L’ITALIA S’E’ DESTRA

Adesso che anche l’ambizioso butel del Saval, quartiere popolare di Verona, s’è insediato a 42 anni al vertice della Camera dei Deputati. grazie alla ritrovata unità del centrodestra, dopo le lacerazioni del giovedì, l’Italia delle istituzioni può a ben diritto dire che s’è destra. Altroché. Dopo il postfascista Ignazio Larussa, è l’ora dell’ultraconservatore cattolico Lorenzo Fontana. Un uno-due istituzionale sull’asse Meloni-Salvini, con Berlusconi costretto a fare buon viso a cattivo gioco in un venerdì per lui di Quaresima, come mai era accaduto nella storia repubblicana. Neanche ai tempi dell’imperante Dc, quand’era maggioranza ma era attenta alle componenti liberali e socialdemocratiche, succedeva che ai conservatori più intransigenti andassero i due rami del Parlamento. Questo è avvenuto nell’autunno 2022, con i presidenti espressione della visione culturale più reazionaria d’Italia, per effetto di una legge elettorale che ha premiato il destra-centro. Legittimamente. E il segretario Pd, Enrico Letta, dovrebbe riflettere una volta di più sugli errori di strategia politica, prima di twittare “peggio di così nemmeno con l’immaginazione più sfrenata. L’Italia non merita questo sfregio», come ha fatto poco dopo che Montecitorio alle 12.02 di ieri – con l’applauso della maggioranza FdI, Lega ed FI -, eleggesse Lorenzo Fontana quale successore di Roberto Fico. In aula c’è stata la plateale protesta dei deputati Pd Alessandro Zan e Rachele Scarpa.
Fontana è un politico di professione. Lo ha ricordato nel discorso d’investitura, così come è un figlio del popolo. Dello stesso quartiere in cui è nato il coetaneo Massimiliano Fedriga, prima che i suoi si trasferissero a Trieste quand’era piccolo.

Lorenzo il cattolico è sorretto da fede e volontà di ferro, dietro l’immancabile sorriso e la cortesia con cui approccia l’interlocutore, che gli hanno fatto conseguire una solida preparazione con tre lauree (Scienze Politiche, Storia e Filosofia) e che a 28 anni l’ha visto presentarsi alle politiche. I suoi marchi di fabbrica il tifo ultras dell’Hellas, le posizioni anti-Lgtb, e di conseguenza le lotte contro le unioni civili e i rapporti omosessuali. La famiglia dev’essere tradizionale. Se nel 2008 non ce l’ha fatta a farsi eleggere a Roma, l’anno dopo ha traslocato a Bruxelles al parlamento europeo. Un predestinato. E nel 2014 è stato rieletto con 52 mila preferenze, dopo che il mentore Flavio Tosi aveva rinunciato per proseguire come sindaco. Nel frattempo aveva conosciuto la moglie partenopea Emilia Caputo, che gli ha dato una figlia, preparata dirigente dell’europarlamento, portata all’altare con il rito tridentino e canonico. Tanto per capire la simbiosi culturale e religiosa dei coniugi Fontana.

Del resto, i riferimenti politico-ideali del presidente sono stati netti fin da subito: Umberto Bossi e la Chiesa. Non a caso ieri ha ricordato il Senatur, senza il quale non avrebbe mai fatto carriera, e il Papa “riferimento spirituale degli italiani”. Nel mondo ecclesiastico ha sempre avuto importanti sponde. Il Segretario di Stato del Vaticano, il cardinale vicentino Pietro Parolin, lo apprezza per la coerenza cristiana. Anche perché il carattere ha sempre portato Fontana a schierarsi in maniera netta, dopo però avere capito nella Lega dove l’aria tirava. Come nel 2015 quando mollò l’amico-epurato Tosi per schierarsi sulle posizioni del segretario Matteo Salvini, col quale ha quasi subito stretto amicizia ed è diventato suo vicesegretario. Così quando nel 2018 è stato eletto per la prima volta alla Camera, è entrato nel Conte 1 come ministro per la Famiglia e le Disabilità. E fu tra gli ispiratori del Congresso Mondiale delle Famiglie, svoltosi a Verona nel 2019, con in prima fila i movimenti antiabortisti e antifemministi.
Nel libro “La culla vuota della civiltà. All’origine della crisi”, scritto con l’economista e banchiere cattolico Ettore Gotti Tedeschi, Fontana approfondisce l’inverno demografico associando, tra le altre cose, l’indebolimento della famiglia al fenomeno immigratorio di massa.
Nel suo discorso ieri è stato ecumenico. Dopo avere ricordato il ruolo e lo spazio delle autonomie, ha sottolineato di porsi a tutela delle prerogative delle minoranze, parlando di sobrietà e serietà. E cercando, in parte, quel consenso bipartisan che non poteva avere. Dopo essere scivolato anni fa sui neonazisti greci di Alba Dorada, ha guardato fino a febbraio a Putin come “il riferimento per chi crede in un modello identitario di società”. E ieri più d’uno gli ha rinfacciato di non avere speso una parola contro la guerra in Ucraina. «Bisogna assicurare a tutti i cittadini la pari dignità sociale: il Parlamento sia promotore dei diritti di tutti, soprattutto i più vulnerabili e fragili. Maggioranza e opposizione dovranno dialogare e garantire piena collaborazione con gli altri organi costituzionali», ha osservato. «Voglio essere imparziale ed equilibrato, istituzionale», ha detto agli amici. Lorenzo, il butel del Saval, ce la farà a non essere divisivo?

Adesso che anche l’ambizioso butel del Saval, quartiere popolare di Verona, s’è insediato a 42 anni al vertice della Camera dei Deputati. grazie alla ritrovata unità del centrodestra, dopo le lacerazioni del giovedì, l’Italia delle istituzioni può a ben diritto dire che s’è destra. Altroché. Dopo il postfascista Ignazio Larussa, è l’ora dell’ultraconservatore cattolico Lorenzo Fontana. Un uno-due istituzionale sull’asse Meloni-Salvini, con Berlusconi costretto a fare buon viso a cattivo gioco in un venerdì per lui di Quaresima, come mai era accaduto nella storia repubblicana. Neanche ai tempi dell’imperante Dc, quand’era maggioranza ma era attenta alle componenti liberali e socialdemocratiche, succedeva che ai conservatori più intransigenti andassero i due rami del Parlamento. Questo è avvenuto nell’autunno 2022, con i presidenti espressione della visione culturale più reazionaria d’Italia, per effetto di una legge elettorale che ha premiato il destra-centro. Legittimamente. E il segretario Pd, Enrico Letta, dovrebbe riflettere una volta di più sugli errori di strategia politica, prima di twittare “peggio di così nemmeno con l’immaginazione più sfrenata. L’Italia non merita questo sfregio», come ha fatto poco dopo che Montecitorio alle 12.02 di ieri – con l’applauso della maggioranza FdI, Lega ed FI -, eleggesse Lorenzo Fontana quale successore di Roberto Fico. In aula c’è stata la plateale protesta dei deputati Pd Alessandro Zan e Rachele Scarpa.
Fontana è un politico di professione. Lo ha ricordato nel discorso d’investitura, così come è un figlio del popolo. Dello stesso quartiere in cui è nato il coetaneo Massimiliano Fedriga, prima che i suoi si trasferissero a Trieste quand’era piccolo.

Lorenzo il cattolico è sorretto da fede e volontà di ferro, dietro l’immancabile sorriso e la cortesia con cui approccia l’interlocutore, che gli hanno fatto conseguire una solida preparazione con tre lauree (Scienze Politiche, Storia e Filosofia) e che a 28 anni l’ha visto presentarsi alle politiche. I suoi marchi di fabbrica il tifo ultras dell’Hellas, le posizioni anti-Lgtb, e di conseguenza le lotte contro le unioni civili e i rapporti omosessuali. La famiglia dev’essere tradizionale. Se nel 2008 non ce l’ha fatta a farsi eleggere a Roma, l’anno dopo ha traslocato a Bruxelles al parlamento europeo. Un predestinato. E nel 2014 è stato rieletto con 52 mila preferenze, dopo che il mentore Flavio Tosi aveva rinunciato per proseguire come sindaco. Nel frattempo aveva conosciuto la moglie partenopea Emilia Caputo, che gli ha dato una figlia, preparata dirigente dell’europarlamento, portata all’altare con il rito tridentino e canonico. Tanto per capire la simbiosi culturale e religiosa dei coniugi Fontana.

Del resto, i riferimenti politico-ideali del presidente sono stati netti fin da subito: Umberto Bossi e la Chiesa. Non a caso ieri ha ricordato il Senatur, senza il quale non avrebbe mai fatto carriera, e il Papa “riferimento spirituale degli italiani”. Nel mondo ecclesiastico ha sempre avuto importanti sponde. Il Segretario di Stato del Vaticano, il cardinale vicentino Pietro Parolin, lo apprezza per la coerenza cristiana. Anche perché il carattere ha sempre portato Fontana a schierarsi in maniera netta, dopo però avere capito nella Lega dove l’aria tirava. Come nel 2015 quando mollò l’amico-epurato Tosi per schierarsi sulle posizioni del segretario Matteo Salvini, col quale ha quasi subito stretto amicizia ed è diventato suo vicesegretario. Così quando nel 2018 è stato eletto per la prima volta alla Camera, è entrato nel Conte 1 come ministro per la Famiglia e le Disabilità. E fu tra gli ispiratori del Congresso Mondiale delle Famiglie, svoltosi a Verona nel 2019, con in prima fila i movimenti antiabortisti e antifemministi.
Nel libro “La culla vuota della civiltà. All’origine della crisi”, scritto con l’economista e banchiere cattolico Ettore Gotti Tedeschi, Fontana approfondisce l’inverno demografico associando, tra le altre cose, l’indebolimento della famiglia al fenomeno immigratorio di massa.
Nel suo discorso ieri è stato ecumenico. Dopo avere ricordato il ruolo e lo spazio delle autonomie, ha sottolineato di porsi a tutela delle prerogative delle minoranze, parlando di sobrietà e serietà. E cercando, in parte, quel consenso bipartisan che non poteva avere. Dopo essere scivolato anni fa sui neonazisti greci di Alba Dorada, ha guardato fino a febbraio a Putin come “il riferimento per chi crede in un modello identitario di società”. E ieri più d’uno gli ha rinfacciato di non avere speso una parola contro la guerra in Ucraina. «Bisogna assicurare a tutti i cittadini la pari dignità sociale: il Parlamento sia promotore dei diritti di tutti, soprattutto i più vulnerabili e fragili. Maggioranza e opposizione dovranno dialogare e garantire piena collaborazione con gli altri organi costituzionali», ha osservato. «Voglio essere imparziale ed equilibrato, istituzionale», ha detto agli amici. Lorenzo, il butel del Saval, ce la farà a non essere divisivo?

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