Addio a Scalfari cronista guerriero

Il fondatore di Espresso e Rep è morto a 98 anni.
Dal Papa a Mattarella: fu l’ultimo grande maestro

Addio a Eugenio Scalfari: il padre del nuovo giornalismo italiano è morto ieri all’età di 98 anni. Influente e autorevole innovatore della carta stampata, fondatore del settimanale L’Espresso e poi del quotidiano La Repubblica, ma anche scrittore capace di spaziare dal saggio al romanzo, Scalfari si può definire l’Indro Montanelli della sinistra. Anche se non veniva da sinistra: affascinato in giovane età dal fascismo, al referendum votò monarchia e poi è stato pure parlamentare socialista. Di certo è stato il punto di riferimento del pensiero laico in Italia. Unanime il cordoglio del giornalismo, della politica e delle istituzioni fino ad arrivare a Papa Francesco. “Sono particolarmente addolorato per la scomparsa di Eugenio Scalfari giornalista, direttore, saggista, uomo politico, testimone lucido e appassionato della nostra storia repubblicana”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una nota. “Dai primi passi all’interno di quella grande scuola di giornalismo che fu il Mondo, alla direzione dell’Espresso, fino alla fondazione della Repubblica, Scalfari ha sempre costituito un punto di riferimento coinvolgente per generazioni di giornalisti, intellettuali, classe politica e un amplissimo numero di lettori. Da sempre convinto assertore dell’etica nella società e del rinnovamento nella vita pubblica, si era magistralmente dedicato, negli ultimi tempi, ai grandi temi esistenziali dell’uomo con la consueta efficacia e profondità di riflessione”, conclude il capo dello Stato. “Papa Francesco ha appreso con dolore della scomparsa del suo amico, Eugenio Scalfari. Conserva con affetto la memoria degli incontri – e delle dense conversazioni sulle domande ultime dell’uomo – avute con lui nel corso degli anni e affida nella preghiera la sua anima al Signore, perché lo accolga e consoli quanti gli erano vicini”. Lo riferisce all’Ansa il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni.
Tra i primi ad intervenire il presidente del Consiglio Mario Draghi: “La scomparsa di Eugenio Scalfari lascia un vuoto incolmabile nella vita pubblica del nostro Paese. Fondatore de L’Espresso e de La Repubblica, che ha diretto per vent’anni, Scalfari è stato assoluto protagonista della storia del giornalismo nell’Italia del dopoguerra. La chiarezza della sua prosa, la profondità delle sue analisi, il coraggio delle sue idee hanno accompagnato gli italiani per oltre settant’anni e hanno reso i suoi editoriali una lettura fondamentale per chiunque volesse comprendere la politica, l’economia. Deputato della Repubblica, ha accompagnato il suo amore per il giornalismo all’impegno civile e politico, all’alto senso delle istituzioni e dello Stato. Esprimo ai suoi cari, ai direttori Maurizio Molinari e Lirio Abbate e a tutti i giornalisti de La Repubblica e de L’Espresso, le più sentite condoglianze a nome di tutto il governo. A me mancheranno molto i nostri confronti, la nostra amicizia”. “Eugenio Scalfari è stato una figura di riferimento per i miei avversari in politica. Oggi, però, non posso non riconoscergli di essere stato un grande direttore e giornalista, che ho sempre apprezzato per la dedizione e la passione per il suo lavoro”. Così su Twitter il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, storico avversario, bersagliato sulle colonne di Repubblica per 20 anni. “Eugenio Scalfari. Ci manca già. Rimarranno sempre con noi le sue idee, la sua passione, il suo amore profondo per l’Italia”. Così il segretario del Pd Enrico Letta su Twitter. “Ciao direttore. Non sempre è stato facile confrontarsi con te e spesso abbiamo avuto opinioni radicalmente diverse. Ma è stato un piacere e un onore ascoltarti e leggerti. Che la terra ti sia lieve”, lo saluta su Facebook il leader di Italia Viva, Matteo Renzi. “Scompare uno dei più grandi protagonisti del giornalismo italiano. Ci mancheranno la sua penna e la sua testa”, ricorda su Facebook il ministro della Salute, Roberto Speranza. “RIP. Un gigante. Un socialista liberale. Ho amato molto Per l’alto mare aperto. Un buon modo di ricordarlo è rileggerlo”. Così su Twitter il leader di Azione Carlo Calenda. “La scomparsa di Eugenio Scalfari segna un momento molto triste per il Paese intero. Oggi diciamo addio a una vera e propria pietra miliare del giornalismo italiano. Un abbraccio e la massima vicinanza ai suoi cari”, è la nota del ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Scalfari ha dato vita nel 1955, con Arrigo Benedetti, a L’Espresso e nel 1976 a La Repubblica di cui è stato direttore per vent’anni. Due testate che hanno cambiato per sempre la carta stampata italiana. “Dal 14 gennaio o credete alle versioni ufficiali o credete a La Repubblica”: nel 1976 debuttò con questo slogan pubblicitario in edicola il nuovo quotidiano diretto da Scalfari che, insieme all’imprenditore Carlo Caracciolo, fu anche l’ideatore di questa nuova iniziativa editoriale destinata a cambiare il volto del giornalismo italiano (fu il primo quotidiano in formato tabloid).
Nato a Civitavecchia il 6 aprile 1924, dopo aver iniziato gli studi al Liceo Mamiani di Roma, Scalfari si trasferisce con la famiglia a Sanremo (il padre era direttore artistico del Casinò della ’città dei fiorì) frequentando il liceo classico ’G.D. Cassinì dove ebbe come compagno di banco il futuro scrittore Italo Calvino. Nel 1950 si sposò con la figlia del giornalista Giulio De Benedetti, Simonetta, morta nel 2006, da cui ha avuto due figlie, Donata ed Enrica. Dalla fine degli anni Settanta, Scalfari è stato sentimentalmente legato a Serena Rossetti, già segretaria di redazione de L’Espresso, che ha sposato dopo la scomparsa della moglie Simonetta. Laureatosi in giurisprudenza, nel 1950 Scalfari iniziò la carriera giornalistica come collaboratore de Il Mondo di Mario Pannunzio e de L’Europeo di Arrigo Benedetti. Nel 1955 partecipò con il gruppo degli “Amici del Mondo” alla fondazione del Partito radicale, di cui ricoprì la carica di vicesegretario nazionale (1958-63). Sempre nel 1955 Scalfari fu il fondatore de L’Espresso (che poi diresse dal 1963 al ’68). Dopo anni di gestazione, il 14 gennaio 1976 uscì il primo numero del quotidiano La Repubblica, di cui è stato il direttore-fondatore fino al 1996, restandone poi direttore onorario e raffinato editorialista, con il suo immancabile editoriale pubblicato ogni domenica in prima pagina. Attento osservatore della vita politica e del potere in Italia, Scalfari ha investigato e analizzato importanti momenti di crisi della politica italiana (come i casi Sifar, Enimont, Tangentopoli), realizzando memorabili interviste e inchieste. Pur dichiarandosi ateo, Scalfari ha intessuto una confidenziale amicizia con Papa Francesco, con cui ha colloquiato a più riprese realizzando anche interviste.
Scalfari è stato autore di numerosi scoop giornalistici passati dalla cronaca alla storia. Nel 1967 pubblicò su L’Espresso insieme a Lino Jannuzzi l’inchiesta sul Sifar che fece conoscere il tentativo di golpe chiamato piano Solo. Il generale Giovanni De Lorenzo li querelò e i due giornalisti furono condannati rispettivamente a 15 e a 14 mesi di reclusione, malgrado la richiesta di assoluzione fatta dal pubblico Ministero Vittorio Occorsio, che era riuscito a leggere gli incartamenti integrali prima che il governo ponesse il segreto di Stato. Scalfari e Jannuzzi evitarono il carcere grazie all’immunità parlamentare loro offerta dal Partito Socialista Italiano: alle elezioni politiche del 1968 Scalfari fu eletto deputato, come indipendente nelle liste del Psi.
Scalfari criticò le manovre di Eugenio Cefis, prima presidente dell’Eni e poi di Montedison. E soprattutto contro Cefis fu indirizzato il celebre libro-inchiesta pubblicato con Giuseppe Turani Razza padrona (1974).
Come scrittore, Scalfari è autore di importanti libri di inchiesta giornalistica, che hanno lasciato il passo nell’ultimo ventennio a riflessioni esistenziali e filosofiche. Tra le sue pubblicazioni: L’autunno della Repubblica (1969); Interviste ai potenti (1979); La sera andavamo in via Veneto. Storia di un gruppo dal Mondo alla Repubblica (1986); Alla ricerca della morale perduta (1995); Per l’alto mare aperto (2010); L’amore, la sfida, il destino (2013).
Scalfari è autore anche di romanzi e dell’autobiografia L’uomo che non credeva in Dio (2008); del testo Conversazioni con Carlo Maria Martini (con Vito Mancuso, 2012).

Il fondatore di Espresso e Rep è morto a 98 anni.
Dal Papa a Mattarella: fu l’ultimo grande maestro

Addio a Eugenio Scalfari: il padre del nuovo giornalismo italiano è morto ieri all’età di 98 anni. Influente e autorevole innovatore della carta stampata, fondatore del settimanale L’Espresso e poi del quotidiano La Repubblica, ma anche scrittore capace di spaziare dal saggio al romanzo, Scalfari si può definire l’Indro Montanelli della sinistra. Anche se non veniva da sinistra: affascinato in giovane età dal fascismo, al referendum votò monarchia e poi è stato pure parlamentare socialista. Di certo è stato il punto di riferimento del pensiero laico in Italia. Unanime il cordoglio del giornalismo, della politica e delle istituzioni fino ad arrivare a Papa Francesco. “Sono particolarmente addolorato per la scomparsa di Eugenio Scalfari giornalista, direttore, saggista, uomo politico, testimone lucido e appassionato della nostra storia repubblicana”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una nota. “Dai primi passi all’interno di quella grande scuola di giornalismo che fu il Mondo, alla direzione dell’Espresso, fino alla fondazione della Repubblica, Scalfari ha sempre costituito un punto di riferimento coinvolgente per generazioni di giornalisti, intellettuali, classe politica e un amplissimo numero di lettori. Da sempre convinto assertore dell’etica nella società e del rinnovamento nella vita pubblica, si era magistralmente dedicato, negli ultimi tempi, ai grandi temi esistenziali dell’uomo con la consueta efficacia e profondità di riflessione”, conclude il capo dello Stato. “Papa Francesco ha appreso con dolore della scomparsa del suo amico, Eugenio Scalfari. Conserva con affetto la memoria degli incontri – e delle dense conversazioni sulle domande ultime dell’uomo – avute con lui nel corso degli anni e affida nella preghiera la sua anima al Signore, perché lo accolga e consoli quanti gli erano vicini”. Lo riferisce all’Ansa il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni.
Tra i primi ad intervenire il presidente del Consiglio Mario Draghi: “La scomparsa di Eugenio Scalfari lascia un vuoto incolmabile nella vita pubblica del nostro Paese. Fondatore de L’Espresso e de La Repubblica, che ha diretto per vent’anni, Scalfari è stato assoluto protagonista della storia del giornalismo nell’Italia del dopoguerra. La chiarezza della sua prosa, la profondità delle sue analisi, il coraggio delle sue idee hanno accompagnato gli italiani per oltre settant’anni e hanno reso i suoi editoriali una lettura fondamentale per chiunque volesse comprendere la politica, l’economia. Deputato della Repubblica, ha accompagnato il suo amore per il giornalismo all’impegno civile e politico, all’alto senso delle istituzioni e dello Stato. Esprimo ai suoi cari, ai direttori Maurizio Molinari e Lirio Abbate e a tutti i giornalisti de La Repubblica e de L’Espresso, le più sentite condoglianze a nome di tutto il governo. A me mancheranno molto i nostri confronti, la nostra amicizia”. “Eugenio Scalfari è stato una figura di riferimento per i miei avversari in politica. Oggi, però, non posso non riconoscergli di essere stato un grande direttore e giornalista, che ho sempre apprezzato per la dedizione e la passione per il suo lavoro”. Così su Twitter il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, storico avversario, bersagliato sulle colonne di Repubblica per 20 anni. “Eugenio Scalfari. Ci manca già. Rimarranno sempre con noi le sue idee, la sua passione, il suo amore profondo per l’Italia”. Così il segretario del Pd Enrico Letta su Twitter. “Ciao direttore. Non sempre è stato facile confrontarsi con te e spesso abbiamo avuto opinioni radicalmente diverse. Ma è stato un piacere e un onore ascoltarti e leggerti. Che la terra ti sia lieve”, lo saluta su Facebook il leader di Italia Viva, Matteo Renzi. “Scompare uno dei più grandi protagonisti del giornalismo italiano. Ci mancheranno la sua penna e la sua testa”, ricorda su Facebook il ministro della Salute, Roberto Speranza. “RIP. Un gigante. Un socialista liberale. Ho amato molto Per l’alto mare aperto. Un buon modo di ricordarlo è rileggerlo”. Così su Twitter il leader di Azione Carlo Calenda. “La scomparsa di Eugenio Scalfari segna un momento molto triste per il Paese intero. Oggi diciamo addio a una vera e propria pietra miliare del giornalismo italiano. Un abbraccio e la massima vicinanza ai suoi cari”, è la nota del ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Scalfari ha dato vita nel 1955, con Arrigo Benedetti, a L’Espresso e nel 1976 a La Repubblica di cui è stato direttore per vent’anni. Due testate che hanno cambiato per sempre la carta stampata italiana. “Dal 14 gennaio o credete alle versioni ufficiali o credete a La Repubblica”: nel 1976 debuttò con questo slogan pubblicitario in edicola il nuovo quotidiano diretto da Scalfari che, insieme all’imprenditore Carlo Caracciolo, fu anche l’ideatore di questa nuova iniziativa editoriale destinata a cambiare il volto del giornalismo italiano (fu il primo quotidiano in formato tabloid).
Nato a Civitavecchia il 6 aprile 1924, dopo aver iniziato gli studi al Liceo Mamiani di Roma, Scalfari si trasferisce con la famiglia a Sanremo (il padre era direttore artistico del Casinò della ’città dei fiorì) frequentando il liceo classico ’G.D. Cassinì dove ebbe come compagno di banco il futuro scrittore Italo Calvino. Nel 1950 si sposò con la figlia del giornalista Giulio De Benedetti, Simonetta, morta nel 2006, da cui ha avuto due figlie, Donata ed Enrica. Dalla fine degli anni Settanta, Scalfari è stato sentimentalmente legato a Serena Rossetti, già segretaria di redazione de L’Espresso, che ha sposato dopo la scomparsa della moglie Simonetta. Laureatosi in giurisprudenza, nel 1950 Scalfari iniziò la carriera giornalistica come collaboratore de Il Mondo di Mario Pannunzio e de L’Europeo di Arrigo Benedetti. Nel 1955 partecipò con il gruppo degli “Amici del Mondo” alla fondazione del Partito radicale, di cui ricoprì la carica di vicesegretario nazionale (1958-63). Sempre nel 1955 Scalfari fu il fondatore de L’Espresso (che poi diresse dal 1963 al ’68). Dopo anni di gestazione, il 14 gennaio 1976 uscì il primo numero del quotidiano La Repubblica, di cui è stato il direttore-fondatore fino al 1996, restandone poi direttore onorario e raffinato editorialista, con il suo immancabile editoriale pubblicato ogni domenica in prima pagina. Attento osservatore della vita politica e del potere in Italia, Scalfari ha investigato e analizzato importanti momenti di crisi della politica italiana (come i casi Sifar, Enimont, Tangentopoli), realizzando memorabili interviste e inchieste. Pur dichiarandosi ateo, Scalfari ha intessuto una confidenziale amicizia con Papa Francesco, con cui ha colloquiato a più riprese realizzando anche interviste.
Scalfari è stato autore di numerosi scoop giornalistici passati dalla cronaca alla storia. Nel 1967 pubblicò su L’Espresso insieme a Lino Jannuzzi l’inchiesta sul Sifar che fece conoscere il tentativo di golpe chiamato piano Solo. Il generale Giovanni De Lorenzo li querelò e i due giornalisti furono condannati rispettivamente a 15 e a 14 mesi di reclusione, malgrado la richiesta di assoluzione fatta dal pubblico Ministero Vittorio Occorsio, che era riuscito a leggere gli incartamenti integrali prima che il governo ponesse il segreto di Stato. Scalfari e Jannuzzi evitarono il carcere grazie all’immunità parlamentare loro offerta dal Partito Socialista Italiano: alle elezioni politiche del 1968 Scalfari fu eletto deputato, come indipendente nelle liste del Psi.
Scalfari criticò le manovre di Eugenio Cefis, prima presidente dell’Eni e poi di Montedison. E soprattutto contro Cefis fu indirizzato il celebre libro-inchiesta pubblicato con Giuseppe Turani Razza padrona (1974).
Come scrittore, Scalfari è autore di importanti libri di inchiesta giornalistica, che hanno lasciato il passo nell’ultimo ventennio a riflessioni esistenziali e filosofiche. Tra le sue pubblicazioni: L’autunno della Repubblica (1969); Interviste ai potenti (1979); La sera andavamo in via Veneto. Storia di un gruppo dal Mondo alla Repubblica (1986); Alla ricerca della morale perduta (1995); Per l’alto mare aperto (2010); L’amore, la sfida, il destino (2013).
Scalfari è autore anche di romanzi e dell’autobiografia L’uomo che non credeva in Dio (2008); del testo Conversazioni con Carlo Maria Martini (con Vito Mancuso, 2012).

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