Blackout a Nord Est

La nazione in piena crisi energetica si spegne pian piano partendo dal Nord Est, territorio considerato ricco nonché locomotiva dell’economia italiana. Una locomotiva che faticava ad andare avanti elettricamente e che ora non ha nemmeno la possibilità di ritornare alle vecchie alimentazioni a carbone. La prospettiva se non si trovano accordi con il resto dell’Europa è quella di diminuire i consumi energetici iniziando dal Friuli Venezia Giulia. Il piano ormai ha già fatto il giro di negozi ristoranti ed esercenti. Si parla di chiudere le attività un’ora prima del previsto quindi dalle diciotto in poi le strade potrebbero apparire già deserte, le serrande già abbassate le vetrine buie. Uno scenario simile alle lunghe settimane di lockdown che hanno rinchiuso gli italiani in casa durante il Covid. Solo che stavolta si tratterà di un lockdown energetico. La protesta è cominciata ma il sentimento più forte da queste parti è la rassegnazione. “Così non possiamo andare avanti- racconta Franca di 59 anni, da quasi quaranta dietro il bancone dell’osteria di famiglia nelle vicinanze di Udine – se non ci aiutano noi dovremo chiudere prima di natale”, anche perché a novembre molti contratti bloccati dell’energia elettrica saliranno in media del 40/50%. Sono migliaia in tutto in Nord Est gli esercenti che in questi giorni hanno ricevuto le telefonate delle società elettriche. Sempre lo stesso disco: ”dal mese prossimo non potremo più garantire le tariffe concordate”. Ma non è tutto. Perché anche chi riuscirà a resistere fino a natale, magari mettendo mano ai risparmi di famiglia, potrebbe trovarsi di fronte alla fuga dei clienti. Basti pensare che due colossi industriali del ricco Friuli come Pittini e Fantoni, per decenni garanzia di sostentamento per intere comunità di queste parti, stanno annunciando cassa integrazione e stabilimenti al lavoro a singhiozzo con il rischio di allarme economico per migliaia di famiglie. Non va meglio nemmeno agli addetti della ristorazione, alle osterie e ai bar, chi in passato per sopravvivere alla pandemia, alle restrizioni spesso incomprensibili si è attrezzato con piccoli dehor ora si vede costretto a lasciare la propria clientela al freddo perché l’idea è quella di vietare l’utilizzo dei classici funghi alimentati a gas. “Pensate che lo scorso anno ho investito più di 50 mila euro per realizzare la copertura esterna del mio locale – racconta Daniele, 56 anni, che con la compagna gestisce un bar nel manzanese – se ci impediscono di riscaldarlo abbiamo buttato i soldi per nulla”. Ma c’è anche un allarme sicurezza. Strade buie, parcheggi non illuminati, insegne spente finiranno per trattenere in casa chi in questi tempi teme per la propria incolumità, riducendo ancora il flusso delle persone verso la città.E pensare che per anni questa terra è stata infiammata dalle polemiche per la realizzazione del gigantesco elettrodotto di Terna, uno colosso nazionale operante nella costruzione di reti di trasmissione dell’energia elettrica, che taglia in due il Friuli dalla montagna fino quasi al golfo di Trieste. Centinaia di mega tralicci che ricordano l’astronave Arcadia di Capitan Harlock a cui alla fine i friulani hanno fatto l’abitudine, proprio perché l’industria e la politica ripetevano che quei cavi elettrici erano la garanzia del nostro futuro. Una strana nemesi pensarli oggi spenti. Come sono sempre più spente le speranze di imprese e famiglie di riuscire davvero ad uscire da questa crisi mondiale.

La nazione in piena crisi energetica si spegne pian piano partendo dal Nord Est, territorio considerato ricco nonché locomotiva dell’economia italiana. Una locomotiva che faticava ad andare avanti elettricamente e che ora non ha nemmeno la possibilità di ritornare alle vecchie alimentazioni a carbone. La prospettiva se non si trovano accordi con il resto dell’Europa è quella di diminuire i consumi energetici iniziando dal Friuli Venezia Giulia. Il piano ormai ha già fatto il giro di negozi ristoranti ed esercenti. Si parla di chiudere le attività un’ora prima del previsto quindi dalle diciotto in poi le strade potrebbero apparire già deserte, le serrande già abbassate le vetrine buie. Uno scenario simile alle lunghe settimane di lockdown che hanno rinchiuso gli italiani in casa durante il Covid. Solo che stavolta si tratterà di un lockdown energetico. La protesta è cominciata ma il sentimento più forte da queste parti è la rassegnazione. “Così non possiamo andare avanti- racconta Franca di 59 anni, da quasi quaranta dietro il bancone dell’osteria di famiglia nelle vicinanze di Udine – se non ci aiutano noi dovremo chiudere prima di natale”, anche perché a novembre molti contratti bloccati dell’energia elettrica saliranno in media del 40/50%. Sono migliaia in tutto in Nord Est gli esercenti che in questi giorni hanno ricevuto le telefonate delle società elettriche. Sempre lo stesso disco: ”dal mese prossimo non potremo più garantire le tariffe concordate”. Ma non è tutto. Perché anche chi riuscirà a resistere fino a natale, magari mettendo mano ai risparmi di famiglia, potrebbe trovarsi di fronte alla fuga dei clienti. Basti pensare che due colossi industriali del ricco Friuli come Pittini e Fantoni, per decenni garanzia di sostentamento per intere comunità di queste parti, stanno annunciando cassa integrazione e stabilimenti al lavoro a singhiozzo con il rischio di allarme economico per migliaia di famiglie. Non va meglio nemmeno agli addetti della ristorazione, alle osterie e ai bar, chi in passato per sopravvivere alla pandemia, alle restrizioni spesso incomprensibili si è attrezzato con piccoli dehor ora si vede costretto a lasciare la propria clientela al freddo perché l’idea è quella di vietare l’utilizzo dei classici funghi alimentati a gas. “Pensate che lo scorso anno ho investito più di 50 mila euro per realizzare la copertura esterna del mio locale – racconta Daniele, 56 anni, che con la compagna gestisce un bar nel manzanese – se ci impediscono di riscaldarlo abbiamo buttato i soldi per nulla”. Ma c’è anche un allarme sicurezza. Strade buie, parcheggi non illuminati, insegne spente finiranno per trattenere in casa chi in questi tempi teme per la propria incolumità, riducendo ancora il flusso delle persone verso la città.E pensare che per anni questa terra è stata infiammata dalle polemiche per la realizzazione del gigantesco elettrodotto di Terna, uno colosso nazionale operante nella costruzione di reti di trasmissione dell’energia elettrica, che taglia in due il Friuli dalla montagna fino quasi al golfo di Trieste. Centinaia di mega tralicci che ricordano l’astronave Arcadia di Capitan Harlock a cui alla fine i friulani hanno fatto l’abitudine, proprio perché l’industria e la politica ripetevano che quei cavi elettrici erano la garanzia del nostro futuro. Una strana nemesi pensarli oggi spenti. Come sono sempre più spente le speranze di imprese e famiglie di riuscire davvero ad uscire da questa crisi mondiale.

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