Blonde schifa il mainstream. Ci piace.

Già bollato come film più divisivo dell’anno. Su questo Brad Pitt ha già l’Oscar in mano.

L’attore che ha prodotto Blonde, il biopic sulla vita di Marilyn Monroe, lanciato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, fa il pieno di critiche dai critici. In buona sostanza, disgusta i pennoloni del mainstream, motivo che, già solo per quello, dovrebbe farcelo amare. Il film, dichiaratamente romanzato, sulla vita della diva interpretata da Ana de Armas va massacrato per forza. Pena, l’esclusione dai nasi alti.

Intanto su Netflix fa il botto.

La gente è meno scema di come la pensano i critici. Marilyn, invece lo era un po’ di più. Per questo non possono sopportare come è stata trattata da libro e macchina da presa. E meno ancora come è stato trattato Kennedy, che tuttora rimane intoccabile a certi tavoli. Dicono che Marilyn meriti di più di Blonde. Ma non spiegano cosa. Decisamente meritava di più nella vita e dalla vita, a partire da una morte meno prematura e in circostanze migliori. Meritava una Hollywood meno maschilista, amanti meno potenti e quindi meno pericolosi, un’infanzia migliore.

Ma se è andata così, cosa c’è di sbagliato nel film? La dichiarazione di una visione romanzata quando ci sta che il tutto sia così tremendamente reale, ma rivelato tutto insieme per la prima volta, dove Kennedy esce non come uno stinco di santo e lei viene mostrata come la allocca che era? Aveva 36 anni quando è morta, zeppa di barbiturici e non si sa se se li fosse presi o se glieli avessero tirati giù per gola.

L’unica cosa romanzata è il finale, più soft rispetto al libro, ma per il resto, di cosa dovrebbero lamentarsi? Lungo, talvolta lento. Ma se tutti i film lunghi e lenti dovessero passare dal macello, quanti pipponi osannati a livello mondiale ci saremmo risparmiati? In Blonde c’è altro che non piace e che è lì spiattellato in streaming.

Certo lei icona indiscussa, bella e seducente come nessuna è riuscita mai ad essere e lo sarà per altri secoli, ma cosa non dovevano dire nel film? Non dovevano mostrarla come disturbata e probabilmente bipolare? Come una che è diventata Marilyn senza risolvere prima Norma Jane, e quindi, quando non esistevano il me too e manco il femminismo, fu trattata come un pezzo di carne prima in mano ai poteri forti di Hollywood e poi dei Kennedy?

O forse è proprio la rappresentazione di un Kennedy, sventrato nella morale che finiva dove iniziava il dietro le quinte, che indigna chi intorno a questa famiglia, da quasi un secolo, protegge ogni singola riga che guai a scriverla? Il punto è che Marilyn si sapeva che fosse così, altrimenti non sarebbe morta a 36 anni sola, strafatta, e col trucco colato, ma probabilmente almeno trent’anni dopo e miliardaria con la piega fino alla fine e la camicia da notte intatta come Jackie Kennedy, nel suo attico di Manhattan, con un figlio che le stringeva la mano destra e una figlia che le stringeva la mano sinistra. Serviva soltanto qualcuno che avesse voglia di mettere i fatti insieme. E un’attrice abbastanza brava da non esserne la brutta copia e basta.

 Il lavoro del regista Andrew Dominik è stato definito “orrendo”, “sfruttatore”, “sessista” e l’interpretazione dell’attrice cubana, fittizia. Ma orrendezze, sessismo sfrenato e sfruttamento erano gli ingredienti della Hollywood e della politica dell’epoca (e tante altre a venire). Se decidi di scavare in una personalità in balìa di tutto questo, che si stava appena rendendo conto di chi e cosa potesse rappresentare, certe cose le devi dire, e se c’è qualcosa per cui indignarsi è per ciò che una donna fragile ha dovuto subire fino alla morte, quando tutto questo era tacitato e quindi legittimato.

E le femministe mute.

Cosa devono sostenere? Che Kennedy sia stato trattato male dal film? Che lei, poveretta, non fosse squilibrata? Che una così ingenua non avrebbe mai potuto diventare una star planetaria se non fosse stata una mente? Se fosse rimasta tutta la vita con Miller, fosse diventata mamma, probabilmente non sarebbe morta  36 anni e di conseguenza divenuta l’icona più icona. Certo, essere l’amante del Presidente degli Stati Uniti, ha aiutato la costruzione post mortem del mito, ma forse anche favorito la morte.

Che poi nella Hollywood di fine anni ‘40, il cervello di una bella donna fosse considerato una mera opzione, andava detto.

Ma più si leggono critiche, più c’è da convincersi che questo sia un gran film, al netto del fatto, non trascurabile, che l’interpretazione sia, a dir poco, grandiosa. 

Già bollato come film più divisivo dell’anno. Su questo Brad Pitt ha già l’Oscar in mano.

L’attore che ha prodotto Blonde, il biopic sulla vita di Marilyn Monroe, lanciato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, fa il pieno di critiche dai critici. In buona sostanza, disgusta i pennoloni del mainstream, motivo che, già solo per quello, dovrebbe farcelo amare. Il film, dichiaratamente romanzato, sulla vita della diva interpretata da Ana de Armas va massacrato per forza. Pena, l’esclusione dai nasi alti.

Intanto su Netflix fa il botto.

La gente è meno scema di come la pensano i critici. Marilyn, invece lo era un po’ di più. Per questo non possono sopportare come è stata trattata da libro e macchina da presa. E meno ancora come è stato trattato Kennedy, che tuttora rimane intoccabile a certi tavoli. Dicono che Marilyn meriti di più di Blonde. Ma non spiegano cosa. Decisamente meritava di più nella vita e dalla vita, a partire da una morte meno prematura e in circostanze migliori. Meritava una Hollywood meno maschilista, amanti meno potenti e quindi meno pericolosi, un’infanzia migliore.

Ma se è andata così, cosa c’è di sbagliato nel film? La dichiarazione di una visione romanzata quando ci sta che il tutto sia così tremendamente reale, ma rivelato tutto insieme per la prima volta, dove Kennedy esce non come uno stinco di santo e lei viene mostrata come la allocca che era? Aveva 36 anni quando è morta, zeppa di barbiturici e non si sa se se li fosse presi o se glieli avessero tirati giù per gola.

L’unica cosa romanzata è il finale, più soft rispetto al libro, ma per il resto, di cosa dovrebbero lamentarsi? Lungo, talvolta lento. Ma se tutti i film lunghi e lenti dovessero passare dal macello, quanti pipponi osannati a livello mondiale ci saremmo risparmiati? In Blonde c’è altro che non piace e che è lì spiattellato in streaming.

Certo lei icona indiscussa, bella e seducente come nessuna è riuscita mai ad essere e lo sarà per altri secoli, ma cosa non dovevano dire nel film? Non dovevano mostrarla come disturbata e probabilmente bipolare? Come una che è diventata Marilyn senza risolvere prima Norma Jane, e quindi, quando non esistevano il me too e manco il femminismo, fu trattata come un pezzo di carne prima in mano ai poteri forti di Hollywood e poi dei Kennedy?

O forse è proprio la rappresentazione di un Kennedy, sventrato nella morale che finiva dove iniziava il dietro le quinte, che indigna chi intorno a questa famiglia, da quasi un secolo, protegge ogni singola riga che guai a scriverla? Il punto è che Marilyn si sapeva che fosse così, altrimenti non sarebbe morta a 36 anni sola, strafatta, e col trucco colato, ma probabilmente almeno trent’anni dopo e miliardaria con la piega fino alla fine e la camicia da notte intatta come Jackie Kennedy, nel suo attico di Manhattan, con un figlio che le stringeva la mano destra e una figlia che le stringeva la mano sinistra. Serviva soltanto qualcuno che avesse voglia di mettere i fatti insieme. E un’attrice abbastanza brava da non esserne la brutta copia e basta.

 Il lavoro del regista Andrew Dominik è stato definito “orrendo”, “sfruttatore”, “sessista” e l’interpretazione dell’attrice cubana, fittizia. Ma orrendezze, sessismo sfrenato e sfruttamento erano gli ingredienti della Hollywood e della politica dell’epoca (e tante altre a venire). Se decidi di scavare in una personalità in balìa di tutto questo, che si stava appena rendendo conto di chi e cosa potesse rappresentare, certe cose le devi dire, e se c’è qualcosa per cui indignarsi è per ciò che una donna fragile ha dovuto subire fino alla morte, quando tutto questo era tacitato e quindi legittimato.

E le femministe mute.

Cosa devono sostenere? Che Kennedy sia stato trattato male dal film? Che lei, poveretta, non fosse squilibrata? Che una così ingenua non avrebbe mai potuto diventare una star planetaria se non fosse stata una mente? Se fosse rimasta tutta la vita con Miller, fosse diventata mamma, probabilmente non sarebbe morta  36 anni e di conseguenza divenuta l’icona più icona. Certo, essere l’amante del Presidente degli Stati Uniti, ha aiutato la costruzione post mortem del mito, ma forse anche favorito la morte.

Che poi nella Hollywood di fine anni ‘40, il cervello di una bella donna fosse considerato una mera opzione, andava detto.

Ma più si leggono critiche, più c’è da convincersi che questo sia un gran film, al netto del fatto, non trascurabile, che l’interpretazione sia, a dir poco, grandiosa. 

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli