“Biondo era e bello”

Per conoscere Dante poeta e politico nel 7° centenario della morte

 

La solitudine di Dante Alighieri ai tempi dell’infanzia e nel ventennio dell’esilio; la sua consapevolezza di essere un grande ingegno dal grande destino; l’ego smisurato e indomabile; “la concezione dell’esistenza come un servizio per la giustizia”; la missione pedagogica di “sferzare la bestia-uomo a divenire uomo-uomo”; la versatilità che gli consentì il vasto sapere di cui si dotò studiando alacremente in gioventù scienza, filosofia, astrologia, aritmetica, geometria, retorica, politica, poesia, latino, senza tralasciare la pittura, il canto, la musica; le esperienze di vita, dalle vette elevate della conoscenza tendenzialmente “assoluta” all’infima bassezza delle bettole e dei postriboli; gli eccessi giovanili, la diplomazia e la politica attiva precedute dalla formazione militare e da combattente; la visione politica ed etica della libertà, della responsabilità, della giustizia, della pace, contro la libidine del sangue e della vendetta; la diffusa attitudine, tra i contemporanei, al tradimento, ai peggiori vizi e alle peggiori perversioni della carne e dello spirito; le vicende, i personaggi storici, illustri e meno illustri, coi quali ebbe rapporti antagonistici o di comunanza d’intenti e di condivise speranze; lo stridore delle armi, il pulsare dell’ira e del sangue, che al ritrarsi della lama fuoriesce di getto con irrefrenabile irruenza; il crepitare degli incendi, la devastante vastità delle distruzioni e delle ingiustizie, le dolcezze dei prati e degli amori illuminati e scaldati dal sole anche ai tempi dell’esilio; gli amici, i nemici, gli amori, i rimpianti; l’incapacità di essere servo e l’umiliazione del peregrinare ramingo e forestiero che lo fanno povero come un servo, misero migrante di Corte in Corte: questo ed altro è raccontato con la perizia e la profondità del grande scrittore, psichiatra e direttore di ospedale “dei matti”, da Mario Tobino (1910 –1991), in “Biondo era e bello”, Oscar Mondadori, 2021, pp 240. €. 12,83, edito per la prima volta nel 1974 con la preziosa introduzione Fausto Gianfranceschi, a lungo responsabile della pagina culturale del quotidiano Il Tempo di Roma sotto la direzione di Gianni Letta. Il libro, per la verità, poco compare nelle citazioni degli oltre 500 eventi commemorativi dei 700 anni dalla morte del Sommo Poeta in agenda nell’anno in corso né tra i libri in genere consigliati per l’approfondimento della sua complessa biografia. Tralasciando i “refusi” che su qualche organo d’informazione, prestigioso persino, hanno attribuito il settecentenario attuale alla nascita e non alla morte del Poeta, c’è da porsi anzitutto una domanda in merito alla sua reale attualità: se valga cioè la pena dopo tanti secoli dalla sua scomparsa dedicargli mostre, conferenze, formalmente ineccepibili, spesso banali, “dovute”, o se Dante sia per davvero terribilmente immortale, quasi uno di noi, moderno, e pertanto meritevole di essere ancor meglio conosciuto ai giorni nostri, quasi fosse nostro assiduo interlocutore, e perché. A 700 anni dalla sua morte, insomma, ha ancora senso ricordarlo, parlarne, discuterne, scrivere saggi, scavare nella sua immensa saggezza e interiorità, nei suoi alti messaggi? Ha recentemente risposto a questo quesito Giuseppe Ledda, professore all’Università di Bologna, parlandone alla Radio Televisione Svizzera in lingua italiana. “Dante è attuale”, ha spiegato Ledda, “perché è avanti. È uno che è arrivato prima. Siamo noi che per essere attuali dobbiamo raggiungerlo. Lui è già lì, che ci aspetta nel futuro”. La chiave di volta per comprendere l’essenzialità del Poeta, il suo essere avanti, ha proseguito Ledda, sta nel “viaggio”. L’uomo che stava fallendo, che si era smarrito, fa il viaggio che solo a chi appartiene all’umanità è concesso: “un viaggio verso l’amore”, un viaggio in cui “al tempo stesso si parla di politica” perché Dante, il Sommo, è poeta per antonomasia ma è anche uomo politico del suo tempo. L’amore, peraltro, aggiunge Ledda, conduce verso la dimensione divina, verso Dio. Quindi dall’amore si passa a una dimensione anche religiosa: politica, amore, religione-conoscenza del divino divengono magicamente un tutt’uno e, collegati indissolubilmente tra loro, “costituiscono le tre cose più centrali del senso della nostra vita”.

Asor Rosa, professore emerito all’Università La Sapienza di Roma, ponendosi più o meno lo stesso quesito, se cioè Dante sia ancora attuale, “avanti”, e perché, così si esprime: “Dante racconta per grandi squarci analogici la storia presente, quella futura, quella dei nostri figli e nipoti, e dei posteri più lontani, e le logiche che la dominano e continueranno a dominarla”. Il messaggio del Poeta sul bene e il male, sull’origine ed ineluttabilità di quest’ultimo, sul libero arbitrio e la responsabilità, sulla perdizione e sulla salvezza, resiste al trascorrere del tempo grazie alla Poesia, “quella forza di costruzione espressiva e di comunicazione pervasiva”, spiega Asor Rosa, “che ha fatto nel corso dei secoli di ogni terzina un interlocutore per noi non logorabile dal tempo”. 

Oggi leggere e comprendere Dante non è facile. Lo ha affermato recentemente anche il filosofo Gennaro Sasso, professore all’Università La Sapienza di Roma. Per sollevarsi all’altezza del Poeta e comprenderlo, occorre seguire il suggerimento dello studioso anglosassone Charles S. Singleton che fu professore di Studi Italiani nelle Università Johns e Harward. “Ripercorrere all’indietro la strada che ci separa dal mondo in cui Dante è vissuto”, affermava Singleton, è  l’unico modo per “diventare uomo del Medioevo” e ricostruire in sé “la dimensione pubblica dell’opera dantesca”. “Solo a questa condizione”, proseguiva lo studioso, “la Commedia non sarà più il luogo convenzionale della mente a cui troppo spesso hanno abituato le letture scolastiche, ma un universo vivente dove ogni numero, ogni verso, ogni struttura ha un significato preciso”. Ma com’erano i tempi in cui Dante è vissuto? Tobino li descrive così: “Non erano tempi di zucchero. Non portavano la spada per adornamento ma per stringerla nell’impugnatura e sguainarla. Correva la punta contro il nemico, penetrava nella carne, la lama riappariva rossa alla luce, di nuovo si immergeva”. Un cavaliere usciva dal suo palazzo, casualmente incontrava quello dell’odiata casata, “un nemico”, che gli aveva ucciso un amico, un parente ed ecco bell’e pronta l’occasione della vendetta. I mercati, i commerci, l’intera Firenze si fermavano all’istante per gli improvvisi duelli o scontri tra fazioni. Come riporta lo storico Santagata, da qualche anno scomparso, Firenze era lastricata dalle macerie dei palazzi distrutti “dalla parte avversa”, ora Guelfi ora Ghibellini, e non aveva ancora le bellezze architettoniche per cui è oggi meta del turismo internazionale. Interi edifici potevano andare in fiamme. L’incendio doloso dei ricchissimi magazzini Cavalcanti è forse il più imponente. Alla fine “si contarono fino a 1900 tra case e magazzini inceneriti, un’immensa fortuna tramutata in fumo”. Quando Dante entra in politica ricoprendo cariche pubbliche (1295-1300) “i lutti si sommavano, si intricavano, i nomi di Guelfi e Ghibellini, di Bianchi e Neri non bastano a spiegare la selva delle violenze, forse migliore spiegazione è la superbia, l’invidia, la voluttà di contemplare l’agonia del nemico e il concetto che la vita è guerra”. Tobino chiarisce: Dante “vuole la giustizia, a Firenze, dove gli spiriti sono tesi come le balestre in combattimento. Vuole che il Comune sia superiore a tutti, forte da spegnare ogni fazione, rimarginare le ferite”. L’Alighieri è un formidabile oratore. Parla al popolo il suo stesso linguaggio. Con esso esprime gli stessi pensieri di chi lo ascolta e s’infervora. I nemici per questo lo temono. Quanto ad essi, i maggiori sono Corso Donati, letterato, superbo, sanguinario, miscredente che tradirà la sua città, Firenze, consegnandola al Papa Bonifacio VIII, l’altro acerrimo nemico di Dante, “il peggiore dei peggiori”. Tobino li dipinge entrambi da par suo: “Gli occhi li hanno uguali, due uccelli da preda; si capiscono prima di parlarsi. Tutti e due avidi di ciò che è terreno; le parole di giustizia, fede e carità, becchime per i creduloni”. 

Con l’animo improntato “a una dolce familiarità intrisa di venerazione” e con l’occhio clinico e sapiente del medico e dello psichiatra Tobino ricostruisce le vicende più importanti che il Poeta ha via via vissuto emotivamente, trepidando, immaginando, fantasticando, talvolta sperando, illudendosi, altre volte piangendo inconsolabile. Si susseguono incalzanti episodi che richiamano la Storia, e i fremiti, le emozioni del Poeta. Dall’infanzia (“non aveva nutrimento di affetti. Il padre era usuraio. Del figlio non aveva cura”) al suo ultimo impegno nel “mestieraccio” nel quale era risaputo che eccellesse: “il negoziatore, il diplomatico, l’ambasciatore, lo specialista in eloquenza”, colui che soppesava meticolosamente il bilancino degli irrigidimenti, delle concessioni e dei risultati conseguibili nella trattativa. In questa veste si reca nel 1321 anche a Venezia in rappresentanza di Ravenna divenuta ormai sua seconda patria. Ma la malaria lo coglie in pieno. Deve far ritorno a Ravenna. Per spirare lontano dalla sua Firenze nella notte tra il 14 e il 15 settembre di quell’anno. Nel delirio della febbre e dell’agonia scorre e si riavvolge, si frammenta e si ricompone tutto il film della sua vita: la stanzetta in cui sognava e s’infuocava per il volgare, la lingua del popolo, la “nostra lingua” con la quale scrisse la Commedia; gli amici dei bagordi e dell’iniziazione letteraria; le donne: Beatrice; la moglie Gemma Donati sposata con un matrimonio combinato, come s’usava a quei tempi; le donne amate nell’esilio, i figli; Brunetto Latini, Guinizzelli, Farinata, Giano della Bella, Guido Cavalcanti, l’amico dei rimorsi: quello che Dante espulse dalla città; Bonifacio il traditore a sua volta tradito ad Anagni, Sciarra Colonna, acerrimo antagonista di Bonifacio, Carlo di Valois, Filippo il Bello; Benedetto XI, il Papa santo, che avrebbe potuto soccorrere Firenze ma fu subito avvelenato; le Corti, i signori, gli amici dai quali ricevette ospitalità: gli Scaligeri di Verona; Cino da Pistoia, l’amico esiliato a Bologna; i Malaspina della Lunigiana; il Vescovo, “uomo purissimo”, Alberto dei Camilla; i Conti Guidi del Casentino, l’Imperatore Arrigo VII, Guido Novello da Polenta signore di Ravenna e altro, altri ancora. “Biondo era e bello” è in sintesi il romanzo della vita del Poeta e del politico Dante Alighieri. Un’agile, formidabile testo breve assai utile a conoscere meglio ed apprezzare uno dei più grandi italiani d’altissimo ingegno e di cuore, geniale anticipatore del futuro possibile e patrimonio dell’umanità tutta intera.

Paolo Gatto

 

Per conoscere Dante poeta e politico nel 7° centenario della morte

 

La solitudine di Dante Alighieri ai tempi dell’infanzia e nel ventennio dell’esilio; la sua consapevolezza di essere un grande ingegno dal grande destino; l’ego smisurato e indomabile; “la concezione dell’esistenza come un servizio per la giustizia”; la missione pedagogica di “sferzare la bestia-uomo a divenire uomo-uomo”; la versatilità che gli consentì il vasto sapere di cui si dotò studiando alacremente in gioventù scienza, filosofia, astrologia, aritmetica, geometria, retorica, politica, poesia, latino, senza tralasciare la pittura, il canto, la musica; le esperienze di vita, dalle vette elevate della conoscenza tendenzialmente “assoluta” all’infima bassezza delle bettole e dei postriboli; gli eccessi giovanili, la diplomazia e la politica attiva precedute dalla formazione militare e da combattente; la visione politica ed etica della libertà, della responsabilità, della giustizia, della pace, contro la libidine del sangue e della vendetta; la diffusa attitudine, tra i contemporanei, al tradimento, ai peggiori vizi e alle peggiori perversioni della carne e dello spirito; le vicende, i personaggi storici, illustri e meno illustri, coi quali ebbe rapporti antagonistici o di comunanza d’intenti e di condivise speranze; lo stridore delle armi, il pulsare dell’ira e del sangue, che al ritrarsi della lama fuoriesce di getto con irrefrenabile irruenza; il crepitare degli incendi, la devastante vastità delle distruzioni e delle ingiustizie, le dolcezze dei prati e degli amori illuminati e scaldati dal sole anche ai tempi dell’esilio; gli amici, i nemici, gli amori, i rimpianti; l’incapacità di essere servo e l’umiliazione del peregrinare ramingo e forestiero che lo fanno povero come un servo, misero migrante di Corte in Corte: questo ed altro è raccontato con la perizia e la profondità del grande scrittore, psichiatra e direttore di ospedale “dei matti”, da Mario Tobino (1910 –1991), in “Biondo era e bello”, Oscar Mondadori, 2021, pp 240. €. 12,83, edito per la prima volta nel 1974 con la preziosa introduzione Fausto Gianfranceschi, a lungo responsabile della pagina culturale del quotidiano Il Tempo di Roma sotto la direzione di Gianni Letta. Il libro, per la verità, poco compare nelle citazioni degli oltre 500 eventi commemorativi dei 700 anni dalla morte del Sommo Poeta in agenda nell’anno in corso né tra i libri in genere consigliati per l’approfondimento della sua complessa biografia. Tralasciando i “refusi” che su qualche organo d’informazione, prestigioso persino, hanno attribuito il settecentenario attuale alla nascita e non alla morte del Poeta, c’è da porsi anzitutto una domanda in merito alla sua reale attualità: se valga cioè la pena dopo tanti secoli dalla sua scomparsa dedicargli mostre, conferenze, formalmente ineccepibili, spesso banali, “dovute”, o se Dante sia per davvero terribilmente immortale, quasi uno di noi, moderno, e pertanto meritevole di essere ancor meglio conosciuto ai giorni nostri, quasi fosse nostro assiduo interlocutore, e perché. A 700 anni dalla sua morte, insomma, ha ancora senso ricordarlo, parlarne, discuterne, scrivere saggi, scavare nella sua immensa saggezza e interiorità, nei suoi alti messaggi? Ha recentemente risposto a questo quesito Giuseppe Ledda, professore all’Università di Bologna, parlandone alla Radio Televisione Svizzera in lingua italiana. “Dante è attuale”, ha spiegato Ledda, “perché è avanti. È uno che è arrivato prima. Siamo noi che per essere attuali dobbiamo raggiungerlo. Lui è già lì, che ci aspetta nel futuro”. La chiave di volta per comprendere l’essenzialità del Poeta, il suo essere avanti, ha proseguito Ledda, sta nel “viaggio”. L’uomo che stava fallendo, che si era smarrito, fa il viaggio che solo a chi appartiene all’umanità è concesso: “un viaggio verso l’amore”, un viaggio in cui “al tempo stesso si parla di politica” perché Dante, il Sommo, è poeta per antonomasia ma è anche uomo politico del suo tempo. L’amore, peraltro, aggiunge Ledda, conduce verso la dimensione divina, verso Dio. Quindi dall’amore si passa a una dimensione anche religiosa: politica, amore, religione-conoscenza del divino divengono magicamente un tutt’uno e, collegati indissolubilmente tra loro, “costituiscono le tre cose più centrali del senso della nostra vita”.

Asor Rosa, professore emerito all’Università La Sapienza di Roma, ponendosi più o meno lo stesso quesito, se cioè Dante sia ancora attuale, “avanti”, e perché, così si esprime: “Dante racconta per grandi squarci analogici la storia presente, quella futura, quella dei nostri figli e nipoti, e dei posteri più lontani, e le logiche che la dominano e continueranno a dominarla”. Il messaggio del Poeta sul bene e il male, sull’origine ed ineluttabilità di quest’ultimo, sul libero arbitrio e la responsabilità, sulla perdizione e sulla salvezza, resiste al trascorrere del tempo grazie alla Poesia, “quella forza di costruzione espressiva e di comunicazione pervasiva”, spiega Asor Rosa, “che ha fatto nel corso dei secoli di ogni terzina un interlocutore per noi non logorabile dal tempo”. 

Oggi leggere e comprendere Dante non è facile. Lo ha affermato recentemente anche il filosofo Gennaro Sasso, professore all’Università La Sapienza di Roma. Per sollevarsi all’altezza del Poeta e comprenderlo, occorre seguire il suggerimento dello studioso anglosassone Charles S. Singleton che fu professore di Studi Italiani nelle Università Johns e Harward. “Ripercorrere all’indietro la strada che ci separa dal mondo in cui Dante è vissuto”, affermava Singleton, è  l’unico modo per “diventare uomo del Medioevo” e ricostruire in sé “la dimensione pubblica dell’opera dantesca”. “Solo a questa condizione”, proseguiva lo studioso, “la Commedia non sarà più il luogo convenzionale della mente a cui troppo spesso hanno abituato le letture scolastiche, ma un universo vivente dove ogni numero, ogni verso, ogni struttura ha un significato preciso”. Ma com’erano i tempi in cui Dante è vissuto? Tobino li descrive così: “Non erano tempi di zucchero. Non portavano la spada per adornamento ma per stringerla nell’impugnatura e sguainarla. Correva la punta contro il nemico, penetrava nella carne, la lama riappariva rossa alla luce, di nuovo si immergeva”. Un cavaliere usciva dal suo palazzo, casualmente incontrava quello dell’odiata casata, “un nemico”, che gli aveva ucciso un amico, un parente ed ecco bell’e pronta l’occasione della vendetta. I mercati, i commerci, l’intera Firenze si fermavano all’istante per gli improvvisi duelli o scontri tra fazioni. Come riporta lo storico Santagata, da qualche anno scomparso, Firenze era lastricata dalle macerie dei palazzi distrutti “dalla parte avversa”, ora Guelfi ora Ghibellini, e non aveva ancora le bellezze architettoniche per cui è oggi meta del turismo internazionale. Interi edifici potevano andare in fiamme. L’incendio doloso dei ricchissimi magazzini Cavalcanti è forse il più imponente. Alla fine “si contarono fino a 1900 tra case e magazzini inceneriti, un’immensa fortuna tramutata in fumo”. Quando Dante entra in politica ricoprendo cariche pubbliche (1295-1300) “i lutti si sommavano, si intricavano, i nomi di Guelfi e Ghibellini, di Bianchi e Neri non bastano a spiegare la selva delle violenze, forse migliore spiegazione è la superbia, l’invidia, la voluttà di contemplare l’agonia del nemico e il concetto che la vita è guerra”. Tobino chiarisce: Dante “vuole la giustizia, a Firenze, dove gli spiriti sono tesi come le balestre in combattimento. Vuole che il Comune sia superiore a tutti, forte da spegnare ogni fazione, rimarginare le ferite”. L’Alighieri è un formidabile oratore. Parla al popolo il suo stesso linguaggio. Con esso esprime gli stessi pensieri di chi lo ascolta e s’infervora. I nemici per questo lo temono. Quanto ad essi, i maggiori sono Corso Donati, letterato, superbo, sanguinario, miscredente che tradirà la sua città, Firenze, consegnandola al Papa Bonifacio VIII, l’altro acerrimo nemico di Dante, “il peggiore dei peggiori”. Tobino li dipinge entrambi da par suo: “Gli occhi li hanno uguali, due uccelli da preda; si capiscono prima di parlarsi. Tutti e due avidi di ciò che è terreno; le parole di giustizia, fede e carità, becchime per i creduloni”. 

Con l’animo improntato “a una dolce familiarità intrisa di venerazione” e con l’occhio clinico e sapiente del medico e dello psichiatra Tobino ricostruisce le vicende più importanti che il Poeta ha via via vissuto emotivamente, trepidando, immaginando, fantasticando, talvolta sperando, illudendosi, altre volte piangendo inconsolabile. Si susseguono incalzanti episodi che richiamano la Storia, e i fremiti, le emozioni del Poeta. Dall’infanzia (“non aveva nutrimento di affetti. Il padre era usuraio. Del figlio non aveva cura”) al suo ultimo impegno nel “mestieraccio” nel quale era risaputo che eccellesse: “il negoziatore, il diplomatico, l’ambasciatore, lo specialista in eloquenza”, colui che soppesava meticolosamente il bilancino degli irrigidimenti, delle concessioni e dei risultati conseguibili nella trattativa. In questa veste si reca nel 1321 anche a Venezia in rappresentanza di Ravenna divenuta ormai sua seconda patria. Ma la malaria lo coglie in pieno. Deve far ritorno a Ravenna. Per spirare lontano dalla sua Firenze nella notte tra il 14 e il 15 settembre di quell’anno. Nel delirio della febbre e dell’agonia scorre e si riavvolge, si frammenta e si ricompone tutto il film della sua vita: la stanzetta in cui sognava e s’infuocava per il volgare, la lingua del popolo, la “nostra lingua” con la quale scrisse la Commedia; gli amici dei bagordi e dell’iniziazione letteraria; le donne: Beatrice; la moglie Gemma Donati sposata con un matrimonio combinato, come s’usava a quei tempi; le donne amate nell’esilio, i figli; Brunetto Latini, Guinizzelli, Farinata, Giano della Bella, Guido Cavalcanti, l’amico dei rimorsi: quello che Dante espulse dalla città; Bonifacio il traditore a sua volta tradito ad Anagni, Sciarra Colonna, acerrimo antagonista di Bonifacio, Carlo di Valois, Filippo il Bello; Benedetto XI, il Papa santo, che avrebbe potuto soccorrere Firenze ma fu subito avvelenato; le Corti, i signori, gli amici dai quali ricevette ospitalità: gli Scaligeri di Verona; Cino da Pistoia, l’amico esiliato a Bologna; i Malaspina della Lunigiana; il Vescovo, “uomo purissimo”, Alberto dei Camilla; i Conti Guidi del Casentino, l’Imperatore Arrigo VII, Guido Novello da Polenta signore di Ravenna e altro, altri ancora. “Biondo era e bello” è in sintesi il romanzo della vita del Poeta e del politico Dante Alighieri. Un’agile, formidabile testo breve assai utile a conoscere meglio ed apprezzare uno dei più grandi italiani d’altissimo ingegno e di cuore, geniale anticipatore del futuro possibile e patrimonio dell’umanità tutta intera.

Paolo Gatto

 

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