L’INTERVISTA – Altro che poli, Giorgia vola come il M5S nel 2018

Il sondaggista Noto dà Fdi in costante crescita, il Pd non riesce a raggiungerla Il Terzo Polo può superare la doppia cifra puntando sull’elettorato indeciso

“Per Renzi e Calenda non è proibitivo raggiungere la doppia cifra”. È quanto rivela Antonio Noto, guru dei sondaggi, che delinea il quadro dopo l’accordo tra l’ex premier e il leader di Azione.

Quanto vale, in numeri, la nuova alleanza?
“È difficile stimare adesso un quoziente reale, essendoci tutta una campagna elettorale da fare. Detto ciò, Iv e Azione partono da una percentuale che si aggira tra il 7 e il 9 per cento. Arrivare al 10 per cento, quindi, non è impresa impossibile”.

È stata una scelta vincente andare insieme?
“Ormai lo hanno fatto. In politica, però, non è detto che uno più uno valga due. Meglio sarebbe stata la coalizione rispetto alla lista unica. Nel primo caso, i due partiti sarebbero già stati tra il 10 e l’11 per cento”.

Esiste, quindi, ancora spazio per il cosiddetto “terzo polo”?
“È una denominazione esclusivamente data dalla classe politica. Nel mercato elettorale c’è spazio per tutti, essendo in Italia poco ideologizzato. Coloro i quali votano sempre centrodestra o centrosinistra sono circa un terzo degli italiani, ovvero il 33-34 per cento. La restante parte, invece, cambia partito da un’elezione all’altra. Bada molto ai contenuti, alle nozioni e ai progetti. Basta osservare cosa è accaduto negli ultimi cinque anni. Il Pd è passato dal 40 per cento delle europee al 20 per cento. La Lega dal 34 al 13 per cento. Per il M5s il 33 del 2018 è ormai un lontano ricordo, tenendo conto che il partito di Conte oggi è stimato tra il 10 e il 12 per cento”.

Questa nuova forza, indipendente dalle coalizioni, penalizzerà di più il campo largo di Letta o lo schieramento che mette insieme Fi, Fdi, Lega e cespugli vari?
“Toglie voti in modo trasversale. Qualcosa perderà Forza Italia, così come il Pd. L’obiettivo di Renzi e Calenda, comunque, credo sia raggiungere gli indecisi. Il 35-36 per cento di italiani non sa ancora chi votare”.

L’Italia storicamente è un Paese di “moderati”. Dove si colloca oggi questo elettorato?
“Escludendo gli estremi, Lega e Fdi, possiamo dire che è ovunque”.

Altro fenomeno decisivo per il risultato finale sarà l’astensionismo. Chi riuscirà a convincere più persone ad andare alle urne?
“Lo si capirà solo quando si entrerà nel vivo della campagna elettorale. Adesso è difficile stabilirlo. Il 10 per cento dell’elettorato decide tre giorni prima del voto, mentre il 4 per cento addirittura in cabina. Ecco perché ogni partito deve giocarsi la propria partita. Molto dipenderà dalle performance dei leader”.

Il centrosinistra può recuperare lo svantaggio?
“Può recuperare, ma allo stato ritengo non sia semplice superare il centrodestra”.

Il vento è dalla parte della Meloni. Può ripetersi quanto accaduto nel 2018 al M5s?
“In dimensione minore. Fdi sicuramente potrà essere il primo partito. Questa forza avrà un risultato oltre ogni aspettativa al Nord e non al Sud, dove comunque non sarà debole. Ciò accade perché il partito della Meloni ruba voti soprattutto alla Lega di Salvini. Il bacino a cui attingere, quindi, è maggiore nelle regioni settentrionali”.

In un quadro abbastanza vivace, a parte la Meloni, quali ritiene siano le “novità”?
“Grandi non ce ne sono. È difficile parlare di sorprese. Se Calenda fosse rimasto da solo, essendo l’unico che arriva vergine all’appuntamento elettorale, sarebbe stato il nuovo. Adesso, però, si è alleato con Renzi”.

Matteo, stavolta, non sarà la prima donna. Gli elettori premieranno la posizione di “gregario” ?
“La popolazione ha un pregiudizio verso l’ex presidente del Consiglio. Pur essendo apprezzato per le capacità, dopo il referendum non è tanto amato dalla gente. L’essere in seconda fila, comunque, è un segno di maturità importante. Può solo aiutare la crescita della lista”.

Il sondaggista Noto dà Fdi in costante crescita, il Pd non riesce a raggiungerla Il Terzo Polo può superare la doppia cifra puntando sull’elettorato indeciso

“Per Renzi e Calenda non è proibitivo raggiungere la doppia cifra”. È quanto rivela Antonio Noto, guru dei sondaggi, che delinea il quadro dopo l’accordo tra l’ex premier e il leader di Azione.

Quanto vale, in numeri, la nuova alleanza?
“È difficile stimare adesso un quoziente reale, essendoci tutta una campagna elettorale da fare. Detto ciò, Iv e Azione partono da una percentuale che si aggira tra il 7 e il 9 per cento. Arrivare al 10 per cento, quindi, non è impresa impossibile”.

È stata una scelta vincente andare insieme?
“Ormai lo hanno fatto. In politica, però, non è detto che uno più uno valga due. Meglio sarebbe stata la coalizione rispetto alla lista unica. Nel primo caso, i due partiti sarebbero già stati tra il 10 e l’11 per cento”.

Esiste, quindi, ancora spazio per il cosiddetto “terzo polo”?
“È una denominazione esclusivamente data dalla classe politica. Nel mercato elettorale c’è spazio per tutti, essendo in Italia poco ideologizzato. Coloro i quali votano sempre centrodestra o centrosinistra sono circa un terzo degli italiani, ovvero il 33-34 per cento. La restante parte, invece, cambia partito da un’elezione all’altra. Bada molto ai contenuti, alle nozioni e ai progetti. Basta osservare cosa è accaduto negli ultimi cinque anni. Il Pd è passato dal 40 per cento delle europee al 20 per cento. La Lega dal 34 al 13 per cento. Per il M5s il 33 del 2018 è ormai un lontano ricordo, tenendo conto che il partito di Conte oggi è stimato tra il 10 e il 12 per cento”.

Questa nuova forza, indipendente dalle coalizioni, penalizzerà di più il campo largo di Letta o lo schieramento che mette insieme Fi, Fdi, Lega e cespugli vari?
“Toglie voti in modo trasversale. Qualcosa perderà Forza Italia, così come il Pd. L’obiettivo di Renzi e Calenda, comunque, credo sia raggiungere gli indecisi. Il 35-36 per cento di italiani non sa ancora chi votare”.

L’Italia storicamente è un Paese di “moderati”. Dove si colloca oggi questo elettorato?
“Escludendo gli estremi, Lega e Fdi, possiamo dire che è ovunque”.

Altro fenomeno decisivo per il risultato finale sarà l’astensionismo. Chi riuscirà a convincere più persone ad andare alle urne?
“Lo si capirà solo quando si entrerà nel vivo della campagna elettorale. Adesso è difficile stabilirlo. Il 10 per cento dell’elettorato decide tre giorni prima del voto, mentre il 4 per cento addirittura in cabina. Ecco perché ogni partito deve giocarsi la propria partita. Molto dipenderà dalle performance dei leader”.

Il centrosinistra può recuperare lo svantaggio?
“Può recuperare, ma allo stato ritengo non sia semplice superare il centrodestra”.

Il vento è dalla parte della Meloni. Può ripetersi quanto accaduto nel 2018 al M5s?
“In dimensione minore. Fdi sicuramente potrà essere il primo partito. Questa forza avrà un risultato oltre ogni aspettativa al Nord e non al Sud, dove comunque non sarà debole. Ciò accade perché il partito della Meloni ruba voti soprattutto alla Lega di Salvini. Il bacino a cui attingere, quindi, è maggiore nelle regioni settentrionali”.

In un quadro abbastanza vivace, a parte la Meloni, quali ritiene siano le “novità”?
“Grandi non ce ne sono. È difficile parlare di sorprese. Se Calenda fosse rimasto da solo, essendo l’unico che arriva vergine all’appuntamento elettorale, sarebbe stato il nuovo. Adesso, però, si è alleato con Renzi”.

Matteo, stavolta, non sarà la prima donna. Gli elettori premieranno la posizione di “gregario” ?
“La popolazione ha un pregiudizio verso l’ex presidente del Consiglio. Pur essendo apprezzato per le capacità, dopo il referendum non è tanto amato dalla gente. L’essere in seconda fila, comunque, è un segno di maturità importante. Può solo aiutare la crescita della lista”.

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