Altro che locomotiva d’Europa la Germania se la passa male

Altro che locomotiva d’Europa: la Germania non se la passa così bene. Per non parlare del governo guidato dal cancelliere Olaf Scholz, in caduta libera nelle preferenze. Mentre Scholz temporeggia sull’invio di ulteriori aiuti militari all’Ucraina (e nel frattempo perde sempre più popolarità), i numeri dell’economia tedesca sono in peggioramento. Tanto che Die Deutsche Wirtschaft lancia un allarme preoccupante: a causa degli effetti delle sanzioni contro la Russia, delle tasse e della burocrazia la Germania sta imboccando pericolosamente la strada della deindustrializzazione. La locomotiva dunque sta finendo il carbone (paradosso doppio, visto che proprio al carbone si sta tornando per sopperire ai rubinetti del gas russo chiusi).
A pesare, anche sulla fiducia dei cittadini, è la guerra russo-ucraina e tutto quello che comporta in termini di contraccolpi sull’economia nazionale. Non a caso, da un recente sondaggio condotto da Euroskopia emerge che il 60% dei tedeschi (a fronte del 50% degli italiani, per esempio) è favorevole a una rapida fine del conflitto in Ucraina, anche se Kiev dovesse cedere parte del proprio territorio alla Russia. In soldoni, la maggioranza dei tedeschi è disposta a prendere atto di una vittoria di Mosca (a dispetto di quanto vuole la Nato, che preme per l’invio dei tank di Berlino a Kiev) pur di vedere la fine della guerra.
Dal canto suo, il ministro delle Finanze Christian Lindner (Fdp, partito liberal democratico) è ottimista e prevede un calo dei tassi di inflazione per quest’anno e il prossimo. Tuttavia, precisa, i prezzi dell’energia non scenderanno, ma rimarranno costantemente elevati. “Sarà una nuova normalità. Il gas liquido che passa attraverso ri rigassificatori è più costoso del gas che arriva dai gasdotti russi solo per ragioni logistiche”, dice Lindner alla Bild am Sonntag. “Il livello dei prezzi rimane più alto, ma senza picchi rovinosi”. Per adesso l’inflazione è in aumento (7,2% a fronte di una previsione del 4,5%), come certifica la Bundesbank. E la crescita economica sarà più debole con una recessione il prossimo anno ormai certa.
Le previsioni di crescita confermano inoltre che la Germania sarà probabilmente uno dei Paesi con le performance più deboli il prossimo anno, in parte a causa della sua eccessiva dipendenza dal gas naturale russo. Nel 2023, l’economia dovrebbe subire una contrazione dello 0,5%, altro che crescita del 2,4% stimata a giugno.
Ma i problemi sono anche e soprattutto politici. L’improvviso viaggio del ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock in Ucraina è la prova di uno scontro tra le forze della maggioranza. Il partito Alleanza 90/Verdi, di cui la Baerbock fa parte, è attivamente sostenuto dagli Stati Uniti, ma non può certo decidere da solo per tutto il governo. In tale ottica dunque il viaggio della Baerbock serviva ad aumentare la pressione sul cancelliere Scholz per indurlo ad aumentare le forniture di aiuti militari all’Ucraina. Un nodo questo che è già costato le dimissioni del ministro della Difesa Christine Lambrecht, membro del Partito Socialdemocratico e, come Scholz, riluttante all’invio dei tank a Zelensky.
Intanto il malcontento sale. A oggi mezzo milione di cittadini hanno firmato una petizione al cancelliere Scholz, scritta da 28 intellettuali ed artisti e lanciata dal magazine femminista Emma, affinché la Germania cessi di inviare armamenti pesanti all’Ucraina e intraprenda un percorso diplomatico per un cessate il fuoco immediato. Un passaggio della petizione – sottoscritta da un numero sufficiente di cittadini per chiedere, almeno in Italia, un referendum – sintetizza in modo inoppugnabile il rischio che corre l’Europa, l’Occidente e forse il mondo intero. “Siamo convinti che due di queste linee di demarcazione siano ormai state raggiunte: in primo luogo, il divieto categorico di accettare un rischio manifesto che questa guerra degeneri in un conflitto nucleare. La consegna di grandi quantità di armi pesanti, tuttavia, potrebbe rendere la Germania stessa parte in guerra. Un contrattacco russo potrebbe quindi innescare la richiesta di assistenza ai sensi del trattato Nato e con essa il pericolo immediato di una guerra mondiale. La seconda linea di demarcazione è il livello di distruzione e sofferenza umana tra i civili ucraini. Anche la legittima resistenza a un aggressore a un certo punto può diventare di una sproporzione intollerabile”. Ancora, i firmatari mettono in guardia “contro un duplice errore: in primo luogo, ritenere che la responsabilità per il rischio di un’escalation di un conflitto nucleare ricada esclusivamente sull’aggressore originario e non anche su coloro che gli forniscono apertamente un motivo per un’eventuale azione criminale. E d’altra parte, che la decisione sulla responsabilità morale degli ulteriori costi in vite umane tra la popolazione civile ucraina ricada esclusivamente sotto la competenza del loro governo. Le norme moralmente vincolanti sono di natura universale”.
Un appello che, al di là di quanto potrà smuovere le coscienze dei governanti tedeschi (in tanti scommettono che alla fine Berlino farà come chiede Washington), dà il polso di una nazione che sta vivendo una crisi inedita. Per una guerra non voluta da sei tedeschi su dieci.
Altro che locomotiva d’Europa: la Germania non se la passa così bene. Per non parlare del governo guidato dal cancelliere Olaf Scholz, in caduta libera nelle preferenze. Mentre Scholz temporeggia sull’invio di ulteriori aiuti militari all’Ucraina (e nel frattempo perde sempre più popolarità), i numeri dell’economia tedesca sono in peggioramento. Tanto che Die Deutsche Wirtschaft lancia un allarme preoccupante: a causa degli effetti delle sanzioni contro la Russia, delle tasse e della burocrazia la Germania sta imboccando pericolosamente la strada della deindustrializzazione. La locomotiva dunque sta finendo il carbone (paradosso doppio, visto che proprio al carbone si sta tornando per sopperire ai rubinetti del gas russo chiusi).
A pesare, anche sulla fiducia dei cittadini, è la guerra russo-ucraina e tutto quello che comporta in termini di contraccolpi sull’economia nazionale. Non a caso, da un recente sondaggio condotto da Euroskopia emerge che il 60% dei tedeschi (a fronte del 50% degli italiani, per esempio) è favorevole a una rapida fine del conflitto in Ucraina, anche se Kiev dovesse cedere parte del proprio territorio alla Russia. In soldoni, la maggioranza dei tedeschi è disposta a prendere atto di una vittoria di Mosca (a dispetto di quanto vuole la Nato, che preme per l’invio dei tank di Berlino a Kiev) pur di vedere la fine della guerra.
Dal canto suo, il ministro delle Finanze Christian Lindner (Fdp, partito liberal democratico) è ottimista e prevede un calo dei tassi di inflazione per quest’anno e il prossimo. Tuttavia, precisa, i prezzi dell’energia non scenderanno, ma rimarranno costantemente elevati. “Sarà una nuova normalità. Il gas liquido che passa attraverso ri rigassificatori è più costoso del gas che arriva dai gasdotti russi solo per ragioni logistiche”, dice Lindner alla Bild am Sonntag. “Il livello dei prezzi rimane più alto, ma senza picchi rovinosi”. Per adesso l’inflazione è in aumento (7,2% a fronte di una previsione del 4,5%), come certifica la Bundesbank. E la crescita economica sarà più debole con una recessione il prossimo anno ormai certa.
Le previsioni di crescita confermano inoltre che la Germania sarà probabilmente uno dei Paesi con le performance più deboli il prossimo anno, in parte a causa della sua eccessiva dipendenza dal gas naturale russo. Nel 2023, l’economia dovrebbe subire una contrazione dello 0,5%, altro che crescita del 2,4% stimata a giugno.
Ma i problemi sono anche e soprattutto politici. L’improvviso viaggio del ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock in Ucraina è la prova di uno scontro tra le forze della maggioranza. Il partito Alleanza 90/Verdi, di cui la Baerbock fa parte, è attivamente sostenuto dagli Stati Uniti, ma non può certo decidere da solo per tutto il governo. In tale ottica dunque il viaggio della Baerbock serviva ad aumentare la pressione sul cancelliere Scholz per indurlo ad aumentare le forniture di aiuti militari all’Ucraina. Un nodo questo che è già costato le dimissioni del ministro della Difesa Christine Lambrecht, membro del Partito Socialdemocratico e, come Scholz, riluttante all’invio dei tank a Zelensky.
Intanto il malcontento sale. A oggi mezzo milione di cittadini hanno firmato una petizione al cancelliere Scholz, scritta da 28 intellettuali ed artisti e lanciata dal magazine femminista Emma, affinché la Germania cessi di inviare armamenti pesanti all’Ucraina e intraprenda un percorso diplomatico per un cessate il fuoco immediato. Un passaggio della petizione – sottoscritta da un numero sufficiente di cittadini per chiedere, almeno in Italia, un referendum – sintetizza in modo inoppugnabile il rischio che corre l’Europa, l’Occidente e forse il mondo intero. “Siamo convinti che due di queste linee di demarcazione siano ormai state raggiunte: in primo luogo, il divieto categorico di accettare un rischio manifesto che questa guerra degeneri in un conflitto nucleare. La consegna di grandi quantità di armi pesanti, tuttavia, potrebbe rendere la Germania stessa parte in guerra. Un contrattacco russo potrebbe quindi innescare la richiesta di assistenza ai sensi del trattato Nato e con essa il pericolo immediato di una guerra mondiale. La seconda linea di demarcazione è il livello di distruzione e sofferenza umana tra i civili ucraini. Anche la legittima resistenza a un aggressore a un certo punto può diventare di una sproporzione intollerabile”. Ancora, i firmatari mettono in guardia “contro un duplice errore: in primo luogo, ritenere che la responsabilità per il rischio di un’escalation di un conflitto nucleare ricada esclusivamente sull’aggressore originario e non anche su coloro che gli forniscono apertamente un motivo per un’eventuale azione criminale. E d’altra parte, che la decisione sulla responsabilità morale degli ulteriori costi in vite umane tra la popolazione civile ucraina ricada esclusivamente sotto la competenza del loro governo. Le norme moralmente vincolanti sono di natura universale”.
Un appello che, al di là di quanto potrà smuovere le coscienze dei governanti tedeschi (in tanti scommettono che alla fine Berlino farà come chiede Washington), dà il polso di una nazione che sta vivendo una crisi inedita. Per una guerra non voluta da sei tedeschi su dieci.
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