Bocciati in ricerca

Le piccole e medie imprese hanno drasticamente ridotto gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo dei prodotti. Nel report redatto e pubblicato dall’Istat, che si riferisce al trienno tra il 2020 e il 2022, ci sono i dati di un autentico tracollo che si è verificato con l’insorgere della pandemia Covid e solo parzialmente mitigato da qualche segnale di ripresa nel 2021 e quest’anno. Sul 2022, però, pende un’incognita pesantissima: quella del caro energia che sta mettendo a rischio la sopravvivenza stessa delle aziende. Intanto anche il settore della sperimentazione sanitaria no profit ha subito un gravissimo calo stimato in circa il 4%.

Secondo gli analisti dell’istituto nazionale di statistica, sul fronte della ricerca e dello sviluppo, nel 2020 si è registrato un crollo degli investimenti delle imprese in ricerca pari a circa il 6,8% rispetto al 2019. Si tratta di una percentuale che racconta molto più di quanto faccia a prima vista. Perché se il dato non è peggiore è stato solo grazie alla grande industria che ha addirittura aumentato gli investimenti in ricerca (+2,2%). Le pmi, invece, hanno alzato bandiera bianca. Le piccole aziende, con meno di 50 dipendenti, hanno diminuito gli investimenti in ricerca del 26,5%. Le medie, invece, hanno dovuto rinunciare al 17,5% di quanto speso nel 2019. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che l’innovazione, nelle pmi e nell’industria in genere, è auto-finanziata. Insomma, si sperava nel 2022 per pareggiare il divario scavato dalla pandemia, ma a causa degli aumenti delle materie prime, con ogni probabilità, la ricerca farà ulteriori passi indietro. Le stime Istat riferiscono che il settore della ricerca e dello sviluppo tornerà ai livelli pre Covid già quest’anno con le spese programmate da parte delle imprese anche a fronte del recupero già iniziato nel 2021. Ma un altro “cigno nero” ha fatto la sua comparsa e le previsioni potrebbero essere scompaginate dalla realtà. L’energia mette in ginocchio l’industria e le risorse, dal momento che la maggior parte dei fondi arriva dall’autofinanziamento, potrebbero essere dirottate altrove. Ciò a detrimento del sistema industriale ed economico nazionale, della sua competitività sui mercati esteri e dell’occupazione, soprattutto quella più qualificata. A causa dell’arretramento degli investimenti, infatti, neal 2020 si è perso il 4,3% dei ricercatori.

Nemmeno la ricerca sanitaria ha granché da festeggiare. Anzi. Secondo una ricerca Fadoi, presentata ieri mattina a Roma, la burocrazia sta massacrando i trial clinici italiani. Al punto che in Italia se ne fanno solo 4,6 ogni 10mila abitanti. Un numero ben lontano dalle medie europee: per fare un esempio, e tralasciando l’efficienza danese di 25,5 test ogni 10mila abitanti, in Germania se ne fanno 5,6 e sia in Francia che Spagna se ne conducono sei. Ciò vuol dire una cosa semplice: dove si fa meno sperimentazione, i medicinali arrivano dopo. Gualberto Gussoni, direttore scientifico Fadoi,: “A uscirne più penalizzata è la ricerca indipendente no profit che, se nel 2018 si attestava al 27,3% del totale delle sperimentazioni condotte in Italia, l’anno successivo ha avuto una contrazione al 23,2%. Una ricerca in cui il 90% degli investimenti che ne consentono lo svolgimento è sostenuto da privati”. Il dirigente dell’Ufficio Ricerca Indipendente Aifa Maurizio Belfiglio ha dichiarato che “in Italia la sperimentazione clinica vede un 77% profit e un 23% no profit in cui, mi preme evidenziare, nel 2019-2020, rispetto al 2018, c’è stato un crollo di 4 punti percentuali”.

Le piccole e medie imprese hanno drasticamente ridotto gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo dei prodotti. Nel report redatto e pubblicato dall’Istat, che si riferisce al trienno tra il 2020 e il 2022, ci sono i dati di un autentico tracollo che si è verificato con l’insorgere della pandemia Covid e solo parzialmente mitigato da qualche segnale di ripresa nel 2021 e quest’anno. Sul 2022, però, pende un’incognita pesantissima: quella del caro energia che sta mettendo a rischio la sopravvivenza stessa delle aziende. Intanto anche il settore della sperimentazione sanitaria no profit ha subito un gravissimo calo stimato in circa il 4%.

Secondo gli analisti dell’istituto nazionale di statistica, sul fronte della ricerca e dello sviluppo, nel 2020 si è registrato un crollo degli investimenti delle imprese in ricerca pari a circa il 6,8% rispetto al 2019. Si tratta di una percentuale che racconta molto più di quanto faccia a prima vista. Perché se il dato non è peggiore è stato solo grazie alla grande industria che ha addirittura aumentato gli investimenti in ricerca (+2,2%). Le pmi, invece, hanno alzato bandiera bianca. Le piccole aziende, con meno di 50 dipendenti, hanno diminuito gli investimenti in ricerca del 26,5%. Le medie, invece, hanno dovuto rinunciare al 17,5% di quanto speso nel 2019. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che l’innovazione, nelle pmi e nell’industria in genere, è auto-finanziata. Insomma, si sperava nel 2022 per pareggiare il divario scavato dalla pandemia, ma a causa degli aumenti delle materie prime, con ogni probabilità, la ricerca farà ulteriori passi indietro. Le stime Istat riferiscono che il settore della ricerca e dello sviluppo tornerà ai livelli pre Covid già quest’anno con le spese programmate da parte delle imprese anche a fronte del recupero già iniziato nel 2021. Ma un altro “cigno nero” ha fatto la sua comparsa e le previsioni potrebbero essere scompaginate dalla realtà. L’energia mette in ginocchio l’industria e le risorse, dal momento che la maggior parte dei fondi arriva dall’autofinanziamento, potrebbero essere dirottate altrove. Ciò a detrimento del sistema industriale ed economico nazionale, della sua competitività sui mercati esteri e dell’occupazione, soprattutto quella più qualificata. A causa dell’arretramento degli investimenti, infatti, neal 2020 si è perso il 4,3% dei ricercatori.

Nemmeno la ricerca sanitaria ha granché da festeggiare. Anzi. Secondo una ricerca Fadoi, presentata ieri mattina a Roma, la burocrazia sta massacrando i trial clinici italiani. Al punto che in Italia se ne fanno solo 4,6 ogni 10mila abitanti. Un numero ben lontano dalle medie europee: per fare un esempio, e tralasciando l’efficienza danese di 25,5 test ogni 10mila abitanti, in Germania se ne fanno 5,6 e sia in Francia che Spagna se ne conducono sei. Ciò vuol dire una cosa semplice: dove si fa meno sperimentazione, i medicinali arrivano dopo. Gualberto Gussoni, direttore scientifico Fadoi,: “A uscirne più penalizzata è la ricerca indipendente no profit che, se nel 2018 si attestava al 27,3% del totale delle sperimentazioni condotte in Italia, l’anno successivo ha avuto una contrazione al 23,2%. Una ricerca in cui il 90% degli investimenti che ne consentono lo svolgimento è sostenuto da privati”. Il dirigente dell’Ufficio Ricerca Indipendente Aifa Maurizio Belfiglio ha dichiarato che “in Italia la sperimentazione clinica vede un 77% profit e un 23% no profit in cui, mi preme evidenziare, nel 2019-2020, rispetto al 2018, c’è stato un crollo di 4 punti percentuali”.

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