Politica

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di Edoardo Sirignano -

ENRICO BORGHI POLITICO


“Andare divisi alle europee non conviene a nessuno. I gruppi non si scioglieranno. La luna di miele di Schlein è ormai arrivata a termine. I riformisti nel Pd sono come i dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Ecco perché serve colmare un vuoto e non dividersi”. È il commento di Enrico Borghi, neo senatore di Italia Viva dopo l’ultimo confronto tra il suo nuovo partito e quello guidato da Carlo Calenda.
Ieri si sono incontrati i senatori di Azione e Iv, oggi toccherà ai deputati. Quale sarà il risultato finale dei due confronti?
Speriamo sia l’occasione per un chiarimento. L’obiettivo è consentire da una parte il mantenimento dei gruppi in termini unitari, su una proposta politica chiara e precisa, dall’altra creare i presupposti per una lista unica alle europee.
Questo è il vero scopo del riavvicinamento tra i due litiganti?
Stiamo lavorando per la creazione di una compagine allargata che possa ritrovarsi sotto il simbolo di Renew Europe. Qui dovrà esserci una sintesi fra tutte le culture politiche riformatrici. Mi riferisco ai liberali che ritengono impraticabile un’alleanza con una destra corporativa e quasi autarchica, ai cattolici popolari che sono usciti dal Partito Democratico, ai radicali e ai liberal-democratici. L’importante è che ci sia una condivisione di fondo del percorso che si vuole intraprendere.
In sintesi, i gruppi non si scinderanno solo se i calendiani non sceglieranno un cammino in solitaria verso Bruxelles…
È il nostro auspicio. I gruppi alla Camera e al Senato devono restare uniti affinché si realizzi questa condizione. Detto ciò, serve anche il minimo sindacale di solidarietà verso chi ne fa parte. Gli attacchi nei confronti di Matteo Renzi spero lascino rapidamente il campo ad altre valutazioni, politiche e non legate a personalismi, che non portano da nessuna parte.
Anche l’ex presidente del Consiglio, negli ultimi giorni, però, non ha risparmiato stoccate verso il suo ministro.
La priorità, adesso, è costruire un progetto culturale. Solo allora potremo parlare di azione politica. I partiti non si fondano né sulle individualità, per quanto importanti e autorevoli, né per la somma degli stati maggiori centrali. Le forze politiche, quando funzionano e sono in grado di radicarsi nella società, sono la conseguenza operativa di un progetto in grado di collocarsi in una traiettoria storica.
Non si tratta, comunque, di un processo che può realizzarsi dalla sera alla mattina…
Servirà lavorare molto. Lo spirito di questi confronti è, appunto, trovare una convergenza tra tutti coloro che ritengono che il Paese non meriti di essere stretto, in termini di rappresentanza, tra una destra nazionalista e una sinistra radicale. In termini propositivi, c’è chi ancora attende una risposta e spera in una proposta nuova, modernizzatrice, europeista e in grado di coniugare i temi della solidarietà con quelli dello sviluppo.
Il leader dei macroniani Séjourné, quindi, verrà nella capitale per dare una benedizione alla pace ritrovata tra Matteo e Carlo per un fine più alto?
È evidente che nel momento in cui auspichiamo che questo percorso tra un anno possa consolidarsi, deve allargarsi anche ad altri. Questo è il presupposto del tanto discusso chiarimento politico.
Uno spazio, intanto, potrebbe lasciarlo quel Partito Democratico di cui faceva parte ed era indiscusso dirigente. Nella giornata di ieri per la prima volta, Schlein inizia a perdere terreno nei sondaggi…
Non mi sorprende. Finito l’effetto fuochi d’artificio, si comincia a constatare che l’operazione di radicalizzazione della sinistra non risponde alla capacità di parlare al Paese nella sua globalità. È quello che molto modestamente ho cercato di spiegare ed è una delle motivazioni per cui ho deciso di lasciare il Pd.
Dopo la sua adesione a Italia Viva ha ricevuto qualche telefonata da parte di qualche dem deluso? Prevede altri abbandoni?
Avverto che c’è un disagio diffuso, ma credo che non ci saranno fuoriuscite nell’immediato. Molto dipenderà dal modo con cui si atteggerà la segreteria Schlein. Per quanto mi riguarda, i riformisti nel Pd sono come i “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie. Prima si organizzano per salvarsi la pelle, meglio è per loro.

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