Bambini “condannati” alla mascherina senza un perché

Stop all’obbligo di mascherine al ristorante, al bar, nei negozi, al supermercato. In Italia dal primo maggio si respira più liberamente. Ma questo principio è valido a meno che non si parli degli studenti. Nelle scuole, infatti, il governo ha deciso di non mettere mano al passaggio del decreto Covid approvato in marzo che prevede l’obbligo per alunni, insegnanti e operatori scolastici di indossare il dispositivo sanitario fino al termine dell’anno scolastico. Con il sopraggiungere della stagione più calda, risulta oltremodo gravoso per bambini dai sei anni in su dover avere un pezzo di tessuto sulla faccia. L’Italia resta l’unica nazione europea a protrarre questa regola, nonostante sia anche una delle nazioni in cui le temperature sono mediamente più alte. Ma oltre che impegnativo per i giovanissimi studenti, l’obbligo di mascherina risulta anche molto fragile dal punto di vista scientifico: in primo luogo perché la curva epidemica risulta ormai da tempo in flessione (la Fondazione Gimbe evidenzia nell’ultima settimana un calo dei contagi del 27,5%, delle vittime del 12,5%, dei ricoveri nei reparti ordinari dell’11,5%, dei ricoveri in terapia intensiva del 2,2%); in secondo luogo perché sembra che persino il ministero della Salute ignori il rapporto rischi/benefici sui piccoli di un uso prolungato del dispositivo.

Un’inchiesta della trasmissione di Rete4 “Fuori dal coro”, infatti, ha reso noto un eloquente documento firmato dal direttore generale della prevenzione del dicastero, Gianni Rezza. Si tratta della lettera di risposta ad un gruppo di cittadini che chiedeva documentazione “che attesti studi e rischi/benefici calcolati sulla base dell’utilizzo giornaliero prolungato” della mascherina da parte di minori dai 6 anni in su, “che possa dimostrare l’utilità del dispositivo senza avere ripercussioni sulla salute psicofisica”. Ebbene, nella missiva di risposta mostrata da “Fuori dal Coro” Rezza rispondeva: “Al riguardo si rappresenta che questa amministrazione per quanto di competenza non è in possesso della specifica documentazione richiesta”. Il 29 aprile lo stesso Rezza invitava pubblicamente a “mantenere dei comportamenti ispirati alla prudenza, quindi mascherine nei luoghi chiusi affollati e ovunque ci sia un rischio di contagi”, comprese evidentemente le aule scolastiche. Se il documento mostrato dalla trasmissione condotta da Mario Giordano si confermasse autentico, verrebbe quantomeno da chiedersi perché il concetto di “comportamenti ispirati alla prudenza” non venga declinato anche alla salute psico/fisica dei bambini. Interessante in questo senso un’inchiesta uscita il 17 aprile su Repubblica dalla quale emerge che i danni causati dalla “troppa mascherina” sui più giovani non si limiterebbero ai disagi psicologici, ma anche allo sviluppo emotivo. Uno studio del 2021 citato dal quotidiano del gruppo Gedi evidenzia che solo 4 volte su 10 i bimbi più piccoli riescono a riconoscere le espressioni nelle persone coperte dal dispositivo sanitario. “Tutto questo ha implicazioni cognitive e sociali: paure, fobie, comportamenti limitativi e di interferenza sullo sviluppo”, spiega Renata Tambelli, professoressa di Psicopatologia dell’infanzia a “La Sapienza”. Ma forse le implicazioni cognitive e sociali dei nostri figli non meritano una professione di prudenza da parte del decisore politico?

Stop all’obbligo di mascherine al ristorante, al bar, nei negozi, al supermercato. In Italia dal primo maggio si respira più liberamente. Ma questo principio è valido a meno che non si parli degli studenti. Nelle scuole, infatti, il governo ha deciso di non mettere mano al passaggio del decreto Covid approvato in marzo che prevede l’obbligo per alunni, insegnanti e operatori scolastici di indossare il dispositivo sanitario fino al termine dell’anno scolastico. Con il sopraggiungere della stagione più calda, risulta oltremodo gravoso per bambini dai sei anni in su dover avere un pezzo di tessuto sulla faccia. L’Italia resta l’unica nazione europea a protrarre questa regola, nonostante sia anche una delle nazioni in cui le temperature sono mediamente più alte. Ma oltre che impegnativo per i giovanissimi studenti, l’obbligo di mascherina risulta anche molto fragile dal punto di vista scientifico: in primo luogo perché la curva epidemica risulta ormai da tempo in flessione (la Fondazione Gimbe evidenzia nell’ultima settimana un calo dei contagi del 27,5%, delle vittime del 12,5%, dei ricoveri nei reparti ordinari dell’11,5%, dei ricoveri in terapia intensiva del 2,2%); in secondo luogo perché sembra che persino il ministero della Salute ignori il rapporto rischi/benefici sui piccoli di un uso prolungato del dispositivo.

Un’inchiesta della trasmissione di Rete4 “Fuori dal coro”, infatti, ha reso noto un eloquente documento firmato dal direttore generale della prevenzione del dicastero, Gianni Rezza. Si tratta della lettera di risposta ad un gruppo di cittadini che chiedeva documentazione “che attesti studi e rischi/benefici calcolati sulla base dell’utilizzo giornaliero prolungato” della mascherina da parte di minori dai 6 anni in su, “che possa dimostrare l’utilità del dispositivo senza avere ripercussioni sulla salute psicofisica”. Ebbene, nella missiva di risposta mostrata da “Fuori dal Coro” Rezza rispondeva: “Al riguardo si rappresenta che questa amministrazione per quanto di competenza non è in possesso della specifica documentazione richiesta”. Il 29 aprile lo stesso Rezza invitava pubblicamente a “mantenere dei comportamenti ispirati alla prudenza, quindi mascherine nei luoghi chiusi affollati e ovunque ci sia un rischio di contagi”, comprese evidentemente le aule scolastiche. Se il documento mostrato dalla trasmissione condotta da Mario Giordano si confermasse autentico, verrebbe quantomeno da chiedersi perché il concetto di “comportamenti ispirati alla prudenza” non venga declinato anche alla salute psico/fisica dei bambini. Interessante in questo senso un’inchiesta uscita il 17 aprile su Repubblica dalla quale emerge che i danni causati dalla “troppa mascherina” sui più giovani non si limiterebbero ai disagi psicologici, ma anche allo sviluppo emotivo. Uno studio del 2021 citato dal quotidiano del gruppo Gedi evidenzia che solo 4 volte su 10 i bimbi più piccoli riescono a riconoscere le espressioni nelle persone coperte dal dispositivo sanitario. “Tutto questo ha implicazioni cognitive e sociali: paure, fobie, comportamenti limitativi e di interferenza sullo sviluppo”, spiega Renata Tambelli, professoressa di Psicopatologia dell’infanzia a “La Sapienza”. Ma forse le implicazioni cognitive e sociali dei nostri figli non meritano una professione di prudenza da parte del decisore politico?

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