Altro che sciura Letizia la Moratti al Pirellone spacca in due il Pd

Altro che correnti, la rovina del Pd sono le donne e le primedonne. Non è bastato a Enrico Letta fare una campagna elettorale così ideologica da convogliare centinaia di migliaia di voti su Giorgia Meloni, consegnandole così il paese su un vassoio d’argento alla leader di Fratelli d’Italia. Adesso i dem vogliono perdere pure la Regione Lombardia.

La rottura di Letizia Moratti con il presidente Attilio Fontana ha scombinato le pedine sulla scacchiera delle Regionali, perché la sua corsa in solitaria mette pesantemente in difficoltà il centrodestra. Quale occasione più ghiotta per la sinistra che puntare tutto sulla calamita Letizia. Letta, in un solo colpo, correrebbe con un cavallo vincente, visto che tra i lombardi è lei la favorita, e avrebbe la sua donna a dimostrare che il femminismo tanto celebrato nel partito non è ridotto al sistema delle quote rosa o ai sogni di gloria di Deborah Serracchiani, che vede come un miraggio il ruolo di Giorgia Meloni premier.

Anche il Pd potrebbe simbolicamente avere la sua Giorgia, in Letizia, soprattutto alla luce del fatto che la candidatura della Moratti nella corsa a governatore è già stata appoggiata da Carlo Calenda e Matteo Renzi, con il loro Terzo Polo. Allora il nome dell’ex vice presidente della Lombardia già sindaco di Milano avrebbe potuto riunire il grande campo della sinistra, lasciando fuori i 5 Stelle, che nel capoluogo meneghino non sono così radicati, e portare alla débâcle il centrodestra, che non gode di un consenso così forte attorno al nome di Attilio Fontana. E invece niente da fare. Non solo Moratti non consolida il fronte di sinistra, ma Letizia spacca addirittura il Pd dall’interno. Perché l’aspirante governatrice, pur ufficializzando la sua corsa sotto il simbolo di Azione e Italia Viva, ha aperto al Pd, chiedendo l’appoggio ai dem. “Mi candido. Perché ci sono momenti nei quali si deve scegliere da che parte stare. Voglio riportare la Lombardia in Champions League”, ha detto Moratti, la quale, rivolgendosi al Partito democratico, propone un’alleanza larga per battere le destre, sottolineando che “si tratta di mettere insieme forze diverse – riformisti, liberali e socialisti – per rimodellare un’offerta politica nuova e vincente”.
L’obiettivo della nuova terzopolista è quello di unire “riformismo e pragmatismo”. Perché è chiaro che bisogna essere anche pragmatici quando tocca prendere i voti. Preferenze che certamente non mancheranno a Moratti, sia per il percorso politico che ha alle spalle e soprattutto per la sua gestione della pandemia in quella che, oltre a essere stata una delle regioni più colpite dal Covid-19, con le bare di Bergamo è diventata anche il simbolo della battaglia del nostro Paese al coronavirus. Tanto più che l’ex assessore della Giunta Fontana ha già messo sul piatto i temi, spiegando che vuole una Lombardia “aperta al mondo, solidale, attenta all’inclusione”. I grandi temi della sinistra, ma il Pd non sembra aver colto la chiamata alle armi della donna e sceglie la solita dialettica delle primedonne che animano le correnti.

Nonostante Moratti abbia ricevuto telefonate da diversi esponenti dem per un eventuale ticket con Carlo Cottarelli, nome forte per buona parte del Pd ma debole alle urne, l’assemblea del partito indica un’altra strada, con il segretario regionale Vinicio Peluffo, il quale fa sapere come la “Moratti non è un’opzione”. Sbarra la strada a Letizia anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, il quale sperava in un appoggio di Calenda e Renzi a un candidato dem e definisce la candidatura dell’ex assessore “un peccato perché anche tra noi sindaci ci si era detto: meglio guardare al Terzo polo”. Sala spinge per un’alleanza con il Movimento 5 Stelle alle Regionali sia in Lombardia come nel Lazio, ma l’accordo sembra allontanarsi sempre più perché i grillini “credo abbiano la volontà di andare da soli”, ha spiegato Sala.

Il primo cittadino, però, cerca di mettere in guardia i compagni dal rischio, ora concreto, di perdere una regione strategica come la Lombardia. “Nelle Regionali bisogna capire se i partiti mirano a vincere o a consolidare il loro posizionamento a livello nazionale. Il Pd in Lombardia deve cercare di vincere”. Un appello all’unità che risuona nell’imbarazzante silenzio dei big del Partito democratico. Perfino Matteo Renzi, pochi giorni prima di ufficializzare la candidatura di Letizia Moratti, aveva mandato un messaggio chiaro a Letta: “Se io fossi segretario del Pd, chiamerei di corsa Moratti e le direi di andare insieme. Se il Pd avesse voglia di vincere le elezioni in Lombardia”. E invece nulla. Letta, in sordina e senza tanti proclami, sceglie Cottarelli, contro la maggioranza del partito che parla di primarie per la scelta del nome del candidato. “Abbiamo rivolto un appello a tutte le forze per una proposta programmatica, che consenta di costruire insieme una coalizione. Si decide insieme: per noi lo strumento è quello delle primarie di coalizione. Non vogliamo imporre a nessuno un candidato, né tantomeno ci facciamo imporre delle candidature: non siamo per i diktat”, ha precisato il segretario regionale lombardo Peluffo. Neppure Matteo Orfini cede all’attrazione della calamita Letizia e chiude le porte a qualsiasi dialogo con la candidata del Terzo Polo. “Lavoriamo a una soluzione di centrosinistra e la Moratti non è di centrosinistra”, dice Orfini liquidando la questione. Insomma, un cortocircuito nel partito che potrebbe portare alla disfatta. Il tutto mentre Enrico sta sereno e fa la sua traversata nel deserto delle idee, nel percorso “aperto e libero per la Costituente di una nuova sinistra di governo”, dice lui. D’altronde Letta ha già consegnato il Paese a Giorgia Meloni, quindi sa come si fa.

Altro che correnti, la rovina del Pd sono le donne e le primedonne. Non è bastato a Enrico Letta fare una campagna elettorale così ideologica da convogliare centinaia di migliaia di voti su Giorgia Meloni, consegnandole così il paese su un vassoio d’argento alla leader di Fratelli d’Italia. Adesso i dem vogliono perdere pure la Regione Lombardia.

La rottura di Letizia Moratti con il presidente Attilio Fontana ha scombinato le pedine sulla scacchiera delle Regionali, perché la sua corsa in solitaria mette pesantemente in difficoltà il centrodestra. Quale occasione più ghiotta per la sinistra che puntare tutto sulla calamita Letizia. Letta, in un solo colpo, correrebbe con un cavallo vincente, visto che tra i lombardi è lei la favorita, e avrebbe la sua donna a dimostrare che il femminismo tanto celebrato nel partito non è ridotto al sistema delle quote rosa o ai sogni di gloria di Deborah Serracchiani, che vede come un miraggio il ruolo di Giorgia Meloni premier.

Anche il Pd potrebbe simbolicamente avere la sua Giorgia, in Letizia, soprattutto alla luce del fatto che la candidatura della Moratti nella corsa a governatore è già stata appoggiata da Carlo Calenda e Matteo Renzi, con il loro Terzo Polo. Allora il nome dell’ex vice presidente della Lombardia già sindaco di Milano avrebbe potuto riunire il grande campo della sinistra, lasciando fuori i 5 Stelle, che nel capoluogo meneghino non sono così radicati, e portare alla débâcle il centrodestra, che non gode di un consenso così forte attorno al nome di Attilio Fontana. E invece niente da fare. Non solo Moratti non consolida il fronte di sinistra, ma Letizia spacca addirittura il Pd dall’interno. Perché l’aspirante governatrice, pur ufficializzando la sua corsa sotto il simbolo di Azione e Italia Viva, ha aperto al Pd, chiedendo l’appoggio ai dem. “Mi candido. Perché ci sono momenti nei quali si deve scegliere da che parte stare. Voglio riportare la Lombardia in Champions League”, ha detto Moratti, la quale, rivolgendosi al Partito democratico, propone un’alleanza larga per battere le destre, sottolineando che “si tratta di mettere insieme forze diverse – riformisti, liberali e socialisti – per rimodellare un’offerta politica nuova e vincente”.
L’obiettivo della nuova terzopolista è quello di unire “riformismo e pragmatismo”. Perché è chiaro che bisogna essere anche pragmatici quando tocca prendere i voti. Preferenze che certamente non mancheranno a Moratti, sia per il percorso politico che ha alle spalle e soprattutto per la sua gestione della pandemia in quella che, oltre a essere stata una delle regioni più colpite dal Covid-19, con le bare di Bergamo è diventata anche il simbolo della battaglia del nostro Paese al coronavirus. Tanto più che l’ex assessore della Giunta Fontana ha già messo sul piatto i temi, spiegando che vuole una Lombardia “aperta al mondo, solidale, attenta all’inclusione”. I grandi temi della sinistra, ma il Pd non sembra aver colto la chiamata alle armi della donna e sceglie la solita dialettica delle primedonne che animano le correnti.

Nonostante Moratti abbia ricevuto telefonate da diversi esponenti dem per un eventuale ticket con Carlo Cottarelli, nome forte per buona parte del Pd ma debole alle urne, l’assemblea del partito indica un’altra strada, con il segretario regionale Vinicio Peluffo, il quale fa sapere come la “Moratti non è un’opzione”. Sbarra la strada a Letizia anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, il quale sperava in un appoggio di Calenda e Renzi a un candidato dem e definisce la candidatura dell’ex assessore “un peccato perché anche tra noi sindaci ci si era detto: meglio guardare al Terzo polo”. Sala spinge per un’alleanza con il Movimento 5 Stelle alle Regionali sia in Lombardia come nel Lazio, ma l’accordo sembra allontanarsi sempre più perché i grillini “credo abbiano la volontà di andare da soli”, ha spiegato Sala.

Il primo cittadino, però, cerca di mettere in guardia i compagni dal rischio, ora concreto, di perdere una regione strategica come la Lombardia. “Nelle Regionali bisogna capire se i partiti mirano a vincere o a consolidare il loro posizionamento a livello nazionale. Il Pd in Lombardia deve cercare di vincere”. Un appello all’unità che risuona nell’imbarazzante silenzio dei big del Partito democratico. Perfino Matteo Renzi, pochi giorni prima di ufficializzare la candidatura di Letizia Moratti, aveva mandato un messaggio chiaro a Letta: “Se io fossi segretario del Pd, chiamerei di corsa Moratti e le direi di andare insieme. Se il Pd avesse voglia di vincere le elezioni in Lombardia”. E invece nulla. Letta, in sordina e senza tanti proclami, sceglie Cottarelli, contro la maggioranza del partito che parla di primarie per la scelta del nome del candidato. “Abbiamo rivolto un appello a tutte le forze per una proposta programmatica, che consenta di costruire insieme una coalizione. Si decide insieme: per noi lo strumento è quello delle primarie di coalizione. Non vogliamo imporre a nessuno un candidato, né tantomeno ci facciamo imporre delle candidature: non siamo per i diktat”, ha precisato il segretario regionale lombardo Peluffo. Neppure Matteo Orfini cede all’attrazione della calamita Letizia e chiude le porte a qualsiasi dialogo con la candidata del Terzo Polo. “Lavoriamo a una soluzione di centrosinistra e la Moratti non è di centrosinistra”, dice Orfini liquidando la questione. Insomma, un cortocircuito nel partito che potrebbe portare alla disfatta. Il tutto mentre Enrico sta sereno e fa la sua traversata nel deserto delle idee, nel percorso “aperto e libero per la Costituente di una nuova sinistra di governo”, dice lui. D’altronde Letta ha già consegnato il Paese a Giorgia Meloni, quindi sa come si fa.

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