Antonio Albanese e l’arte di fare di una storia una reale emozione

Di fronte alla mancanza di offerte di lavoro, Antonio, attore appassionato ma spesso disoccupato, accetta un lavoro offertogli da un vecchio amico e collega, assai più smaliziato di lui, come insegnante di un laboratorio teatrale all’interno di un istituto penitenziario. All’inizio titubante, scopre del talento nell’ improbabile compagnia di detenuti e questo riaccende in lui la passione e la voglia di fare teatro, al punto da convincere la severa direttrice del carcere a valicare le mura della prigione e mettere in scena la famosa commedia di Samuel Beckett “Aspettando Godot” su un vero palcoscenico teatrale. Giorno dopo giorno i detenuti si arrendono alla risolutezza di Antonio e si lasciano andare scoprendo il potere liberatorio dell’arte e la sua capacità di dare uno scopo e una speranza oltre l’attesa.
Così quando arriva il definitivo via libera, inizia un tour trionfale. Questa, in sintesi, la trama di “Grazie Ragazzi”, il nuovo film diretto da Riccardo Milani, che vede protagonista Antonio Albanese e che ha esordito sul grande schermo proprio ieri. La pellicola, tratta dal film “Un Triomphe” scritto da Emmanuel Courcol e Thierry de Carbonnières diretto da Emmanuel Courcol liberamente ispirato alla vera storia di Jan Jonson, era una delle più attese dell’annata cinematografica in corso e a quanto pare, almeno stando ai primi riscontri, non sembra affatto deludere le aspettative. A presentare “Grazie Ragazzi” a L’Identità è il protagonista Antonio Albanese.

Antonio, come nasce il tuo coinvolgimento in questo film?
Tutto è nato dal produttore Carlo Degli Esposti, che ha realizzato “Grazie ragazzi” con la sua Palomar insieme alla Wildside di Mario Gianani, mi ha proposto di essere il protagonista di questo film ispirato a una storia vera che non conoscevo e che aveva già ispirato una versione francese di grande successo.

Dopo, quando sei passato alla lettura del copione, quali sensazioni hai provato?
Ho capito subito il valore di questo film sin dalla prima lettura del copione, visto che nel corso del racconto si assiste a una vera e propria ascesa verso la gioia e la felicità, ho trovato molto stimolante l’opportunità di poter parlare di come l’arte possa migliorare le persone e creare pace e serenità.
Ho in qualche modo riconosciuto il mio personaggio, e mi sono ritrovato subito in sintonia con quelle dinamiche. Ho valutato quindi importante e necessaria l’occasione di confrontarmi con un testo così attuale che portava in scena la possibilità di coinvolgere persone meno fortunate in un incontro tra umanità diverse. Questi detenuti, lavorando insieme al loro insegnante all’allestimento di uno spettacolo, riescono a trarre dall’arte del teatro la gioia, la voglia di vivere e un nuovo equilibrio, ed è questo il punto di forza di un racconto pieno di umanità che nobilita il teatro: l’arte non solo può educare le persone, ma anche guarirle.

Com’è stato raccontare in scena una storia realmente accaduta?
Sì, questa storia è accaduta circa quarant’anni fa in Svezia, a una persona che ha tenuto un corso di teatro a un gruppo di detenuti. Io ho cercato di immaginare che cosa potesse succedere all’epoca in un contesto come quello, mentre oggi un evento simile è più all’ordine del giorno, c’è stata un’evoluzione: chi ha un ruolo istituzionale non è poi così sorpreso, come accade nel nostro film alla direttrice impersonata da Sonia Bergamasco, che in un primo tempo appare scettica e poi invece col tempo scopre e rivaluta questa esperienza come positiva, inoltre se i detenuti si vedono proporre all’improvviso un testo per loro sconosciuto come “Aspettando Godot” di Beckett la loro reazione non può essere che comica. In un primo tempo magari accettano l’esperienza insolita per stare un po’ di tempo fuori dalla loro cella, ma poi nascono le motivazioni più profonde, scoprono che la lettura e il rapporto con la recitazione può diventare un’avventura magnifica, liberatoria e salvifica, come l’amico del protagonista, Fabrizio Bentivoglio, direttore di un teatro che si aggrega al progetto solo quando scopre che arrivano i riconoscimenti e le soddisfazioni: quando si scopre che qualcosa può fare del bene, tutti stanno bene.

Di fronte alla mancanza di offerte di lavoro, Antonio, attore appassionato ma spesso disoccupato, accetta un lavoro offertogli da un vecchio amico e collega, assai più smaliziato di lui, come insegnante di un laboratorio teatrale all’interno di un istituto penitenziario. All’inizio titubante, scopre del talento nell’ improbabile compagnia di detenuti e questo riaccende in lui la passione e la voglia di fare teatro, al punto da convincere la severa direttrice del carcere a valicare le mura della prigione e mettere in scena la famosa commedia di Samuel Beckett “Aspettando Godot” su un vero palcoscenico teatrale. Giorno dopo giorno i detenuti si arrendono alla risolutezza di Antonio e si lasciano andare scoprendo il potere liberatorio dell’arte e la sua capacità di dare uno scopo e una speranza oltre l’attesa.
Così quando arriva il definitivo via libera, inizia un tour trionfale. Questa, in sintesi, la trama di “Grazie Ragazzi”, il nuovo film diretto da Riccardo Milani, che vede protagonista Antonio Albanese e che ha esordito sul grande schermo proprio ieri. La pellicola, tratta dal film “Un Triomphe” scritto da Emmanuel Courcol e Thierry de Carbonnières diretto da Emmanuel Courcol liberamente ispirato alla vera storia di Jan Jonson, era una delle più attese dell’annata cinematografica in corso e a quanto pare, almeno stando ai primi riscontri, non sembra affatto deludere le aspettative. A presentare “Grazie Ragazzi” a L’Identità è il protagonista Antonio Albanese.

Antonio, come nasce il tuo coinvolgimento in questo film?
Tutto è nato dal produttore Carlo Degli Esposti, che ha realizzato “Grazie ragazzi” con la sua Palomar insieme alla Wildside di Mario Gianani, mi ha proposto di essere il protagonista di questo film ispirato a una storia vera che non conoscevo e che aveva già ispirato una versione francese di grande successo.

Dopo, quando sei passato alla lettura del copione, quali sensazioni hai provato?
Ho capito subito il valore di questo film sin dalla prima lettura del copione, visto che nel corso del racconto si assiste a una vera e propria ascesa verso la gioia e la felicità, ho trovato molto stimolante l’opportunità di poter parlare di come l’arte possa migliorare le persone e creare pace e serenità.
Ho in qualche modo riconosciuto il mio personaggio, e mi sono ritrovato subito in sintonia con quelle dinamiche. Ho valutato quindi importante e necessaria l’occasione di confrontarmi con un testo così attuale che portava in scena la possibilità di coinvolgere persone meno fortunate in un incontro tra umanità diverse. Questi detenuti, lavorando insieme al loro insegnante all’allestimento di uno spettacolo, riescono a trarre dall’arte del teatro la gioia, la voglia di vivere e un nuovo equilibrio, ed è questo il punto di forza di un racconto pieno di umanità che nobilita il teatro: l’arte non solo può educare le persone, ma anche guarirle.

Com’è stato raccontare in scena una storia realmente accaduta?
Sì, questa storia è accaduta circa quarant’anni fa in Svezia, a una persona che ha tenuto un corso di teatro a un gruppo di detenuti. Io ho cercato di immaginare che cosa potesse succedere all’epoca in un contesto come quello, mentre oggi un evento simile è più all’ordine del giorno, c’è stata un’evoluzione: chi ha un ruolo istituzionale non è poi così sorpreso, come accade nel nostro film alla direttrice impersonata da Sonia Bergamasco, che in un primo tempo appare scettica e poi invece col tempo scopre e rivaluta questa esperienza come positiva, inoltre se i detenuti si vedono proporre all’improvviso un testo per loro sconosciuto come “Aspettando Godot” di Beckett la loro reazione non può essere che comica. In un primo tempo magari accettano l’esperienza insolita per stare un po’ di tempo fuori dalla loro cella, ma poi nascono le motivazioni più profonde, scoprono che la lettura e il rapporto con la recitazione può diventare un’avventura magnifica, liberatoria e salvifica, come l’amico del protagonista, Fabrizio Bentivoglio, direttore di un teatro che si aggrega al progetto solo quando scopre che arrivano i riconoscimenti e le soddisfazioni: quando si scopre che qualcosa può fare del bene, tutti stanno bene.

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