Autonomia, la guerra dei soldi

Federare vuol dire unire non spaccare. A cominciare dalla distribuzione dei soldi. La Costituzione prescrive che per la devoluzione delle teoriche ventitré materie devono essere stabiliti nei fatti i “Livelli essenziali di prestazione”, quelli che conosciamo con l’acronimo Lep. Finora mai fissati. Prima dei costi e fabbisogni standard i Lep sono la linea del Piave senza i quali l’autonomia non potrebbe decollare. Del resto ancora nella legge delega 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale, quando Calderoli nell’ultimo governo Berlusconi era ministro per la Semplificazione, mancava il riferimento ai Lep, e più in generale un coordinamento tra i decreti attuativi per disciplinare una materia così complessa. E si capisce bene il motivo per cui tutto era naufragato e tredici anni dopo siamo ancora alle prese con questo passaggio chiave. Se la premier Giorgia Meloni anche in questi giorni, ha spiegato che “l’autonomia si farà, ma senza fughe in avanti”, lasciando spazio a qualsiasi interpretazione pro o contro questo passaggio che da qualunque parte lo si guardi sarà epocale per uno Stato nato centralista, il ministro per gli Affari regionali ha chiarito che entro il 2023 dovranno essere comunque fissati i Lep, chei rappresentano lo scoglio tra il far naufragare o meno la riforma per la quale cinque anno fa Zaia e Fontana hanno chiamato a esprimere (con esito bulgaro), la maggior parte di veneti e lombardi. I quali sentendosi poi “traditi” lo scorso settembre, pur rimanendo nel perimetro del centrodestra, nell’urna hanno votato in massa Fratelli di Italia girando le spalle alla Lega che adesso vuole fare in fretta per recuperare il tempo perduto. Già, ma a quale prezzo? Sul punto è intervenuto anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che pur ribadendo il proprio sì alle autonomie differenziate, esse non devono avere intenti destabilizzatori. Tutto il Paese deve remare dalla stessa parte nel “rispetto e attuazione del dettato costituzionale”. Marcando una chiara sintonia con la presidente del Consiglio. Per Calderoli è chiaro che se non fosse rispettato il termine di fine 2023 per l’individuazione dei Lep, egli vorrebbe ugualmente procedere con i trasferimenti alle Regioni in base alla spesa storica per accelerare comunque sulle autonomie locali. E nel Pnrr si potrebbero trovare le risorse per far progredire il decentramento burocratico nella gestione della spesa pubblica. È anche evidente che la successiva prova sarebbe quello stabilire in via esclusiva i principi fondamentali del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, disciplinando l’istituzione e il funzionamento del “Fondo perequativo per i territori” con minore capacità fiscale per abitante, nonché le risorse aggiuntive e l’effettuazione degli interventi speciali per cercare di favorire il superamento di quel divario che si è ancora più ampliato tra Nord e Sud. “Questa è la vera scommessa – ripete la premier – per far crescere l’Italia senza dimenticare chi meno ha”. È il programma per federare il Paese. Ce la farà?

Federare vuol dire unire non spaccare. A cominciare dalla distribuzione dei soldi. La Costituzione prescrive che per la devoluzione delle teoriche ventitré materie devono essere stabiliti nei fatti i “Livelli essenziali di prestazione”, quelli che conosciamo con l’acronimo Lep. Finora mai fissati. Prima dei costi e fabbisogni standard i Lep sono la linea del Piave senza i quali l’autonomia non potrebbe decollare. Del resto ancora nella legge delega 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale, quando Calderoli nell’ultimo governo Berlusconi era ministro per la Semplificazione, mancava il riferimento ai Lep, e più in generale un coordinamento tra i decreti attuativi per disciplinare una materia così complessa. E si capisce bene il motivo per cui tutto era naufragato e tredici anni dopo siamo ancora alle prese con questo passaggio chiave. Se la premier Giorgia Meloni anche in questi giorni, ha spiegato che “l’autonomia si farà, ma senza fughe in avanti”, lasciando spazio a qualsiasi interpretazione pro o contro questo passaggio che da qualunque parte lo si guardi sarà epocale per uno Stato nato centralista, il ministro per gli Affari regionali ha chiarito che entro il 2023 dovranno essere comunque fissati i Lep, chei rappresentano lo scoglio tra il far naufragare o meno la riforma per la quale cinque anno fa Zaia e Fontana hanno chiamato a esprimere (con esito bulgaro), la maggior parte di veneti e lombardi. I quali sentendosi poi “traditi” lo scorso settembre, pur rimanendo nel perimetro del centrodestra, nell’urna hanno votato in massa Fratelli di Italia girando le spalle alla Lega che adesso vuole fare in fretta per recuperare il tempo perduto. Già, ma a quale prezzo? Sul punto è intervenuto anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che pur ribadendo il proprio sì alle autonomie differenziate, esse non devono avere intenti destabilizzatori. Tutto il Paese deve remare dalla stessa parte nel “rispetto e attuazione del dettato costituzionale”. Marcando una chiara sintonia con la presidente del Consiglio. Per Calderoli è chiaro che se non fosse rispettato il termine di fine 2023 per l’individuazione dei Lep, egli vorrebbe ugualmente procedere con i trasferimenti alle Regioni in base alla spesa storica per accelerare comunque sulle autonomie locali. E nel Pnrr si potrebbero trovare le risorse per far progredire il decentramento burocratico nella gestione della spesa pubblica. È anche evidente che la successiva prova sarebbe quello stabilire in via esclusiva i principi fondamentali del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, disciplinando l’istituzione e il funzionamento del “Fondo perequativo per i territori” con minore capacità fiscale per abitante, nonché le risorse aggiuntive e l’effettuazione degli interventi speciali per cercare di favorire il superamento di quel divario che si è ancora più ampliato tra Nord e Sud. “Questa è la vera scommessa – ripete la premier – per far crescere l’Italia senza dimenticare chi meno ha”. È il programma per federare il Paese. Ce la farà?

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