Beppe Fenoglio nei ricordi Pietro Chiodi

Il 22 settembre 1970, cinquant’anni fa, moriva Pietro Chiodi, docente di filosofia delle storia all’Università di Torino. Nel 1939 aveva ottenuto la cattedra di Storia e Filosofia del liceo classico “Giuseppe Govone” di Alba, nel quale insegnò per 18 anni (tra i suoi allievi il futuro scrittore Beppe Fenoglio). La sua visione filosofica è in “Esitenzialismo e filosofia contemporanea” (2007). Tra i suoi scritti importanti, i tre riproposti in “Beppe Fenoglio e la Resistenza” (Edizioni dell’Asino): su Fenoglio, su Leonardo Cocito (suo amico e collega di lettere) e sul suo “orgoglio” per aver partecipato alla Resistenza. “Forse – scrisse Chiodi – per vivere bisogna dimenticare, ma certamente per capire bisogna ricordare”.

Per Chiodi la filosofia – scrive Cesare Pianciola nel suo intervento – ha il compito critico di chiarire gli ambiti di possibilità aperti all’esistenza, e di denunciare le situazioni di disumanizzazione perché si intervenga a rimuoverle con l’azione. La principale regola etica e politica che essa suggerisce è  “il massimo sviluppo e arricchimento delle possibilità umane in una determinata situazione storica, cioè il massimo allargamento delle possibilità di scelta e di autodeterminazione degli individui, tenendo insieme, quanto più possibile, giustizia sociale e libertà politica”. Centrale, in questo pamphlet, è la parte dedicata a Beppe Fenoglio, scrittore e combattente partigiano. Per Chiodi, Fenoglio fu, in ultima analisi, “scrittore civile”; la denuncia prese in lui la forma ancestrale del far-vedere. Si tratta, precisa Chiodi, di un far-vedere che è un guardare con stupore, orrore e commiserazione.Fenoglio, sottolinea poi Chiodi, fu uno “scrittore civile” perché fece vedere il tragico come interiorizzazione della “necessitudo”, cioè come destino di una generazione che dovette assumere incolpevole una inesorabile eredità di colpa. Questa interiorizzazione tragica prende la forma del “ritorno” di Fenoglio alla Langa, cioè del ritorno, dopo l’educazione letteraria, al “fango antico delle colline”.

Commoventi le pagine di Chiodi su i suoi incontri quotidiani con Fenoglio nell’ospedale Molinette di Torino, dove Beppe era convinto di essere stato ricoverato per curare i postumi di una polmonite: ma quando lo portarono nel reparto di cobaltoterapia comprese e rifiutò le cure. Il volumetto è completato dalle riflessioni di Gabriele Pedullà sul sodalizio Chiodi-Fenoglio, durato quasi un quarto di secolo e interrotto dalla scomparsa dello scrittore. Le riflessioni prevedono quattro prospettive diverse: “L’uomo Chiodi”, “Il filosofo Chiodi”, “Chiodi il personaggio” e “Il lettore Chiodi”.

Red

 

Il 22 settembre 1970, cinquant’anni fa, moriva Pietro Chiodi, docente di filosofia delle storia all’Università di Torino. Nel 1939 aveva ottenuto la cattedra di Storia e Filosofia del liceo classico “Giuseppe Govone” di Alba, nel quale insegnò per 18 anni (tra i suoi allievi il futuro scrittore Beppe Fenoglio). La sua visione filosofica è in “Esitenzialismo e filosofia contemporanea” (2007). Tra i suoi scritti importanti, i tre riproposti in “Beppe Fenoglio e la Resistenza” (Edizioni dell’Asino): su Fenoglio, su Leonardo Cocito (suo amico e collega di lettere) e sul suo “orgoglio” per aver partecipato alla Resistenza. “Forse – scrisse Chiodi – per vivere bisogna dimenticare, ma certamente per capire bisogna ricordare”.

Per Chiodi la filosofia – scrive Cesare Pianciola nel suo intervento – ha il compito critico di chiarire gli ambiti di possibilità aperti all’esistenza, e di denunciare le situazioni di disumanizzazione perché si intervenga a rimuoverle con l’azione. La principale regola etica e politica che essa suggerisce è  “il massimo sviluppo e arricchimento delle possibilità umane in una determinata situazione storica, cioè il massimo allargamento delle possibilità di scelta e di autodeterminazione degli individui, tenendo insieme, quanto più possibile, giustizia sociale e libertà politica”. Centrale, in questo pamphlet, è la parte dedicata a Beppe Fenoglio, scrittore e combattente partigiano. Per Chiodi, Fenoglio fu, in ultima analisi, “scrittore civile”; la denuncia prese in lui la forma ancestrale del far-vedere. Si tratta, precisa Chiodi, di un far-vedere che è un guardare con stupore, orrore e commiserazione.Fenoglio, sottolinea poi Chiodi, fu uno “scrittore civile” perché fece vedere il tragico come interiorizzazione della “necessitudo”, cioè come destino di una generazione che dovette assumere incolpevole una inesorabile eredità di colpa. Questa interiorizzazione tragica prende la forma del “ritorno” di Fenoglio alla Langa, cioè del ritorno, dopo l’educazione letteraria, al “fango antico delle colline”.

Commoventi le pagine di Chiodi su i suoi incontri quotidiani con Fenoglio nell’ospedale Molinette di Torino, dove Beppe era convinto di essere stato ricoverato per curare i postumi di una polmonite: ma quando lo portarono nel reparto di cobaltoterapia comprese e rifiutò le cure. Il volumetto è completato dalle riflessioni di Gabriele Pedullà sul sodalizio Chiodi-Fenoglio, durato quasi un quarto di secolo e interrotto dalla scomparsa dello scrittore. Le riflessioni prevedono quattro prospettive diverse: “L’uomo Chiodi”, “Il filosofo Chiodi”, “Chiodi il personaggio” e “Il lettore Chiodi”.

Red

 

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