Beethoven: I Quaderni segreti

Negli ultimi dieci anni di vita, il solo modo per comunicare con Beethoven, condannato a una sordità quasi totale, era scrivere ogni cosa su dei taccuini, dai quali mai si separava. Ne rimangono 139, sono i cosiddetti “Quaderni di conversazione”, il materiale biografico più intimo grazie al quale possiamo condividere i suoi ultimi anni di vita. I quaderni, presentati per la prima volta nella versione italiana e nell’intero arco della loro durata, tradotti e commentati da Sandro Cappelletto per Einaudi, rappresentano una testimonianza insostituibile della sua vita, assieme al “Testamento di Heiligenstadt”, pure presente nel volume, che Beethoven scrisse trentenne, quando intuì la sordità che stava sopravvenendo. Il compositore austriaco Anselm Hüttenbrenner era accanto a Beethoven al momento del trapasso, avvenuto verso le 17 e tre quarti del 26 marzo 1827 in una giornata fredda, nevosa e oscura. Il grande compositore giaceva rantolante, ormai in coma, quando un lampo, accompagnato da un violento rombo di tuono, illuminò di luce accecante la camera. Beethoven aprì gli occhi, sollevò la mano destra, guardò in alto per alcuni secondi, col pugno destro chiuso, con aria minacciosa e si riversò su se stesso, socchiudendo gli occhi, spirando. Sembra quasi la trasposizione visiva del finale del suo Quartetto opera 131. La ricerca della raccolta dei quaderni e le testimonianze presero avvio proprio da quel momento, alimentando talvolta un mercato sospetto.
Negli anni precedenti a chi veniva a trovarlo, Beethoven offriva una pagina bianca e una di quelle grosse matite da falegname che usava, le uniche a cui sapesse fare la punta, e seguiva con occhio impaziente le mani che scrivevano le parole, le parole che nascevano, le frasi di cui spesso preveniva la fine. In questo faticoso esercizio, in questa commovente tensione, c’era la volontà forte di non restare solo, l’unico modo di non essere isolato da tutto il resto del mondo. Povero Beethoven: “Le mie orecchie ronzano e rombano di continuo giorno e notte. Posso proprio dire di condurre una vita da derelitto; evito ogni compagnia, perché non mi è possibile dire alla gente che sono sordo. Se esercitassi qualsiasi altra professione la cosa sarebbe più facile; ma con la mia questa è una condanna terribile!”, scriveva. Sono tante le pagine commoventi che si scorrono nel volume. Ma anche le note importanti per comprendere la sua poetica. A esempio a proposito dell’uso del metronomo. Beethoven mantiene un atteggiamento prudente: fissare in modo preciso la misura del tempo, spiegava, può valere solo per le prime battute, perché l’espressione ha la sua misura. Per l’esecuzione all’organo del preludio del Kyrie nella sua Missa solemnis pensa a un effetto teatrale: prima forte e poi diminuendo, fino a raggiungere il piano prima del Kyrie. Anton Felix Schindler, segretario e futuro suo biografo, per difendere la leggibilità del testo ricalcava a inchiostro quanto era scritto a matita. Riporta quindi un pensiero di Beethoven: «L’artista deve creare liberamente, cedere soltanto allo spirito del suo tempo ed essere il signore del suo proprio materiale. Soltanto a queste condizioni potranno venire alla luce delle vere opere d’arte.
Il nuovo e l’originale si genera da sé, senza che uno ci pensi». E a un altro interlocutore: «Lei mi chiederà da che cosa io tragga le mie idee. Non glielo saprei dire con certezza: arrivano non sollecitate, direttamente o indirettamente. Potrei afferrarle con le mani, all’aria aperta, in mezzo al bosco, durante una passeggiata, nel silenzio della notte, all’alba, suscitate da diversi stati d’animo: quelli che nel poeta si traducono in parole, in me in suoni che riecheggiano, ruggiscono, turbinano, fino a che a un certo punto stanno dinanzi a me in forma di note». Un altro gli domanda: «Hai conosciuto Mozart?» e poi: «Dove l’hai visto?». La seconda domanda ci autorizza a pensare che Beethoven abbia risposto affermativamente alla prima. Ma dove e in quale occasione, purtroppo non sappiamo.

Negli ultimi dieci anni di vita, il solo modo per comunicare con Beethoven, condannato a una sordità quasi totale, era scrivere ogni cosa su dei taccuini, dai quali mai si separava. Ne rimangono 139, sono i cosiddetti “Quaderni di conversazione”, il materiale biografico più intimo grazie al quale possiamo condividere i suoi ultimi anni di vita. I quaderni, presentati per la prima volta nella versione italiana e nell’intero arco della loro durata, tradotti e commentati da Sandro Cappelletto per Einaudi, rappresentano una testimonianza insostituibile della sua vita, assieme al “Testamento di Heiligenstadt”, pure presente nel volume, che Beethoven scrisse trentenne, quando intuì la sordità che stava sopravvenendo. Il compositore austriaco Anselm Hüttenbrenner era accanto a Beethoven al momento del trapasso, avvenuto verso le 17 e tre quarti del 26 marzo 1827 in una giornata fredda, nevosa e oscura. Il grande compositore giaceva rantolante, ormai in coma, quando un lampo, accompagnato da un violento rombo di tuono, illuminò di luce accecante la camera. Beethoven aprì gli occhi, sollevò la mano destra, guardò in alto per alcuni secondi, col pugno destro chiuso, con aria minacciosa e si riversò su se stesso, socchiudendo gli occhi, spirando. Sembra quasi la trasposizione visiva del finale del suo Quartetto opera 131. La ricerca della raccolta dei quaderni e le testimonianze presero avvio proprio da quel momento, alimentando talvolta un mercato sospetto.
Negli anni precedenti a chi veniva a trovarlo, Beethoven offriva una pagina bianca e una di quelle grosse matite da falegname che usava, le uniche a cui sapesse fare la punta, e seguiva con occhio impaziente le mani che scrivevano le parole, le parole che nascevano, le frasi di cui spesso preveniva la fine. In questo faticoso esercizio, in questa commovente tensione, c’era la volontà forte di non restare solo, l’unico modo di non essere isolato da tutto il resto del mondo. Povero Beethoven: “Le mie orecchie ronzano e rombano di continuo giorno e notte. Posso proprio dire di condurre una vita da derelitto; evito ogni compagnia, perché non mi è possibile dire alla gente che sono sordo. Se esercitassi qualsiasi altra professione la cosa sarebbe più facile; ma con la mia questa è una condanna terribile!”, scriveva. Sono tante le pagine commoventi che si scorrono nel volume. Ma anche le note importanti per comprendere la sua poetica. A esempio a proposito dell’uso del metronomo. Beethoven mantiene un atteggiamento prudente: fissare in modo preciso la misura del tempo, spiegava, può valere solo per le prime battute, perché l’espressione ha la sua misura. Per l’esecuzione all’organo del preludio del Kyrie nella sua Missa solemnis pensa a un effetto teatrale: prima forte e poi diminuendo, fino a raggiungere il piano prima del Kyrie. Anton Felix Schindler, segretario e futuro suo biografo, per difendere la leggibilità del testo ricalcava a inchiostro quanto era scritto a matita. Riporta quindi un pensiero di Beethoven: «L’artista deve creare liberamente, cedere soltanto allo spirito del suo tempo ed essere il signore del suo proprio materiale. Soltanto a queste condizioni potranno venire alla luce delle vere opere d’arte.
Il nuovo e l’originale si genera da sé, senza che uno ci pensi». E a un altro interlocutore: «Lei mi chiederà da che cosa io tragga le mie idee. Non glielo saprei dire con certezza: arrivano non sollecitate, direttamente o indirettamente. Potrei afferrarle con le mani, all’aria aperta, in mezzo al bosco, durante una passeggiata, nel silenzio della notte, all’alba, suscitate da diversi stati d’animo: quelli che nel poeta si traducono in parole, in me in suoni che riecheggiano, ruggiscono, turbinano, fino a che a un certo punto stanno dinanzi a me in forma di note». Un altro gli domanda: «Hai conosciuto Mozart?» e poi: «Dove l’hai visto?». La seconda domanda ci autorizza a pensare che Beethoven abbia risposto affermativamente alla prima. Ma dove e in quale occasione, purtroppo non sappiamo.

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