pregiudizi esistono. Per lavorare in questo campo servono esperienza, competenza e conoscenza: non ci si può improvvisare».

Cosa manca in Italia per tutelare davvero i caregiver familiari?

«Manca un testo unico di legge per la loro tutela. Quello che esiste riguarda una percentuale minimale delle persone che avrebbero realmente bisogno di sostegno».

Perché è importante parlare anche di cure palliative?

«Sono essenziali per adulti e bambini. In Italia ci sono circa 30mila bambini destinati a una vita breve, a volte brevissima, e bisogna sostenere anche le loro famiglie. Siamo inoltre il Paese più anziano d’Europa e dobbiamo garantire alle persone la possibilità di arrivare alla fine con dignità, serenità e senza dolore fisico o psichico».

Cosa vorrebbe che i ragazzi imparassero a scuola oltre alle materie?

«A scuola non si va soltanto per imparare italiano, storia o geografia. A scuola si va per imparare a vivere con gli altri».

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