Altro che furbetti

Il gran giorno dell’Imu è appena passato. Gli italiani dipendenti, da ieri, hanno iniziato a lasciare sul terreno un (bel) po’ della propria tredicesima. Che se ne andrà in imposte, in bollette, che sarà letteralmente fagocitata dalla tassa più iniqua e ingiusta di tutte: l’inflazione. I dati pubblicati ieri dall’Istat confermano, con il crisma dell’ufficialità, che il costo della vita è salito, a novembre, di un ulteriore mezzo punto percentuale che porta il balzo dell’inflazione, sull’anno, alla misura clamorosa del +11,8%. Caro vita, caro energia e pressione fiscale (in Italia siamo ancora attorno al 43,8%) stanno rendendo nero, nerissimo, il Natale dei cittadini.

Un popolo di tartassati

Ci raccontiamo da anni che siamo un popolo di furbetti, di evasori e di elusori. Gli italiani dipinti come gente che non paga, tanto prima o poi arriverà una rottamazione delle cartelle a salvarci. La realtà è ben diversa. Perché la stragrande maggioranza di chi qualcosa ce l’ha, magari perché l’ha ereditata dai genitori o perché se l’è guadagnata col sudore della fronte, paga sempre. E paga per tutti. Furbetti compresi. Un popolo di tartassati che ha versato, nelle casse (sempre asciutte…) dei Comuni una cifra di Imu superiore del 10,65% rispetto al 2021 e del 6,26% dell’anno precedente. Nessuna agevolazione, a meno di vivere in un teatro o all’interno di un cinema. Si paga tutto, fino all’ultimo centesimo. I numeri del Centro studi enti locali, mutuati dalla banca dati Siope, hanno la testa più dura degli stereotipi e dei luoghi comuni agitati, in lungo e in largo, dai soliti noti. Il gettito ordinario complessivo dell’Imu, nel 2019 è stato di 12.448.325.927 euro, nel 2020 13.228.350.288 e nel 2021 13.773.168.830. Nel 2020, rispetto al 2019, il gettito è aumentato del 6,26% (+780.024.361,17 euro), mentre nel 2021 il confronto con il 2019 restituisce una variazione in aumento del 10,65% (+1.324.842.903,65 euro). Nel 2021 si è registrato un ulteriore incremento del +3,96% sul 2020 (in valore assoluto 544.818.542,48 euro). E quest’anno, il gettito è aumentato ancora.

Quanto incassano i Comuni

I Comuni che incassano di più sono quelli che continuano a chiedere soldi allo Stato. Roma, per esempio. O Napoli. La graduatoria dei primi dieci comuni vede in testa proprio la Capitale (1.087.313.055), seguita da Milano (675.381.876), Torino (265.609.425). Ecco che arriva Napoli (197.072.691), poi c’è Genova (179.704.895), quindi Firenze (148.856.198), Bologna (145.638.787), Palermo (87.318.846) e Bari (86.472.751). Da soli, questi dieci Comuni drenano poco meno del 25% dell’intero gettito fiscale Imu italiano, per la precisione il 23%. La Lombardia, con 2.478.554.969 euro, ha mantenuto il primato di Regione con maggiori incassi, seguita da Lazio (1.654.328.446) ed Emilia-Romagna (1.214.567.761). Solo i Comuni del Nord incassano quasi il 50% dell’intero ammontare versato, ogni anno, dagli italiani per l’Imu.

Tasse e confusione

Ma non è solo una questione puramente economica. Accade, a volte, che le tasse generino confusione. E rischiano così di trasformarsi nell’ennesimo laccio che tiene legata l’economia. Risale all’inizio di dicembre, infatti, l’appello di Confindustria a fare chiarezza sulle riforme legate alla Tari, la tassa dei rifiuti. In audizione alla Camera, la vicepresidente per l’Ambiente Katia da Ros aveva denunciato che l’impianto normativo avrebbe potuto portare con sé il rischio di “generare confusione e di portare a letture distorte che rischierebbero di gravare di nuovo le imprese dopo anni e anni di contenziosi, imponendo loro un doppio costo, quello della Tari stessa sui capannoni e magazzini industriali, per un servizio che non ricevono, e quello sopportato per avvalersi del servizio fornito da altre imprese autorizzate alla gestione dei loro rifiuti, come vuole il legislatore europeo, secondo un modello che ci rende leader europei per riciclo dei rifiuti industriali”. Insomma, oltre al danno anche la beffa.

L’inflazione che affama

Intanto, per gli italiani, un’altra “tassa” arriverà dal caro vita. Assoutenti ha denunciato, “allientando” l’attesa per il tradizionale cenone della vigilia di Natale e di San Silvestro (mai così di magro come quest’anno) che le spese alimentari costeranno, alle famiglie italiane, ben 1.018 euro in più. Il calcolo sulla base degli aumenti fotografati dall’Istat, per il settore alimentare, pari al 13,6%. Una famiglia con due figli spenderà una tredicesima, o poco meno, solo per compensare gli aumenti sul carrello della spesa. Uno scenario terribile. Ciò mentre l’Europa torna a predicare austerity.
Il gran giorno dell’Imu è appena passato. Gli italiani dipendenti, da ieri, hanno iniziato a lasciare sul terreno un (bel) po’ della propria tredicesima. Che se ne andrà in imposte, in bollette, che sarà letteralmente fagocitata dalla tassa più iniqua e ingiusta di tutte: l’inflazione. I dati pubblicati ieri dall’Istat confermano, con il crisma dell’ufficialità, che il costo della vita è salito, a novembre, di un ulteriore mezzo punto percentuale che porta il balzo dell’inflazione, sull’anno, alla misura clamorosa del +11,8%. Caro vita, caro energia e pressione fiscale (in Italia siamo ancora attorno al 43,8%) stanno rendendo nero, nerissimo, il Natale dei cittadini.

Un popolo di tartassati

Ci raccontiamo da anni che siamo un popolo di furbetti, di evasori e di elusori. Gli italiani dipinti come gente che non paga, tanto prima o poi arriverà una rottamazione delle cartelle a salvarci. La realtà è ben diversa. Perché la stragrande maggioranza di chi qualcosa ce l’ha, magari perché l’ha ereditata dai genitori o perché se l’è guadagnata col sudore della fronte, paga sempre. E paga per tutti. Furbetti compresi. Un popolo di tartassati che ha versato, nelle casse (sempre asciutte…) dei Comuni una cifra di Imu superiore del 10,65% rispetto al 2021 e del 6,26% dell’anno precedente. Nessuna agevolazione, a meno di vivere in un teatro o all’interno di un cinema. Si paga tutto, fino all’ultimo centesimo. I numeri del Centro studi enti locali, mutuati dalla banca dati Siope, hanno la testa più dura degli stereotipi e dei luoghi comuni agitati, in lungo e in largo, dai soliti noti. Il gettito ordinario complessivo dell’Imu, nel 2019 è stato di 12.448.325.927 euro, nel 2020 13.228.350.288 e nel 2021 13.773.168.830. Nel 2020, rispetto al 2019, il gettito è aumentato del 6,26% (+780.024.361,17 euro), mentre nel 2021 il confronto con il 2019 restituisce una variazione in aumento del 10,65% (+1.324.842.903,65 euro). Nel 2021 si è registrato un ulteriore incremento del +3,96% sul 2020 (in valore assoluto 544.818.542,48 euro). E quest’anno, il gettito è aumentato ancora.

Quanto incassano i Comuni

I Comuni che incassano di più sono quelli che continuano a chiedere soldi allo Stato. Roma, per esempio. O Napoli. La graduatoria dei primi dieci comuni vede in testa proprio la Capitale (1.087.313.055), seguita da Milano (675.381.876), Torino (265.609.425). Ecco che arriva Napoli (197.072.691), poi c’è Genova (179.704.895), quindi Firenze (148.856.198), Bologna (145.638.787), Palermo (87.318.846) e Bari (86.472.751). Da soli, questi dieci Comuni drenano poco meno del 25% dell’intero gettito fiscale Imu italiano, per la precisione il 23%. La Lombardia, con 2.478.554.969 euro, ha mantenuto il primato di Regione con maggiori incassi, seguita da Lazio (1.654.328.446) ed Emilia-Romagna (1.214.567.761). Solo i Comuni del Nord incassano quasi il 50% dell’intero ammontare versato, ogni anno, dagli italiani per l’Imu.

Tasse e confusione

Ma non è solo una questione puramente economica. Accade, a volte, che le tasse generino confusione. E rischiano così di trasformarsi nell’ennesimo laccio che tiene legata l’economia. Risale all’inizio di dicembre, infatti, l’appello di Confindustria a fare chiarezza sulle riforme legate alla Tari, la tassa dei rifiuti. In audizione alla Camera, la vicepresidente per l’Ambiente Katia da Ros aveva denunciato che l’impianto normativo avrebbe potuto portare con sé il rischio di “generare confusione e di portare a letture distorte che rischierebbero di gravare di nuovo le imprese dopo anni e anni di contenziosi, imponendo loro un doppio costo, quello della Tari stessa sui capannoni e magazzini industriali, per un servizio che non ricevono, e quello sopportato per avvalersi del servizio fornito da altre imprese autorizzate alla gestione dei loro rifiuti, come vuole il legislatore europeo, secondo un modello che ci rende leader europei per riciclo dei rifiuti industriali”. Insomma, oltre al danno anche la beffa.

L’inflazione che affama

Intanto, per gli italiani, un’altra “tassa” arriverà dal caro vita. Assoutenti ha denunciato, “allientando” l’attesa per il tradizionale cenone della vigilia di Natale e di San Silvestro (mai così di magro come quest’anno) che le spese alimentari costeranno, alle famiglie italiane, ben 1.018 euro in più. Il calcolo sulla base degli aumenti fotografati dall’Istat, per il settore alimentare, pari al 13,6%. Una famiglia con due figli spenderà una tredicesima, o poco meno, solo per compensare gli aumenti sul carrello della spesa. Uno scenario terribile. Ciò mentre l’Europa torna a predicare austerity.
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