L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Anche sul referendum a sinistra l’unità è un hashtag, non un progetto politico

di Eleonora Manzo -


Dicono che il centrosinistra si sia ritrovato unito, finalmente, per gridare il suo ‘No’ al referendum sulla giustizia. Ma se quella di piazza del Popolo a Roma era davvero un’immagine d’unità, dev’essere stata scattata con un grandangolare, di quelli che deformano la prospettiva. Perché, a guardarla senza filtro, più che un fronte compatto sembrava una riunione di condominio tra vecchi coinquilini che fingono di volersi ancora bene.

Sul palco, Schlein e Conte hanno messo in scena la solita pièce: lei in versione ‘difendiamo la democrazia’, lui in toga immaginaria da avvocato del popolo. Tanta oratoria, poche idee. Si sono alternati nell’elogio della Costituzione e nel dramma della ‘deriva autoritaria della Meloni’. Un copione rodato che garantisce applausi, qualche coro e quella retorica da resistenza permanente che piace tanto al pubblico militante.

Ma, a ben vedere, c’erano i soliti grandi assenti. Dove erano i riformisti, i liberali, i moderati di Azione o quel che resta dell’area centrista? Forse a casa, davanti al telegiornale, a chiedersi se davvero si possa chiamare ‘campo largo’ una piazza che pesca solo nello stagno più ideologico della sinistra. Perché questa non è un’unione progressista: è un’unione di convenienza, un cartello contro qualcuno – mai per qualcosa.

Il problema è proprio questo: la sinistra riesce a unirsi solo nel dire No. Non c’è una proposta concreta per la giustizia, per i cittadini, per il Paese. Solo un grido rituale, un gesto identitario. Si ripetono parole come Libertà, Costituzione, Indipendenza dei magistrati, ma dietro lo slogan il deserto delle idee.

Sul fronte del No convivono infatti garantisti pentiti, giustizialisti di ritorno, ex riformisti in crisi di ruolo e correnti che non dialogano tra loro da mesi. E il risultato si vede: una piazza ‘contro il governo’ più che ‘per un’alternativa’. Un’insegna da usare finché la foto tiene, prima che tornino le solite risse interne e qualcuno decida di cancellare con una X il volto del nemico di turno.
Alla fine, la sensazione è sempre la stessa: il centrosinistra resta una compagnia di giro che recita un copione vecchio, convinta che basti evocare la paura dell’avversario per tornare credibile.

Ma il pubblico è stanco, il palcoscenico traballa, e dietro le quinte non c’è alcuna visione nuova che valga il prezzo del biglietto.


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