Aumentano i consumi ma si allarga il divario tra Nord e Sud e tra ricchi e poveri

L’Istat presenta i dati relativi alla spesa delle famiglie nel 2021. Il Settentrione spende sopra la media nazionale, cresce il differenziale con il Mezzogiorno. Solo i ricchi hanno (quasi) mantenuto gli stessi livelli del 2013.  

Le famiglie hanno ripreso a spendere ma l’aumento dei consumi fotografa la crescita inesorabile del divario economico tra il Nord e il Sud del Paese. L’Istat ha reso noti i dati relativi ai consumi per il 2021. La spesa delle famiglie è aumentata ma si sono acuite le differenze sociali. E non solo su base geografica, perché aumenta anche la forbice dei consumi tra chi ha un lavoro e chi no, tra i ceti abbienti e le fasce più deboli della popolazione.  

I dati parlano chiaro. L’Italia è sempre più un Paese a due velocità. Al Nord i consumi sono superiori alla media nazionale che si attesta sui 2.437 euro, facendo registrare un aumento del 4,7 per cento rispetto all’anno precedente. Nel Nord Ovest, la spesa in media è pari a 2.700 euro, nel Nord Est è di poco inferiore e si stabilizza a 2.637 euro. Il Centro fa registrare un valore di spesa medio da 2.588 euro. Per le famiglie al Sud, invece, non si va oltre i duemila euro, i valori medi si stabilizzano a 1.971 euro mentre nelle isole, che non hanno fatto registrare alcuna ripresa, si attesta a 2.012 euro. In termini assoluti, il divario è spaventoso e aumenta rispetto al 2020. Due anni fa, infatti, il Nord Ovest spendeva il 33 per cento in più del Sud, nel 2021, invece, questa percentuale è cresciuta fino a sfiorare il 37 per cento. Cresce di ben cinque punti il differenziale anche rispetto alle Isole, passato al 34,2 per cento dopo che nel 2020 si era attestato al 29,6 per cento.

Un altro rilievo testimonia la crescita del divario tra le diverse aree del Paese. Secondo i rilievi dell’Istat, che ha diviso la popolazione in cinque fasce di reddito, “appartengono al quinto di spesa più elevato il 27,2% delle famiglie del Nord-ovest (25,4% nel 2020), il 23,3% di quelle del Nord-est (23,9% nel 2020) e il 23,8% delle famiglie del Centro (25,4% nel 2020), contro il 9,3% delle famiglie del Sud (il 9,0% nel 2020) e il 9,0% di quelle delle Isole (9,9% nel 2020)”. In pratica, al Nord ci sono tre volte i “ricchi” del Sud e di Sicilia e Sardegna. Solo il Nord Ovest e il Sud, ma con valori praticamente impalpabili, fanno registrare nuovi ingressi tra i più abbienti, mentre le famiglie perdono terreno praticamente ovunque.

Ma l’analisi dei dati Istat svela che si è aggravata la situazione delle famiglie a basso reddito. Per cui i consumi non soltanto non aumentano, anzi diminuiscono. Al netto dell’inflazione e degli aumenti, i numeri raccontano che le fasce di popolazione con minori possibilità economiche hanno visto addirittura scendere dello 0,7 per cento i loro consumi a fronte dell’aumento del 4,5 per cento registrato per il “quinto” rappresentano dai ceti abbienti.

Se c’è una cosa che unisce Nord e Sud, ricchi e meno abbienti, è il fatto che, dal 2013 a oggi, siamo tutti più poveri. O, quantomeno, siamo stati costretti a scegliere di consumare meno. Fino al 2017 i consumi, in termini reali, erano cresciuti seppur moderatamente. Poi, tra 2018 e 2019, abbiamo assistito all’inizio del calo tramutatosi in crollo netto nel 2020, l’anno della pandemia Covid. Il 2021 ha fatto segnare un parziale recupero che però, se si prendono a modello i livelli dei consumi reali risalenti al 2013, fotografano un calo del 4,2 per cento. Che colpisce, democraticamente, tutti ma fa più male alle classi meno abbienti. Rispetto al 2013, tutti i cinque quinti hanno fatto registrare performance negative: -5,3% per il primo, -6% per il secondo, il terzo e il quarto e -0,8% per l’ultimo quinto. Per l’Istat, “le famiglie più abbienti sono le uniche a mantenere quasi il livello di otto anni prima”.

L’Istat presenta i dati relativi alla spesa delle famiglie nel 2021. Il Settentrione spende sopra la media nazionale, cresce il differenziale con il Mezzogiorno. Solo i ricchi hanno (quasi) mantenuto gli stessi livelli del 2013.  

Le famiglie hanno ripreso a spendere ma l’aumento dei consumi fotografa la crescita inesorabile del divario economico tra il Nord e il Sud del Paese. L’Istat ha reso noti i dati relativi ai consumi per il 2021. La spesa delle famiglie è aumentata ma si sono acuite le differenze sociali. E non solo su base geografica, perché aumenta anche la forbice dei consumi tra chi ha un lavoro e chi no, tra i ceti abbienti e le fasce più deboli della popolazione.  

I dati parlano chiaro. L’Italia è sempre più un Paese a due velocità. Al Nord i consumi sono superiori alla media nazionale che si attesta sui 2.437 euro, facendo registrare un aumento del 4,7 per cento rispetto all’anno precedente. Nel Nord Ovest, la spesa in media è pari a 2.700 euro, nel Nord Est è di poco inferiore e si stabilizza a 2.637 euro. Il Centro fa registrare un valore di spesa medio da 2.588 euro. Per le famiglie al Sud, invece, non si va oltre i duemila euro, i valori medi si stabilizzano a 1.971 euro mentre nelle isole, che non hanno fatto registrare alcuna ripresa, si attesta a 2.012 euro. In termini assoluti, il divario è spaventoso e aumenta rispetto al 2020. Due anni fa, infatti, il Nord Ovest spendeva il 33 per cento in più del Sud, nel 2021, invece, questa percentuale è cresciuta fino a sfiorare il 37 per cento. Cresce di ben cinque punti il differenziale anche rispetto alle Isole, passato al 34,2 per cento dopo che nel 2020 si era attestato al 29,6 per cento.

Un altro rilievo testimonia la crescita del divario tra le diverse aree del Paese. Secondo i rilievi dell’Istat, che ha diviso la popolazione in cinque fasce di reddito, “appartengono al quinto di spesa più elevato il 27,2% delle famiglie del Nord-ovest (25,4% nel 2020), il 23,3% di quelle del Nord-est (23,9% nel 2020) e il 23,8% delle famiglie del Centro (25,4% nel 2020), contro il 9,3% delle famiglie del Sud (il 9,0% nel 2020) e il 9,0% di quelle delle Isole (9,9% nel 2020)”. In pratica, al Nord ci sono tre volte i “ricchi” del Sud e di Sicilia e Sardegna. Solo il Nord Ovest e il Sud, ma con valori praticamente impalpabili, fanno registrare nuovi ingressi tra i più abbienti, mentre le famiglie perdono terreno praticamente ovunque.

Ma l’analisi dei dati Istat svela che si è aggravata la situazione delle famiglie a basso reddito. Per cui i consumi non soltanto non aumentano, anzi diminuiscono. Al netto dell’inflazione e degli aumenti, i numeri raccontano che le fasce di popolazione con minori possibilità economiche hanno visto addirittura scendere dello 0,7 per cento i loro consumi a fronte dell’aumento del 4,5 per cento registrato per il “quinto” rappresentano dai ceti abbienti.

Se c’è una cosa che unisce Nord e Sud, ricchi e meno abbienti, è il fatto che, dal 2013 a oggi, siamo tutti più poveri. O, quantomeno, siamo stati costretti a scegliere di consumare meno. Fino al 2017 i consumi, in termini reali, erano cresciuti seppur moderatamente. Poi, tra 2018 e 2019, abbiamo assistito all’inizio del calo tramutatosi in crollo netto nel 2020, l’anno della pandemia Covid. Il 2021 ha fatto segnare un parziale recupero che però, se si prendono a modello i livelli dei consumi reali risalenti al 2013, fotografano un calo del 4,2 per cento. Che colpisce, democraticamente, tutti ma fa più male alle classi meno abbienti. Rispetto al 2013, tutti i cinque quinti hanno fatto registrare performance negative: -5,3% per il primo, -6% per il secondo, il terzo e il quarto e -0,8% per l’ultimo quinto. Per l’Istat, “le famiglie più abbienti sono le uniche a mantenere quasi il livello di otto anni prima”.

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