Almerigo Grilz, esempio di giornalista vero

Almerigo Grilz era un reporter di guerra che svolgeva il suo lavoro con enorme passione ed altrettanto grande attenzione per la completezza di informazione. Dopo un lungo periodo di militanza giovanile nel Fronte della Gioventù, Grilz aveva deciso di dedicarsi a tempo pieno al giornalismo ed aveva fondato, insieme a Gian Micalessin e a Fausto Biloslavo, l’agenzia di stampa Albatross. Poi aveva iniziato a raccontare, con grande obiettività, le guerre in ogni parte del pianeta, documentandole dal punto di vista di entrambi i fronti.
Grazie anche a tale approccio e alla qualità del materiale prodotto, si era conquistato un’ottima reputazione: i suoi servizi e articoli dal Mozambico, ma anche, in precedenza, da Afghanistan, Eritrea, Angola, Cambogia, Birmania, Medio Oriente, Etiopia, Irlanda del Nord e Filippine (solo per citare alcuni dei luoghi in cui Grilz e i suoi colleghi hanno lavorato), hanno trovato spazio tra gli altri sul Sunday Times e su numerosi importanti network internazionali.
Quella di Almerigo è stata una vita da cronista sempre in viaggio dunque. Fino al 19 maggio 1987 quando, all’alba, accese la sua telecamera per raccontare il conflitto tra l’esercito regolare del Mozambico e i miliziani ribelli. Poco dopo venne colpito alla testa da un proiettile. Morì sul colpo e fu seppellito non lontano dal campo di battaglia che stava raccontando.
Fu il primo giornalista italiano caduto su un campo di battaglia dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. La notizia della sua morte venne data, durante il Tg1 della sera, da un commosso Paolo Frajese.
Simbolo ed esempio di un giornalismo molto lontano da quello fin troppo “da salotto” e “politicamente corretto” di tanta stampa nostrana, Grilz venne parzialmente ostracizzato dai media mainstream italiani di sinistra (alcuni, a ridosso della sua scomparsa, lo definirono addirittura “mercenario”). Il suo ricordo però, che ancora oggi non sempre emerge quanto dovrebbe (vale a titolo di esempio, a questo proposito, il fatto che nell’importante rassegna giornalistica svoltasi pochi giorni fa a Trieste non si sia fatto alcun accenno alla sua storia), resta molto importante sia per l’Italia in generale sia, forse soprattutto, per chi vuole intraprendere la carriera del giornalismo. Perché per Grilz l’importante era raccontare la verità dei fatti attraverso gli uomini che ne sono protagonisti. Il che, appunto, è quello che dovrebbe fare ogni buon giornalista.

Almerigo Grilz era un reporter di guerra che svolgeva il suo lavoro con enorme passione ed altrettanto grande attenzione per la completezza di informazione. Dopo un lungo periodo di militanza giovanile nel Fronte della Gioventù, Grilz aveva deciso di dedicarsi a tempo pieno al giornalismo ed aveva fondato, insieme a Gian Micalessin e a Fausto Biloslavo, l’agenzia di stampa Albatross. Poi aveva iniziato a raccontare, con grande obiettività, le guerre in ogni parte del pianeta, documentandole dal punto di vista di entrambi i fronti.
Grazie anche a tale approccio e alla qualità del materiale prodotto, si era conquistato un’ottima reputazione: i suoi servizi e articoli dal Mozambico, ma anche, in precedenza, da Afghanistan, Eritrea, Angola, Cambogia, Birmania, Medio Oriente, Etiopia, Irlanda del Nord e Filippine (solo per citare alcuni dei luoghi in cui Grilz e i suoi colleghi hanno lavorato), hanno trovato spazio tra gli altri sul Sunday Times e su numerosi importanti network internazionali.
Quella di Almerigo è stata una vita da cronista sempre in viaggio dunque. Fino al 19 maggio 1987 quando, all’alba, accese la sua telecamera per raccontare il conflitto tra l’esercito regolare del Mozambico e i miliziani ribelli. Poco dopo venne colpito alla testa da un proiettile. Morì sul colpo e fu seppellito non lontano dal campo di battaglia che stava raccontando.
Fu il primo giornalista italiano caduto su un campo di battaglia dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. La notizia della sua morte venne data, durante il Tg1 della sera, da un commosso Paolo Frajese.
Simbolo ed esempio di un giornalismo molto lontano da quello fin troppo “da salotto” e “politicamente corretto” di tanta stampa nostrana, Grilz venne parzialmente ostracizzato dai media mainstream italiani di sinistra (alcuni, a ridosso della sua scomparsa, lo definirono addirittura “mercenario”). Il suo ricordo però, che ancora oggi non sempre emerge quanto dovrebbe (vale a titolo di esempio, a questo proposito, il fatto che nell’importante rassegna giornalistica svoltasi pochi giorni fa a Trieste non si sia fatto alcun accenno alla sua storia), resta molto importante sia per l’Italia in generale sia, forse soprattutto, per chi vuole intraprendere la carriera del giornalismo. Perché per Grilz l’importante era raccontare la verità dei fatti attraverso gli uomini che ne sono protagonisti. Il che, appunto, è quello che dovrebbe fare ogni buon giornalista.

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