ADDIO GUERRIERO

Quella “buca fatale”, come la chiamava Sinisa sicuro di prenderla a calci ancora una volta, come quando si era manifestata subdola con la febbre a 40° nell’estate di tre anni fa, gli è stata fatale. L’aveva affrontata di petto come nel suo carattere indomito, cercando di “giocare d’anticipo per batterla” come confidava con gli occhi umidi, ma non gli è stato sufficiente. Il mondo del calcio internazionale è in lutto e i tanti italiani, anche coloro che non sapevano nulla di pallone, ma si erano emozionati alle sue parole in televisione e sui giornali che prima annunciavano la malattia nel luglio 2019 e poi la recidiva lo scorso fine marzo, hanno appreso con commozione la sua “sconfitta”. L’ultima apparizione pubblica due settimane fa. Il “sergente” Sinisa Mihajlovic, com’era soprannominato per il suo carattere che in campo lo trasformava in un implacabile Aiace Telamonio, pronto a fare a botte e ad offendere gli avversari per difendere i compagni – si beccò 8 giornate di squalifica in Champions -, che aveva vinto la Coppa dei Campioni con la Stella Rossa di Belgrado e lo scudetto con Lazio e Inter, durante la presentazione della biografia di Zdenek Zeman si è materializzato alle spalle dell’allenatore boemo. Tra i due c’è stato un caloroso abbraccio e l’applauso del pubblico è scattato spontaneo. Nessuno immaginava che potesse essere l’uscita di scena del bravo allenatore di Bologna, Torino, Milan, Catania, Fiorentina, e per un anno anche della nazionale serba, diventato suo malgrado “guerriero” contro la leucemia mieloide acuta che da oltre tre anni aveva cominciato un pressing che neppure un campione della sua aggressività ha saputo domare. I suoi cinque figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dušan e Nicholas ( ne aveva avuto un sesto, Marko, che incontrò solo nel 2005 dopo averlo riconosciuto alla nascita nel 1993), la moglie Arianna Rapaccioni con i quali viveva a Roma, e il fratello Drazen hanno affidato a un comunicato il loro inconsolabile dolore: “Una morte ingiusta e prematura di un marito, padre, figlio e fratello esemplare”.

LA GUERRA

Ma prima di un campione sportivo dotato di un tiro mancino al fulmicotone preciso e devastante fino ai 160 all’ora, la biografia del 53enne nato jugoslavo, poi diventato serbo con lo sfacelo fratricida dello stato degli Slavi del Sud, era stata segnata dalla guerra. Lo ricordava spesso. E lo aveva sottolineato lo scorso 25 febbraio, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dei russi, quando aveva detto: “Il conflitto armato non può e non deve essere l’unico modo per risolvere i problemi. A perdere è soprattutto la povera gente alla quale vanno i miei pensieri”. Sottinteso che lui aveva vissuto sulla propria pelle una situazione simile. Quando la Jugoslavia si era sfaldata “abbiamo vinto la Coppa dei Campioni”, quando Belgrado è stata bombardata dalla Nato “ho vinto lo Scudetto” e “ricordo che all’epoca avrei voluto che il mio allenamento e la mia partita durassero 24 ore perché solo in quei momenti potevo essere felice per non pensare al dramma del mio popolo. Quando da Aviano partivano i caccia chiamavo a casa e dicevo ai miei di andare nei rifugi”.

LA MALATTIA E LE REAZIONI

La bella storia del campione che aveva giocato in club importanti con cui aveva vinto tanti trofei prima di affermarsi anche come allenatore tutto di un pezzo vira implacabilmente tre anni e mezzo fa. Il Bologna è appena andato in ritiro quando Mihajlovic accusa una febbre molto forte. “Era vent’anni che non l’avevo, mi sono sottoposto agli esami e il responso è stato la leucemia. Una bella botta”, racconta ai cronisti in lacrime, avvisando però che “non sono di paura, rispetto la malattia, ma saprò superarla”. Quindi il trapianto del midollo, l’apparente guarigione, prima della ricaduta nove mesi fa. Il tutto vissuto con grande dignità, tornando in panchina e guidando il Bologna per due stagioni con buoni risultati. “Stavolta non piango, non entro in tackle, ma gioco d’anticipo per non farlo partire”, confessa in conferenza stampa in primavera quando la situazione clinica torna problematica. Sopporta il licenziamento con stile e sobrietà. “Dovevamo prendere un caffè assieme due settimane fa, ma all’ultimo non è venuto”, afferma commosso l’80enne Dino Zoff che gli abitava vicino. Le reazioni al suo ultimo dribbling che ha colto tutti in contropiede sono arrivate da tutto il mondo. Da quelle di Gianni Infantino, presidente della Fifa, in Qatar per la conclusione dei mondiali (“i suoi calci di punizione incarnavano una passione e una dedizione per la bellezza del calcio che hanno lasciato un segno”) a quelle di Totti, Salas, Berlusconi, e i suoi tanti compagni di squadra con cui ha vissuto i tanti alti e pochi bassi di una carriera vissuta da protagonista. L’ex portiere della Samp, Fabrizio Ferron, ricorda la tripletta che gli rifilò l’ex compagno Sinisa il 13 dicembre 1968, dopo essere passato alla Lazio: “Ci prendevamo in giro e siamo diventati amici per sempre”. Sinisa il guerriero era un uomo verticale.
Quella “buca fatale”, come la chiamava Sinisa sicuro di prenderla a calci ancora una volta, come quando si era manifestata subdola con la febbre a 40° nell’estate di tre anni fa, gli è stata fatale. L’aveva affrontata di petto come nel suo carattere indomito, cercando di “giocare d’anticipo per batterla” come confidava con gli occhi umidi, ma non gli è stato sufficiente. Il mondo del calcio internazionale è in lutto e i tanti italiani, anche coloro che non sapevano nulla di pallone, ma si erano emozionati alle sue parole in televisione e sui giornali che prima annunciavano la malattia nel luglio 2019 e poi la recidiva lo scorso fine marzo, hanno appreso con commozione la sua “sconfitta”. L’ultima apparizione pubblica due settimane fa. Il “sergente” Sinisa Mihajlovic, com’era soprannominato per il suo carattere che in campo lo trasformava in un implacabile Aiace Telamonio, pronto a fare a botte e ad offendere gli avversari per difendere i compagni – si beccò 8 giornate di squalifica in Champions -, che aveva vinto la Coppa dei Campioni con la Stella Rossa di Belgrado e lo scudetto con Lazio e Inter, durante la presentazione della biografia di Zdenek Zeman si è materializzato alle spalle dell’allenatore boemo. Tra i due c’è stato un caloroso abbraccio e l’applauso del pubblico è scattato spontaneo. Nessuno immaginava che potesse essere l’uscita di scena del bravo allenatore di Bologna, Torino, Milan, Catania, Fiorentina, e per un anno anche della nazionale serba, diventato suo malgrado “guerriero” contro la leucemia mieloide acuta che da oltre tre anni aveva cominciato un pressing che neppure un campione della sua aggressività ha saputo domare. I suoi cinque figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dušan e Nicholas ( ne aveva avuto un sesto, Marko, che incontrò solo nel 2005 dopo averlo riconosciuto alla nascita nel 1993), la moglie Arianna Rapaccioni con i quali viveva a Roma, e il fratello Drazen hanno affidato a un comunicato il loro inconsolabile dolore: “Una morte ingiusta e prematura di un marito, padre, figlio e fratello esemplare”.

LA GUERRA

Ma prima di un campione sportivo dotato di un tiro mancino al fulmicotone preciso e devastante fino ai 160 all’ora, la biografia del 53enne nato jugoslavo, poi diventato serbo con lo sfacelo fratricida dello stato degli Slavi del Sud, era stata segnata dalla guerra. Lo ricordava spesso. E lo aveva sottolineato lo scorso 25 febbraio, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dei russi, quando aveva detto: “Il conflitto armato non può e non deve essere l’unico modo per risolvere i problemi. A perdere è soprattutto la povera gente alla quale vanno i miei pensieri”. Sottinteso che lui aveva vissuto sulla propria pelle una situazione simile. Quando la Jugoslavia si era sfaldata “abbiamo vinto la Coppa dei Campioni”, quando Belgrado è stata bombardata dalla Nato “ho vinto lo Scudetto” e “ricordo che all’epoca avrei voluto che il mio allenamento e la mia partita durassero 24 ore perché solo in quei momenti potevo essere felice per non pensare al dramma del mio popolo. Quando da Aviano partivano i caccia chiamavo a casa e dicevo ai miei di andare nei rifugi”.

LA MALATTIA E LE REAZIONI

La bella storia del campione che aveva giocato in club importanti con cui aveva vinto tanti trofei prima di affermarsi anche come allenatore tutto di un pezzo vira implacabilmente tre anni e mezzo fa. Il Bologna è appena andato in ritiro quando Mihajlovic accusa una febbre molto forte. “Era vent’anni che non l’avevo, mi sono sottoposto agli esami e il responso è stato la leucemia. Una bella botta”, racconta ai cronisti in lacrime, avvisando però che “non sono di paura, rispetto la malattia, ma saprò superarla”. Quindi il trapianto del midollo, l’apparente guarigione, prima della ricaduta nove mesi fa. Il tutto vissuto con grande dignità, tornando in panchina e guidando il Bologna per due stagioni con buoni risultati. “Stavolta non piango, non entro in tackle, ma gioco d’anticipo per non farlo partire”, confessa in conferenza stampa in primavera quando la situazione clinica torna problematica. Sopporta il licenziamento con stile e sobrietà. “Dovevamo prendere un caffè assieme due settimane fa, ma all’ultimo non è venuto”, afferma commosso l’80enne Dino Zoff che gli abitava vicino. Le reazioni al suo ultimo dribbling che ha colto tutti in contropiede sono arrivate da tutto il mondo. Da quelle di Gianni Infantino, presidente della Fifa, in Qatar per la conclusione dei mondiali (“i suoi calci di punizione incarnavano una passione e una dedizione per la bellezza del calcio che hanno lasciato un segno”) a quelle di Totti, Salas, Berlusconi, e i suoi tanti compagni di squadra con cui ha vissuto i tanti alti e pochi bassi di una carriera vissuta da protagonista. L’ex portiere della Samp, Fabrizio Ferron, ricorda la tripletta che gli rifilò l’ex compagno Sinisa il 13 dicembre 1968, dopo essere passato alla Lazio: “Ci prendevamo in giro e siamo diventati amici per sempre”. Sinisa il guerriero era un uomo verticale.
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