Brasile verso la guerra civile: autostrade bloccate contro la vittoria di Lula

Luiz Inácio Lula da Silva riporta la sinistra al potere e in Brasile scoppiano disordini e gravi azioni di protesta.

Alle ultime elezioni il leader dei lavoratori ha vinto per appena due punti di percentuale sul contendente di estrema destra, Jair Bolsonaro, ereditando un Brasile completamente spaccato in due tra socialdemocratici e ultranazionalisti conservatori.

La sfida più grande per l’ex operaio e sindacalista dunque, sembrerebbe proprio quella di governare una nazione cercando di ricostituirne l’unità.
E se da una parte i sostenitori di Lula ancora festeggiano, dall’altra quelli di Bolsonaro stanno manifestando ovunque il proprio dissenso, causando disordini nel tentativo di concedere tempo al loro Presidente, arroccato in un silenzio dal giorno del ballottaggio.

Bolsonaro non solo non si è congratulato col vincitore come si converrebbe; non ha nemmeno espresso il minimo riconoscimento del risultato elettorale, spingendo così i suoi sostenitori – ossessionati dai complotti e dalle frodi elettorali – a ribellarsi per ribaltare la situazione.

Ed è quello che sta accadendo. Martedì centinaia di camionisti e attivisti hanno bloccato le autostrade in oltre 20 Stati – compresa la San Paolo-Rio de Janeiro – scatenando il caos in un Paese come il Brasile in cui il trasporto merci avviene tutto su gomma. Le ragioni della categoria sono presto dette: i camionisti sostengono Bolsonaro per via della sua politica per la riduzione del prezzo del diesel di cui beneficerebbero enormemente.

192 dei moltissimi blocchi sono stati rimossi, ma strade e pneumatici bloccati sono i segni di una guerra civile incombente.

Siccome diversi agenti si sono rifiutati di prendere provvedimenti contro i manifestanti o addirittura hanno solidarizzato con loro, è stato necessario un provvedimento della Corte suprema che ha ordinato alla polizia di far tornare la normalità.

Nel bel mezzo del caos, tra manifestazioni in strada, lacrimogeni e proiettili di gomma sparati dai poliziotti e addirittura un uomo di 28 anni ucciso e altre quattro persone rimaste ferite, Bolsonaro ha convocato una riunione di emergenza con il ministro della Difesa, il generale Paulo Sergio Oliveira, e altri ministri, per discutere della crisi in atto.

Fortunatamente, già a partire dal tardo pomeriggio di ieri, la maggior parte dei blocchi sono stati smantellati, ma i sotenitori di Bolsonaro non si fermano.
La frangia più radicale ed estremista starebbe organizzandosi per raggiungere l’Esplanade de ministerios e su Telegram, starebbe parlando di “resistenza armata” .

Non sappiamo se la rivolta, magari grazie a un intervento pacificatore dello stesso Bolsonaro, scemerà nei prossimi giorni o se la situazione andrà via via peggiorando.

Quel che è certo è che, principi politici personali e condanne penali di Lula a parte, altri quattro anni di Bolsonaro avrebbero causato conseguenze ambientali devastanti, non solo per il Brasile ma per tutto il mondo.

Durante la sua presidenza, due miliardi di alberi sono stati bruciati o abbattuti, e un’area delle dimensioni della città di Londra è andata perduta solo nei primi sei mesi del 2022.

Senza contare i maxi incendi che l’hanno devastato negli ultimi anni, le politiche sulla deforestazione e il disboscamento illegale dell’ex Presidente del Brasile hanno gravemente danneggiato il polmone verde dell’America Latina. Mentre Lula, ammesso che riesca a lasciarsi alle spalle le proteste, le minacce di un colpo di stato da parte dei conservatori e l’opposizione dei governatori bolsonaristi, ha promesso di impegnarsi a fondo per ripristinare e tutelare l’immenso patrimonio della foresta tropicale oltre che le vite e le tradizioni dei popoli indigeni che lì vi abitano.

Luiz Inácio Lula da Silva riporta la sinistra al potere e in Brasile scoppiano disordini e gravi azioni di protesta.

Alle ultime elezioni il leader dei lavoratori ha vinto per appena due punti di percentuale sul contendente di estrema destra, Jair Bolsonaro, ereditando un Brasile completamente spaccato in due tra socialdemocratici e ultranazionalisti conservatori.

La sfida più grande per l’ex operaio e sindacalista dunque, sembrerebbe proprio quella di governare una nazione cercando di ricostituirne l’unità.
E se da una parte i sostenitori di Lula ancora festeggiano, dall’altra quelli di Bolsonaro stanno manifestando ovunque il proprio dissenso, causando disordini nel tentativo di concedere tempo al loro Presidente, arroccato in un silenzio dal giorno del ballottaggio.

Bolsonaro non solo non si è congratulato col vincitore come si converrebbe; non ha nemmeno espresso il minimo riconoscimento del risultato elettorale, spingendo così i suoi sostenitori – ossessionati dai complotti e dalle frodi elettorali – a ribellarsi per ribaltare la situazione.

Ed è quello che sta accadendo. Martedì centinaia di camionisti e attivisti hanno bloccato le autostrade in oltre 20 Stati – compresa la San Paolo-Rio de Janeiro – scatenando il caos in un Paese come il Brasile in cui il trasporto merci avviene tutto su gomma. Le ragioni della categoria sono presto dette: i camionisti sostengono Bolsonaro per via della sua politica per la riduzione del prezzo del diesel di cui beneficerebbero enormemente.

192 dei moltissimi blocchi sono stati rimossi, ma strade e pneumatici bloccati sono i segni di una guerra civile incombente.

Siccome diversi agenti si sono rifiutati di prendere provvedimenti contro i manifestanti o addirittura hanno solidarizzato con loro, è stato necessario un provvedimento della Corte suprema che ha ordinato alla polizia di far tornare la normalità.

Nel bel mezzo del caos, tra manifestazioni in strada, lacrimogeni e proiettili di gomma sparati dai poliziotti e addirittura un uomo di 28 anni ucciso e altre quattro persone rimaste ferite, Bolsonaro ha convocato una riunione di emergenza con il ministro della Difesa, il generale Paulo Sergio Oliveira, e altri ministri, per discutere della crisi in atto.

Fortunatamente, già a partire dal tardo pomeriggio di ieri, la maggior parte dei blocchi sono stati smantellati, ma i sotenitori di Bolsonaro non si fermano.
La frangia più radicale ed estremista starebbe organizzandosi per raggiungere l’Esplanade de ministerios e su Telegram, starebbe parlando di “resistenza armata” .

Non sappiamo se la rivolta, magari grazie a un intervento pacificatore dello stesso Bolsonaro, scemerà nei prossimi giorni o se la situazione andrà via via peggiorando.

Quel che è certo è che, principi politici personali e condanne penali di Lula a parte, altri quattro anni di Bolsonaro avrebbero causato conseguenze ambientali devastanti, non solo per il Brasile ma per tutto il mondo.

Durante la sua presidenza, due miliardi di alberi sono stati bruciati o abbattuti, e un’area delle dimensioni della città di Londra è andata perduta solo nei primi sei mesi del 2022.

Senza contare i maxi incendi che l’hanno devastato negli ultimi anni, le politiche sulla deforestazione e il disboscamento illegale dell’ex Presidente del Brasile hanno gravemente danneggiato il polmone verde dell’America Latina. Mentre Lula, ammesso che riesca a lasciarsi alle spalle le proteste, le minacce di un colpo di stato da parte dei conservatori e l’opposizione dei governatori bolsonaristi, ha promesso di impegnarsi a fondo per ripristinare e tutelare l’immenso patrimonio della foresta tropicale oltre che le vite e le tradizioni dei popoli indigeni che lì vi abitano.

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