Balcani l’incubo guerra

 

I serbi si stanno preparando allo scenario peggiore. Sono pronti a dislocare almeno un migliaio di uomini per tutelare i diritti dei connazionali che vivono nell’enclave a maggioranza serba a nord di Mitrovica. Parlando ieri pomeriggio con i giornalisti, in concomitanza con la manifestazione cui hanno aderito migliaia di serbi a Rudare nel nord del Kosovo, il ministro della Difesa serbo, Miloš Vučević, ha spiegato che se il primo ministro kosovaro, Aljbin Kurti, vuole rimuovere le barricate, Belgrado non può certo stare a guardare e ci si avvia verso lo scacchiere più catastrofico. Quello del conflitto armato. “La comunità internazionale deve sapere – spiega il ministro di Belgrado – che non aspetteremo l’arrivo dal Kosovo di colonne di profughi ai valichi di Jarinje e Brnjak, ma agiremo di conseguenza per difendere chi ha il nostro sangue”. Sempre ieri pomeriggio, però, il leader della lista serba in Kosovo, Goran Rakic, una delle personalità etichettate dalle autorità di Pristina come fautrici delle barricate, ha cercato tuttavia di stemperare gli animi parlando di pace e libertà durante le proteste di Rudare. “Non vogliamo spargimento di altro sangue, ma i nostri diritti di minoranza devono essere tutelati”, dice ai propri sostenitori da una delle barricate. Immediata la replica di Pristina. “Rakic ha nuovamente denunciato il maltrattamento dei serbi – informano ieri sera fonti kosovare – ma senza presentare alcuna prova”.

10 MILA IN PIAZZA

Da un paio di settimane i serbi sono impegnati in blocchi stradali ed a costruire barricate con inevitabili conseguenze sulla circolazione di persone e cose. Uno scenario che mantiene alta la tensione tra albanesi e serbi. I dimostranti, oltre 10 mila secondo gli organizzatori, hanno chiesto “soprattutto il rilascio dei tre serbi arrestati nelle ultime settimane, due dei quali ex agenti della polizia kosovara dimissionari, e il ritiro delle unità della polizia speciale del Kosovo inviate dal governo di Pristina per intensificare il contrasto alla criminalità e alla corruzione”. Per contro, i serbi vorrebbero una propria polizia. Ieri oltre a una grande bandiera serba di 250 metri, i manifestanti mostravano anche cartelli e striscioni con scritte “Non siamo criminali, i criminali sono i poliziotti del premier kosovaro Albin Kurti”, quindi “Siamo criminali perché chiediamo la libertà?” e ancora: “Kurti ci minaccia di morte e l’Europa tace”. Chiaro il riferimento alle recenti dichiarazioni del premier kosovaro secondo cui la rimozione delle barricate non potrà escludere anche delle vittime.

AUTONOMIA SERBA

Resta alta, dunque, la tensione al confine tra Kosovo e Serbia col serio rischio di un nuovo conflitto etnico nei martoriati Balcani occidentali, dove la forza multinazionale Kfor guidata dalla Nato – ci sono anche i nostri carabinieri – aumenta la presenza e ieri valutava di consentire alla polizia serba di entrare nel nord del Kosovo per smantellare le barricate erette a difesa dai connazionali. Un comunicato del comando Kfor informa che “stiamo operando per creare soluzioni sostenibili a lungo termine, a beneficio di tutte le comunità che vivono in quest’area”. Che un territorio come il Kosovo di poco meno di 11 mila km2 e popolato da 1,8 miloni di individui, con una presenza serba di 100 mila persone – si calcola che altre 200 mila siano sfollate in Serbia alla fine degli anni Novanta, ecco spiegato il richiamo del ministro della Difesa Vučević – diventi il crogiolo di un possibile conflitto tra serbi e albanesi in cui Russia, Stati Uniti ed Ue sarebbero chiamati a trovare una difficile soluzione, è inaccettabile per Bruxelles e per questo le diplomazie sono al lavoro nel tentativo di normalizzare le relazioni tra Pristina e Belgrado. L’obiettivo è quello di riprendere quel percorso di integrazione che ad esempio Mosca non ha alcuna intenzione di facilitare perché vuole tenere sotto scacco gli europei che spalleggiano Washington in Ucraina. Un’integrazione che dovrà passare attraverso un’autonomia della minoranza serba sul modello dell’Alto Adige.

SCENARIO PEGGIORE

Se il 42enne presidente kosovaro Vjosa Osmani in segno di distensione ha rinviato ad aprile le elezioni previste domenica scorsa, è altrettanto vero che le scaramucce si susseguono da settimane. Non è un caso, per molti osservatori, che la crisi si registri in coincidenza con la fase più critica per i russi sul campo di battaglia. I rapporti tra Belgrado e Mosca sono sempre stati solidi, ma è di palmare evidenza che non è un caso che questa zona è tornata ad essere una polveriera con l’aggressione a Kiev e la feroce e resistenza di Zelensky con l’aiuto degli Usa e dell’Occidente. Il Kosovo, com’è noto, ha fatto domanda di entrare nella Ue. La ministra per l’Integrazione europea serba, Tanja Miscevic, ieri sera ha detto: “Non è mai successo che un territorio non riconosciuto indipendente come il Kosovo abbia richiesto l’adesione alla Ue, sarà interessante vedere la risposta”. Per contro il collega Miloš Vučević ha ribadito che “è nel nostro interesse preservare la pace anche per il bene dei serbi in Kosovo”. Il presidente Alexander Vucic ha ribadito che “il nostro obiettivo è la pace, ma ci prepariamo anche allo scenario peggiore”. Allertando i militari.

 

I serbi si stanno preparando allo scenario peggiore. Sono pronti a dislocare almeno un migliaio di uomini per tutelare i diritti dei connazionali che vivono nell’enclave a maggioranza serba a nord di Mitrovica. Parlando ieri pomeriggio con i giornalisti, in concomitanza con la manifestazione cui hanno aderito migliaia di serbi a Rudare nel nord del Kosovo, il ministro della Difesa serbo, Miloš Vučević, ha spiegato che se il primo ministro kosovaro, Aljbin Kurti, vuole rimuovere le barricate, Belgrado non può certo stare a guardare e ci si avvia verso lo scacchiere più catastrofico. Quello del conflitto armato. “La comunità internazionale deve sapere – spiega il ministro di Belgrado – che non aspetteremo l’arrivo dal Kosovo di colonne di profughi ai valichi di Jarinje e Brnjak, ma agiremo di conseguenza per difendere chi ha il nostro sangue”. Sempre ieri pomeriggio, però, il leader della lista serba in Kosovo, Goran Rakic, una delle personalità etichettate dalle autorità di Pristina come fautrici delle barricate, ha cercato tuttavia di stemperare gli animi parlando di pace e libertà durante le proteste di Rudare. “Non vogliamo spargimento di altro sangue, ma i nostri diritti di minoranza devono essere tutelati”, dice ai propri sostenitori da una delle barricate. Immediata la replica di Pristina. “Rakic ha nuovamente denunciato il maltrattamento dei serbi – informano ieri sera fonti kosovare – ma senza presentare alcuna prova”.

10 MILA IN PIAZZA

Da un paio di settimane i serbi sono impegnati in blocchi stradali ed a costruire barricate con inevitabili conseguenze sulla circolazione di persone e cose. Uno scenario che mantiene alta la tensione tra albanesi e serbi. I dimostranti, oltre 10 mila secondo gli organizzatori, hanno chiesto “soprattutto il rilascio dei tre serbi arrestati nelle ultime settimane, due dei quali ex agenti della polizia kosovara dimissionari, e il ritiro delle unità della polizia speciale del Kosovo inviate dal governo di Pristina per intensificare il contrasto alla criminalità e alla corruzione”. Per contro, i serbi vorrebbero una propria polizia. Ieri oltre a una grande bandiera serba di 250 metri, i manifestanti mostravano anche cartelli e striscioni con scritte “Non siamo criminali, i criminali sono i poliziotti del premier kosovaro Albin Kurti”, quindi “Siamo criminali perché chiediamo la libertà?” e ancora: “Kurti ci minaccia di morte e l’Europa tace”. Chiaro il riferimento alle recenti dichiarazioni del premier kosovaro secondo cui la rimozione delle barricate non potrà escludere anche delle vittime.

AUTONOMIA SERBA

Resta alta, dunque, la tensione al confine tra Kosovo e Serbia col serio rischio di un nuovo conflitto etnico nei martoriati Balcani occidentali, dove la forza multinazionale Kfor guidata dalla Nato – ci sono anche i nostri carabinieri – aumenta la presenza e ieri valutava di consentire alla polizia serba di entrare nel nord del Kosovo per smantellare le barricate erette a difesa dai connazionali. Un comunicato del comando Kfor informa che “stiamo operando per creare soluzioni sostenibili a lungo termine, a beneficio di tutte le comunità che vivono in quest’area”. Che un territorio come il Kosovo di poco meno di 11 mila km2 e popolato da 1,8 miloni di individui, con una presenza serba di 100 mila persone – si calcola che altre 200 mila siano sfollate in Serbia alla fine degli anni Novanta, ecco spiegato il richiamo del ministro della Difesa Vučević – diventi il crogiolo di un possibile conflitto tra serbi e albanesi in cui Russia, Stati Uniti ed Ue sarebbero chiamati a trovare una difficile soluzione, è inaccettabile per Bruxelles e per questo le diplomazie sono al lavoro nel tentativo di normalizzare le relazioni tra Pristina e Belgrado. L’obiettivo è quello di riprendere quel percorso di integrazione che ad esempio Mosca non ha alcuna intenzione di facilitare perché vuole tenere sotto scacco gli europei che spalleggiano Washington in Ucraina. Un’integrazione che dovrà passare attraverso un’autonomia della minoranza serba sul modello dell’Alto Adige.

SCENARIO PEGGIORE

Se il 42enne presidente kosovaro Vjosa Osmani in segno di distensione ha rinviato ad aprile le elezioni previste domenica scorsa, è altrettanto vero che le scaramucce si susseguono da settimane. Non è un caso, per molti osservatori, che la crisi si registri in coincidenza con la fase più critica per i russi sul campo di battaglia. I rapporti tra Belgrado e Mosca sono sempre stati solidi, ma è di palmare evidenza che non è un caso che questa zona è tornata ad essere una polveriera con l’aggressione a Kiev e la feroce e resistenza di Zelensky con l’aiuto degli Usa e dell’Occidente. Il Kosovo, com’è noto, ha fatto domanda di entrare nella Ue. La ministra per l’Integrazione europea serba, Tanja Miscevic, ieri sera ha detto: “Non è mai successo che un territorio non riconosciuto indipendente come il Kosovo abbia richiesto l’adesione alla Ue, sarà interessante vedere la risposta”. Per contro il collega Miloš Vučević ha ribadito che “è nel nostro interesse preservare la pace anche per il bene dei serbi in Kosovo”. Il presidente Alexander Vucic ha ribadito che “il nostro obiettivo è la pace, ma ci prepariamo anche allo scenario peggiore”. Allertando i militari.
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