A Davos fanno gli spavaldi con Putin, ma Kissinger li richiama

Ursula von der Leyen mette il presidente russo Vladimir Putin alla stregua di un dittatore da rovesciare. Intervenuta al World economic forum (Wef) di Davos, la presidente della commissione Ue ha posato una pietra sopra l’approccio mediano di Olaf Scholz e di Emmanuel Macron: l’obiettivo del conflitto, ha detto in modo netto, è la vittoria dell’Ucraina e la sconfitta strategica di Putin. Non solo, ha persino precisato che il dialogo con Mosca riprenderà sì, ma “solo se torna ad essere una democrazia”. Bruxelles, dunque, ambisce al regime change al Cremlino.

La Russia, però, non è né l’Iraq né la Libia. Per questo serve una mobilitazione più ampia e robusta per mettere nell’angolo Putin. A tal proposito von der Leyen ha spiegato nella cittadina svizzera che “contrastare l’aggressione della Russia è un compito per l’intera comunità globale”. Se questo compito comporta tuttavia la capitolazione dei russi, qualche influente nazione dello scacchiere geopolitico vorrà sottrarsene. Da questo ideale scacchiere, intanto, proseguono i movimenti di armi in direzione di Kiev. La rappresentante dell’Unione europea ha ribadito: “Faremo tutto quello che possiamo per aiutare gli ucraini a vincere e a riprendere il futuro nelle loro mani”. E ha poi precisato: “Per la prima volta nella storia l’Unione europea fornisce aiuti militari a un Paese sotto attacco”. Ma la von der Leyen sa bene che oltre che sul campo di battaglia, la guerra si combatte anche nelle transazioni. “Stiamo mobilitando tutto il nostro potere economico”, ha detto. “Le nostre sanzioni e l’azione spontanea sanzionatoria delle aziende stanno impoverendo economia russa e la macchina da guerra del Cremlino”. L’azione sanzionatoria, però, deve scontrarsi con la concretezza politica: e anche questo principio la von der Leyen lo conosce bene. In un’intervista ha detto che il sesto pacchetto di sanzioni alla Russia – che include lo stop alle importazioni di petrolio dal 2023 – “non è un argomento appropriato da risolvere al Consiglio europeo” della prossima settimana. La svolta democratica del Cremlino, ha aggiunto, “è certamente un sogno, una speranza distante”, che testimonia un’opposizione “alla leadership russa”.

La linea intransigente della von der Leyen coincide con quella dell’Alleanza Atlantica. Sempre a Davos il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha affermato che le “massicce sanzioni” imposte contro la Russia “ci ricordano che non dovremmo barattare gli interessi di sicurezza a lungo termine con interessi economici di breve periodo”. Come a dire, rievocando un’uscita di Mario Draghi: spegnere i condizionatori in Occidente, pur di sconfiggere i russi in Ucraina. Stoltenberg ha ricordato quindi, con riferimento alla prossima adesione di Finlandia e Svezia nell’Alleanza Atlantica, che Putin voleva meno Nato ai confini ma che ora, dopo aver scatenato una guerra, se ne ritroverà di più. Ma Stoltenberg nel sancta sanctorum delle elite globali non ha parlato solo della Russia. Ha detto che il conflitto in Ucraina dimostra che “le relazioni con regimi autoritari possono creare vulnerabilità”, come “affidarsi troppo all’importazione di commodities chiave”, tra cui l’energia o come i “rischi legati all’esportazione di tecnologie avanzate, come l’intelligenza artificiale”, oppure ancora “l’indebolimento della resilienza causato dal controllo estero su infrastrutture chiave, come la rete 5G”. Il capo della Nato è stato esplicito: “Si tratta della Russia, ma anche della Cina, un altro regime autoritario che non condivide i nostri valori e che mina l’ordine internazionale basato sulle regole”. Il messaggio di Stoltenberg è arrivato a Pechino forte e chiaro: “La libertà è più importante del libero commercio. La protezione dei nostri valori è più importante del profitto”.

La rigidità di von der Leyen e Stoltenberg non sembra però essere condivisa da una vecchia volpe della politica internazionale, Henry Kissinger. L’ex segretario di Stato americano ha invitato Washington e Bruxelles a evitare di farsi trascinare “dagli umori del momento” perché la sconfitta della Russia potrebbe compromettere la stabilità dell’Europa. Kissinger ha posto l’accento sull’importanza di tornare ai negoziati che, ha aggiunto, devono tenersi entro i prossimi due mesi, “prima che si creino tensioni difficili da superare”. Ma il consiglio dell’ex rappresentante della politica estera statunitense che più si discosta dalla linea dell’intransigenza è quello che dispensa all’Ucraina: cedere una parte del suo territorio alla Russia. “Spero che gli ucraini faranno corrispondere all’eroismo che hanno mostrato la saggezza”, ha spiegato, di riconoscere lo “status quo ante” con Crimea e i territori di Luhansk e Donetsk sotto controllo di Mosca. Ma Mykhailo Podolyak, capo dei negoziatori di Kiev, taglia corto: “È un bene che gli ucraini nelle trincee non abbiano tempo per ascoltare gli ‘impanicati di Davos’”. Pare tuttavia che il tempo non lo abbiano nemmeno alcuni politici negli uffici di Bruxelles.

Ursula von der Leyen mette il presidente russo Vladimir Putin alla stregua di un dittatore da rovesciare. Intervenuta al World economic forum (Wef) di Davos, la presidente della commissione Ue ha posato una pietra sopra l’approccio mediano di Olaf Scholz e di Emmanuel Macron: l’obiettivo del conflitto, ha detto in modo netto, è la vittoria dell’Ucraina e la sconfitta strategica di Putin. Non solo, ha persino precisato che il dialogo con Mosca riprenderà sì, ma “solo se torna ad essere una democrazia”. Bruxelles, dunque, ambisce al regime change al Cremlino.

La Russia, però, non è né l’Iraq né la Libia. Per questo serve una mobilitazione più ampia e robusta per mettere nell’angolo Putin. A tal proposito von der Leyen ha spiegato nella cittadina svizzera che “contrastare l’aggressione della Russia è un compito per l’intera comunità globale”. Se questo compito comporta tuttavia la capitolazione dei russi, qualche influente nazione dello scacchiere geopolitico vorrà sottrarsene. Da questo ideale scacchiere, intanto, proseguono i movimenti di armi in direzione di Kiev. La rappresentante dell’Unione europea ha ribadito: “Faremo tutto quello che possiamo per aiutare gli ucraini a vincere e a riprendere il futuro nelle loro mani”. E ha poi precisato: “Per la prima volta nella storia l’Unione europea fornisce aiuti militari a un Paese sotto attacco”. Ma la von der Leyen sa bene che oltre che sul campo di battaglia, la guerra si combatte anche nelle transazioni. “Stiamo mobilitando tutto il nostro potere economico”, ha detto. “Le nostre sanzioni e l’azione spontanea sanzionatoria delle aziende stanno impoverendo economia russa e la macchina da guerra del Cremlino”. L’azione sanzionatoria, però, deve scontrarsi con la concretezza politica: e anche questo principio la von der Leyen lo conosce bene. In un’intervista ha detto che il sesto pacchetto di sanzioni alla Russia – che include lo stop alle importazioni di petrolio dal 2023 – “non è un argomento appropriato da risolvere al Consiglio europeo” della prossima settimana. La svolta democratica del Cremlino, ha aggiunto, “è certamente un sogno, una speranza distante”, che testimonia un’opposizione “alla leadership russa”.

La linea intransigente della von der Leyen coincide con quella dell’Alleanza Atlantica. Sempre a Davos il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha affermato che le “massicce sanzioni” imposte contro la Russia “ci ricordano che non dovremmo barattare gli interessi di sicurezza a lungo termine con interessi economici di breve periodo”. Come a dire, rievocando un’uscita di Mario Draghi: spegnere i condizionatori in Occidente, pur di sconfiggere i russi in Ucraina. Stoltenberg ha ricordato quindi, con riferimento alla prossima adesione di Finlandia e Svezia nell’Alleanza Atlantica, che Putin voleva meno Nato ai confini ma che ora, dopo aver scatenato una guerra, se ne ritroverà di più. Ma Stoltenberg nel sancta sanctorum delle elite globali non ha parlato solo della Russia. Ha detto che il conflitto in Ucraina dimostra che “le relazioni con regimi autoritari possono creare vulnerabilità”, come “affidarsi troppo all’importazione di commodities chiave”, tra cui l’energia o come i “rischi legati all’esportazione di tecnologie avanzate, come l’intelligenza artificiale”, oppure ancora “l’indebolimento della resilienza causato dal controllo estero su infrastrutture chiave, come la rete 5G”. Il capo della Nato è stato esplicito: “Si tratta della Russia, ma anche della Cina, un altro regime autoritario che non condivide i nostri valori e che mina l’ordine internazionale basato sulle regole”. Il messaggio di Stoltenberg è arrivato a Pechino forte e chiaro: “La libertà è più importante del libero commercio. La protezione dei nostri valori è più importante del profitto”.

La rigidità di von der Leyen e Stoltenberg non sembra però essere condivisa da una vecchia volpe della politica internazionale, Henry Kissinger. L’ex segretario di Stato americano ha invitato Washington e Bruxelles a evitare di farsi trascinare “dagli umori del momento” perché la sconfitta della Russia potrebbe compromettere la stabilità dell’Europa. Kissinger ha posto l’accento sull’importanza di tornare ai negoziati che, ha aggiunto, devono tenersi entro i prossimi due mesi, “prima che si creino tensioni difficili da superare”. Ma il consiglio dell’ex rappresentante della politica estera statunitense che più si discosta dalla linea dell’intransigenza è quello che dispensa all’Ucraina: cedere una parte del suo territorio alla Russia. “Spero che gli ucraini faranno corrispondere all’eroismo che hanno mostrato la saggezza”, ha spiegato, di riconoscere lo “status quo ante” con Crimea e i territori di Luhansk e Donetsk sotto controllo di Mosca. Ma Mykhailo Podolyak, capo dei negoziatori di Kiev, taglia corto: “È un bene che gli ucraini nelle trincee non abbiano tempo per ascoltare gli ‘impanicati di Davos’”. Pare tuttavia che il tempo non lo abbiano nemmeno alcuni politici negli uffici di Bruxelles.

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