Anno 2022: fuga dalla scuola Non è un Paese per studenti

Se un Paese che non investe sulla scuola è un Paese fallito, l’Italia è certamente destinata a un baratro culturale dal quale non potrà uscire. L’istruzione, infatti, non sembra una priorità per i nostri governanti, ma più un tema sempreverde, ben posizionato in un “vaso” elettorale che però non viene mai innaffiato, perché non porta acqua al mulino dei partiti. Anzi, la questione culturale, ormai da anni appannaggio della sinistra, è quella che si respira nei salotti radical e mai nelle aule della scuola. Dalle quali i nostri ragazzi fuggono e vanno ad alimentare i numeri di una dispersione scolastica che ha toccato punte preoccupanti. Lo dice il nuovo rapporto di Save The Children, che nel nuovo rapporto ha misurato al 12,7 per cento il tasso di uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione, dunque ben lontano dal limite minimo del 9 per cento fissato dall’Ue, piazzando il nostro Paese tra i peggiori d’Europa.
L’Italia, che ha dato i natali a premi Nobel per la letteratura come Eugenio Montale, Giosuè Carducci, Grazia Deledda e tanti altri, si trova al terzultimo posto nella triste classifica dei giovani che lasciano la scuola. Peggio di noi solo Spagna e Romania, rispettivamente al 15,3 e al 13,3 per cento.

E il dato diventa ancor più tragico se analizzato sulla base delle profonde diseguaglianze territoriali dello Stivale, che emergono dallo studio diffuso dalla Ong, che per infondere una speranza sulla necessità di cambiare rotta, lo ha chiamato “Alla ricerca del tempo perduto”, prendendo in prestito il titolo di uno dei romanzi più importanti di Marcel Proust. Dai dati emerge che è il Sud a soffrire di più e che il numero degli alunni meridionali che abbandonano la scuola va ben oltre la media nazionale. La situazione peggiore è rappresentata dalla Sicilia, con un indice di dispersione del 21,1 per cento, segue la Puglia con il 17,6 per cento, poi la Campania, che si attesta al 16,4 e infine la Calabria, con il suo 14 percento di fuga dalle lezioni. A pesare sulle scelte dei ragazzi a lasciare la scuola ci sono certamente le condizioni sociali del nucleo familiare, cche si vanno a correlare tra l’altro a indicatori strutturali di tempi, spazi e servizi educativi, a seconda della qualità dell’offerta scolastica messa in campo dai singoli istituti. Il tempo pieno, un buon servizio di mensa, una palestra accessoriata suscitano un interesse maggiore negli studenti che va ad aumentare il livello di apprendimento degli scolari. Anche su questi aspetti le differenze terriroriali sono evidenti e si legano certamente alle realtà socio economiche regionali. Al centro e al nord del Belpaese almeno il 50 per cento delle scuole primarie ha una mensa, che svolge sia una funziona sociale, in quanto è in grado di fornire un pasto anche agli studenti che vivono sotto la soglia di povertà, sia un ruolo relazionale, perché permette la socialità con i compagni e crea relazioni fin dall’infanzia, fondamentali per lo sviluppo psicofisico dei bambini. Mense che sono quasi un miraggio a Napoli, dove solo il 6 per cento delle scuole le ha attivate. E non va meglio nelle altre città del sud, se calcoliamo che province come Ragusa, Agrigento e Catania si attestano sotto al 10 per cento.

Scarseggiano le palestre nelle scuole elementari di Calabria e Sicilia, con un misero 10 per cento delle strutture contro il 50-60 per cento delle province del centro e del nord. “Tuttavia, l’analisi proposta evidenzia quanto un’offerta adeguata di spazi e di tempi educativi possa contribuire efficacemente a ridurre le disuguaglianze educative territoriali. È un vero paradosso”, sottolinea il documento, “che, pur ribadendo l’importanza della qualità dell’offerta educativa, i territori dove la povertà minorile è più forte siano in Italia quelli dove la scuola è più povera, privata di tempo pieno, mense e palestre. Proprio dove i bambini, le bambine e gli adolescenti affrontano, con le loro famiglie, le maggiori difficoltà economiche c’è al contrario maggior bisogno di un’offerta educativa più ricca. Il rapporto mette in evidenza, del resto, che quando questa offerta scolastica è potenziata, questa è in grado di fare la differenza, anche nelle province con maggior numero di minori in difficoltà socioeconomica”, si legge.

Un report che fotografa una situazione drammatica, resa già difficile da due anni di pandemia, durante i quali la famigerata didattica a distanza ha ancor più aumentato il gap tra scuola e ragazzi, in una sorta di allontanamento psicologico che ha reso la formazione culturale quasi un qualcosa di superfluo. Perché è questo il messaggio che è passato dalla politica: nella sua mission di salvare vite dal Covid non ci ha pensato due volte a sacrificare la scuola, sottovalutando gli effetti a lungo termine che, oggi, irrompono in tutta la sua drammaticità. Tanto che Save The Children ha ideato una campagna social con TikTok e la content factory Mambo per combattere la dispersione scolastica, impostando così una linea d’azione da giocare sul piano comunicativo di maggior comprensione per le nuove generazioni. Se però il mezzo è il messaggio, secondo l’interpretazione del più noto mass mediologo Marshall McLuhan, la strategia sembra destinata a non avere presa sui più giovani, visto come sono stati accolti i filmati dei principali leader dei partiti sbarcati sul social network cinese per raggiungere i ragazzi.

Da un lato il tentativo di convincere gli studenti a non abbandonare la scuola, dall’altro un monito alla politica. La Ong, infatti, ha lanciato un appello ai partiti che sono in corsa alle elezioni politiche del prossimo 25 settembre: chiunque vincerà e avrà l’incarico di formare il nuovo governo dovrà evitare che il peso della crisi socioeconomica colpisca i bambini e gli adolescenti, perché sono loro il futuro del Paese. Serve coraggio, perché a seconda delle scelte politiche che l’Italia prenderà sul fronte della formazione e della scuola, ormai mandata avanti esclusivamente grazie alla missione di docenti sottopagati e bistrattati, dipenderanno le sorti dell’Italia. 

Se un Paese che non investe sulla scuola è un Paese fallito, l’Italia è certamente destinata a un baratro culturale dal quale non potrà uscire. L’istruzione, infatti, non sembra una priorità per i nostri governanti, ma più un tema sempreverde, ben posizionato in un “vaso” elettorale che però non viene mai innaffiato, perché non porta acqua al mulino dei partiti. Anzi, la questione culturale, ormai da anni appannaggio della sinistra, è quella che si respira nei salotti radical e mai nelle aule della scuola. Dalle quali i nostri ragazzi fuggono e vanno ad alimentare i numeri di una dispersione scolastica che ha toccato punte preoccupanti. Lo dice il nuovo rapporto di Save The Children, che nel nuovo rapporto ha misurato al 12,7 per cento il tasso di uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione, dunque ben lontano dal limite minimo del 9 per cento fissato dall’Ue, piazzando il nostro Paese tra i peggiori d’Europa.
L’Italia, che ha dato i natali a premi Nobel per la letteratura come Eugenio Montale, Giosuè Carducci, Grazia Deledda e tanti altri, si trova al terzultimo posto nella triste classifica dei giovani che lasciano la scuola. Peggio di noi solo Spagna e Romania, rispettivamente al 15,3 e al 13,3 per cento.

E il dato diventa ancor più tragico se analizzato sulla base delle profonde diseguaglianze territoriali dello Stivale, che emergono dallo studio diffuso dalla Ong, che per infondere una speranza sulla necessità di cambiare rotta, lo ha chiamato “Alla ricerca del tempo perduto”, prendendo in prestito il titolo di uno dei romanzi più importanti di Marcel Proust. Dai dati emerge che è il Sud a soffrire di più e che il numero degli alunni meridionali che abbandonano la scuola va ben oltre la media nazionale. La situazione peggiore è rappresentata dalla Sicilia, con un indice di dispersione del 21,1 per cento, segue la Puglia con il 17,6 per cento, poi la Campania, che si attesta al 16,4 e infine la Calabria, con il suo 14 percento di fuga dalle lezioni. A pesare sulle scelte dei ragazzi a lasciare la scuola ci sono certamente le condizioni sociali del nucleo familiare, cche si vanno a correlare tra l’altro a indicatori strutturali di tempi, spazi e servizi educativi, a seconda della qualità dell’offerta scolastica messa in campo dai singoli istituti. Il tempo pieno, un buon servizio di mensa, una palestra accessoriata suscitano un interesse maggiore negli studenti che va ad aumentare il livello di apprendimento degli scolari. Anche su questi aspetti le differenze terriroriali sono evidenti e si legano certamente alle realtà socio economiche regionali. Al centro e al nord del Belpaese almeno il 50 per cento delle scuole primarie ha una mensa, che svolge sia una funziona sociale, in quanto è in grado di fornire un pasto anche agli studenti che vivono sotto la soglia di povertà, sia un ruolo relazionale, perché permette la socialità con i compagni e crea relazioni fin dall’infanzia, fondamentali per lo sviluppo psicofisico dei bambini. Mense che sono quasi un miraggio a Napoli, dove solo il 6 per cento delle scuole le ha attivate. E non va meglio nelle altre città del sud, se calcoliamo che province come Ragusa, Agrigento e Catania si attestano sotto al 10 per cento.

Scarseggiano le palestre nelle scuole elementari di Calabria e Sicilia, con un misero 10 per cento delle strutture contro il 50-60 per cento delle province del centro e del nord. “Tuttavia, l’analisi proposta evidenzia quanto un’offerta adeguata di spazi e di tempi educativi possa contribuire efficacemente a ridurre le disuguaglianze educative territoriali. È un vero paradosso”, sottolinea il documento, “che, pur ribadendo l’importanza della qualità dell’offerta educativa, i territori dove la povertà minorile è più forte siano in Italia quelli dove la scuola è più povera, privata di tempo pieno, mense e palestre. Proprio dove i bambini, le bambine e gli adolescenti affrontano, con le loro famiglie, le maggiori difficoltà economiche c’è al contrario maggior bisogno di un’offerta educativa più ricca. Il rapporto mette in evidenza, del resto, che quando questa offerta scolastica è potenziata, questa è in grado di fare la differenza, anche nelle province con maggior numero di minori in difficoltà socioeconomica”, si legge.

Un report che fotografa una situazione drammatica, resa già difficile da due anni di pandemia, durante i quali la famigerata didattica a distanza ha ancor più aumentato il gap tra scuola e ragazzi, in una sorta di allontanamento psicologico che ha reso la formazione culturale quasi un qualcosa di superfluo. Perché è questo il messaggio che è passato dalla politica: nella sua mission di salvare vite dal Covid non ci ha pensato due volte a sacrificare la scuola, sottovalutando gli effetti a lungo termine che, oggi, irrompono in tutta la sua drammaticità. Tanto che Save The Children ha ideato una campagna social con TikTok e la content factory Mambo per combattere la dispersione scolastica, impostando così una linea d’azione da giocare sul piano comunicativo di maggior comprensione per le nuove generazioni. Se però il mezzo è il messaggio, secondo l’interpretazione del più noto mass mediologo Marshall McLuhan, la strategia sembra destinata a non avere presa sui più giovani, visto come sono stati accolti i filmati dei principali leader dei partiti sbarcati sul social network cinese per raggiungere i ragazzi.

Da un lato il tentativo di convincere gli studenti a non abbandonare la scuola, dall’altro un monito alla politica. La Ong, infatti, ha lanciato un appello ai partiti che sono in corsa alle elezioni politiche del prossimo 25 settembre: chiunque vincerà e avrà l’incarico di formare il nuovo governo dovrà evitare che il peso della crisi socioeconomica colpisca i bambini e gli adolescenti, perché sono loro il futuro del Paese. Serve coraggio, perché a seconda delle scelte politiche che l’Italia prenderà sul fronte della formazione e della scuola, ormai mandata avanti esclusivamente grazie alla missione di docenti sottopagati e bistrattati, dipenderanno le sorti dell’Italia. 

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli