Ambiente, diventa legge il “Salvamare”

Diventa legge il “Salvamare”, il decreto approvato dal Senato dopo un lungo iter parlamentare, partito 3 anni fa con il deposito alla Camera del disegno di legge, voluto dall’allora ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Si punta al risanamento dell’ecosistema marino, alla promozione dell’economia circolare, alla sensibilizzazione della collettività. E si avvia la creazione di una catena del valore fondata innanzitutto sui comportamenti virtuosi dei pescatori, finora obbligati a gettare nuovamente in mare i rifiuti, principalmente di plastica, rinvenuti in mare. Ora, potranno portarli a riva. Qui le autorità portuali saranno obbligate alla loro raccolta.

Le stime sono significative. Per Fedagripesca – Confcooperative, se l’intera flotta da pesca in Italia portasse a terra tutti i rifiuti che trova, in 10 anni solo il mare si libererebbe da almeno 30 mila tonnellate. Ma si registra la preoccupazione degli ambientalisti sull’incompletezza della visione di scenario della questione. Il Wwf, ad esempio, ritiene che la legge non sia intervenuta su alcune problematiche legate alla gestione delle biomasse vegetali: “Non viene posto freno alla cattiva gestione della posidonia oceanica spiaggiata, che rappresenta un elemento essenziale per la biodiversità degli ecosistemi costieri e garantisce una protezione naturale dall’erosione costiera. Ed è fortemente criticabile la scelta di eliminare l’articolo 12, che avrebbe introdotto disposizioni in materia di prodotti che rilasciano microfibre in plastica che inquinano i mari”. Una revisione che, nei fatti, non interviene sulla discussa questione dei rifiuti tessili.

Da segnalare che il decreto legge non rimarrà orfano di un accompagnamento da parte del Governo. E’ previsto presso il ministero della Transizione ecologica un tavolo interministeriale di consultazione permanente, che monitorerà il contrasto dell’inquinamento marino, le reali azioni della filiera della pesca, l’andamento del recupero dei rifiuti. E una relazione annuale darà conto dell’attuazione della legge. I costi di gestione saranno a carico della collettività, sotto forma di tassa sui rifiuti, spetterà all’Arera, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, stabilire i criteri e le modalità di definizione di questa componente.

Ma sul tema ambientale si segnala un altro “warning” dell’Europa, che continua a segnalare azioni inadeguate dell’Italia in materia di tutela dell’ambiente. La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha dichiarato l’infrazione dell’Italia per il mancato rispetto, sistematico e continuativo, del valore limite annuale fissato per il biossido d’azoto in varie zone del Paese circa la qualità dell’aria. Inevasi gli obblighi sul contenimento dei valori limite annuali di NO2, dal 2010 fino al 2018, negli agglomerati di Torino, Milano, Bergamo, Brescia, Firenze, Roma e nel comune di Genova.

Diventa legge il “Salvamare”, il decreto approvato dal Senato dopo un lungo iter parlamentare, partito 3 anni fa con il deposito alla Camera del disegno di legge, voluto dall’allora ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Si punta al risanamento dell’ecosistema marino, alla promozione dell’economia circolare, alla sensibilizzazione della collettività. E si avvia la creazione di una catena del valore fondata innanzitutto sui comportamenti virtuosi dei pescatori, finora obbligati a gettare nuovamente in mare i rifiuti, principalmente di plastica, rinvenuti in mare. Ora, potranno portarli a riva. Qui le autorità portuali saranno obbligate alla loro raccolta.

Le stime sono significative. Per Fedagripesca – Confcooperative, se l’intera flotta da pesca in Italia portasse a terra tutti i rifiuti che trova, in 10 anni solo il mare si libererebbe da almeno 30 mila tonnellate. Ma si registra la preoccupazione degli ambientalisti sull’incompletezza della visione di scenario della questione. Il Wwf, ad esempio, ritiene che la legge non sia intervenuta su alcune problematiche legate alla gestione delle biomasse vegetali: “Non viene posto freno alla cattiva gestione della posidonia oceanica spiaggiata, che rappresenta un elemento essenziale per la biodiversità degli ecosistemi costieri e garantisce una protezione naturale dall’erosione costiera. Ed è fortemente criticabile la scelta di eliminare l’articolo 12, che avrebbe introdotto disposizioni in materia di prodotti che rilasciano microfibre in plastica che inquinano i mari”. Una revisione che, nei fatti, non interviene sulla discussa questione dei rifiuti tessili.

Da segnalare che il decreto legge non rimarrà orfano di un accompagnamento da parte del Governo. E’ previsto presso il ministero della Transizione ecologica un tavolo interministeriale di consultazione permanente, che monitorerà il contrasto dell’inquinamento marino, le reali azioni della filiera della pesca, l’andamento del recupero dei rifiuti. E una relazione annuale darà conto dell’attuazione della legge. I costi di gestione saranno a carico della collettività, sotto forma di tassa sui rifiuti, spetterà all’Arera, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, stabilire i criteri e le modalità di definizione di questa componente.

Ma sul tema ambientale si segnala un altro “warning” dell’Europa, che continua a segnalare azioni inadeguate dell’Italia in materia di tutela dell’ambiente. La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha dichiarato l’infrazione dell’Italia per il mancato rispetto, sistematico e continuativo, del valore limite annuale fissato per il biossido d’azoto in varie zone del Paese circa la qualità dell’aria. Inevasi gli obblighi sul contenimento dei valori limite annuali di NO2, dal 2010 fino al 2018, negli agglomerati di Torino, Milano, Bergamo, Brescia, Firenze, Roma e nel comune di Genova.

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