Bufera intercettazioni su Nordio Il lento ritorno dell’avvocato G.

 

Torna. Silenziosa come se n’era “andata”. L’avvocato G. G come Giulia Bongiorno. G come Giorgia Meloni. E se il Buongiorno, o meglio sarebbe dire il Bongiorno, di una riforma si vede dal mattino (dell’arresto di Messina Denaro), il governo Meloni sta per entrare in una tempesta. Dopo essere passati indenni dal mancato rinnovo degli sconti sulla benzina, serviva Carlo Nordio per rischiare di annullare l’effetto catartico che l’arresto del boss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro, lo scorso 16 gennaio a Palermo, aveva portato sul governo, facendolo uscire dalle secche. E invece no. Ci si è messo il signor ministro, corretto a stretto giro da Giulia Bongiorno, smentito cioè da quella che sembra l’ombra lunga del premier in fatto di Giustizia. I toni sono stati pacati, ma hanno creato un terremoto a largo Arenula, e più di un mal di pancia a centrodestra, dove l’ex legale di Giulio Andreotti viene considerata ormai un ministro ombra di questo governo.
E così lo scontro con i pm dopo la cattura di Ignazieddu rischia di scuotere la destra più del previsto. E di far emergere quei distinguo che in maggioranza sono stati sopiti da quando nella trattativa con Berlusconi Nordio sembrò l’unico compromesso possibile, per garantire un ministro meloniano di nome ma berlusconiano di fatto e al tempo stesso molto ingombrante per una larga parte dell’elettorato di Fratelli d’Italia, il partito di maggioranza relativa con cui è stato eletto.
Il problema è che Nordio, dopo il padre “putativo” di Fratelli d’Italia Guido Crosetto, titolare del ministero della Difesa, è il più gradito del governo. E lo è proprio per la schiettezza con cui attacca giudici e sistema, con cui chiede regole ferree per intercettazioni e fughe di notizie.
Un bel rompicapo. Anche perché fino a quando le intercettazioni erano soltanto un argomento appannaggio del Parlamento, delle tv, dello scontro biblico fra cosiddetti garantisti e cosiddetti giustizialisti il problema non si poneva davvero. Ora le cose in poche ore sono cambiate. E questo perché, dubbi a parte, retroscena a parte e giallo a parte, Nordio ha colpito al cuore il sistema dei pm proprio quando nella percezione collettiva la magistratura aveva segnato il colpo del decennio. Mettendo in carcere il capo della mafia Messina Denaro, ultimo degli stragisti in libertà, proprio grazie a una indagine basata su intercettazioni eseguite in punta di diritto, con un’attenzione maniacale, mai rivelate all’esterno.
Ed ecco che le parole di Giulia Bongiorno, scritta stavolta senza la U, non promettono al ministro giornate serene e suonano come quelle di qualcuno che all’orecchio del centro-destra comincia a suonare come un elemento di mediazione. Visto che Forza Italia, pur fra i maggiori sostenitori culturali di Nordio, ha bisogno che la riforma della Giustizia, e in particolare delle intercettazioni, venga effettivamente varata dal governo e dalla maggioranza che lo regge. Non solo declamata a convegni e salotti. E per fare questo, forse, se fino a ieri era necessaria una figura autorevole di sfondamento, cosa che Nordio rappresenta, da qualche ora qualcuno comincia a sussurrare, per poi magari ridirlo a voce più alta, fino poi magari a gridarlo, che la strada da seguire per la destra è quella di una mediazione. Ed ecco che dopo aver superato l’ostacolo che sembrava più difficile del mancato rinnovo dei fondi sulla benzina, che ogni cittadino italiano ha potuto vedere facendo il pieno, pareva davvero difficile aprire un fronte se possibile ancora più ostico. Ma ci ha pensato lui. Ora nessuno immagina che Giorgia Meloni possa mettere mano al governo. Tanto meno alla figura del Guardasigilli, che risulta tra quelle dei ministri più graditi. Ma certamente dopo l’arresto di Messina Denaro qualcosa è cambiato nell’equilibrio che il centrodestra deve trovare, se vuole davvero affrontare il viaggio senza ritorno di una riforma della Giustizia. E così negli ambienti più duri e puri di Fdi il Guardasigilli è già ironicamente soprannominato SigillaGuardie, epiteto che non promette navigazione senza scossoni.
Quel che è certo è che questo viaggio comincerà, perché Giorgia Meloni deve farlo cominciare. Ma è possibile che proprio con quelle parole di Nordio in Parlamento si sia aperta l’ipotesi che sarà certo lui a partire ma forse non lui a arrivare. A portare cioè la barca fino in fondo alla riforma promessa al Paese da tutti, dal 1993 in poi.
A un certo punto, potrebbe davvero sentirsi la voce di Giulia Bongiorno. Secondo molti il ministro indicato da Giorgia Meloni già il 27 settembre, il giorno dopo la vittoria elettorale.

 

Torna. Silenziosa come se n’era “andata”. L’avvocato G. G come Giulia Bongiorno. G come Giorgia Meloni. E se il Buongiorno, o meglio sarebbe dire il Bongiorno, di una riforma si vede dal mattino (dell’arresto di Messina Denaro), il governo Meloni sta per entrare in una tempesta. Dopo essere passati indenni dal mancato rinnovo degli sconti sulla benzina, serviva Carlo Nordio per rischiare di annullare l’effetto catartico che l’arresto del boss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro, lo scorso 16 gennaio a Palermo, aveva portato sul governo, facendolo uscire dalle secche. E invece no. Ci si è messo il signor ministro, corretto a stretto giro da Giulia Bongiorno, smentito cioè da quella che sembra l’ombra lunga del premier in fatto di Giustizia. I toni sono stati pacati, ma hanno creato un terremoto a largo Arenula, e più di un mal di pancia a centrodestra, dove l’ex legale di Giulio Andreotti viene considerata ormai un ministro ombra di questo governo.
E così lo scontro con i pm dopo la cattura di Ignazieddu rischia di scuotere la destra più del previsto. E di far emergere quei distinguo che in maggioranza sono stati sopiti da quando nella trattativa con Berlusconi Nordio sembrò l’unico compromesso possibile, per garantire un ministro meloniano di nome ma berlusconiano di fatto e al tempo stesso molto ingombrante per una larga parte dell’elettorato di Fratelli d’Italia, il partito di maggioranza relativa con cui è stato eletto.
Il problema è che Nordio, dopo il padre “putativo” di Fratelli d’Italia Guido Crosetto, titolare del ministero della Difesa, è il più gradito del governo. E lo è proprio per la schiettezza con cui attacca giudici e sistema, con cui chiede regole ferree per intercettazioni e fughe di notizie.
Un bel rompicapo. Anche perché fino a quando le intercettazioni erano soltanto un argomento appannaggio del Parlamento, delle tv, dello scontro biblico fra cosiddetti garantisti e cosiddetti giustizialisti il problema non si poneva davvero. Ora le cose in poche ore sono cambiate. E questo perché, dubbi a parte, retroscena a parte e giallo a parte, Nordio ha colpito al cuore il sistema dei pm proprio quando nella percezione collettiva la magistratura aveva segnato il colpo del decennio. Mettendo in carcere il capo della mafia Messina Denaro, ultimo degli stragisti in libertà, proprio grazie a una indagine basata su intercettazioni eseguite in punta di diritto, con un’attenzione maniacale, mai rivelate all’esterno.
Ed ecco che le parole di Giulia Bongiorno, scritta stavolta senza la U, non promettono al ministro giornate serene e suonano come quelle di qualcuno che all’orecchio del centro-destra comincia a suonare come un elemento di mediazione. Visto che Forza Italia, pur fra i maggiori sostenitori culturali di Nordio, ha bisogno che la riforma della Giustizia, e in particolare delle intercettazioni, venga effettivamente varata dal governo e dalla maggioranza che lo regge. Non solo declamata a convegni e salotti. E per fare questo, forse, se fino a ieri era necessaria una figura autorevole di sfondamento, cosa che Nordio rappresenta, da qualche ora qualcuno comincia a sussurrare, per poi magari ridirlo a voce più alta, fino poi magari a gridarlo, che la strada da seguire per la destra è quella di una mediazione. Ed ecco che dopo aver superato l’ostacolo che sembrava più difficile del mancato rinnovo dei fondi sulla benzina, che ogni cittadino italiano ha potuto vedere facendo il pieno, pareva davvero difficile aprire un fronte se possibile ancora più ostico. Ma ci ha pensato lui. Ora nessuno immagina che Giorgia Meloni possa mettere mano al governo. Tanto meno alla figura del Guardasigilli, che risulta tra quelle dei ministri più graditi. Ma certamente dopo l’arresto di Messina Denaro qualcosa è cambiato nell’equilibrio che il centrodestra deve trovare, se vuole davvero affrontare il viaggio senza ritorno di una riforma della Giustizia. E così negli ambienti più duri e puri di Fdi il Guardasigilli è già ironicamente soprannominato SigillaGuardie, epiteto che non promette navigazione senza scossoni.
Quel che è certo è che questo viaggio comincerà, perché Giorgia Meloni deve farlo cominciare. Ma è possibile che proprio con quelle parole di Nordio in Parlamento si sia aperta l’ipotesi che sarà certo lui a partire ma forse non lui a arrivare. A portare cioè la barca fino in fondo alla riforma promessa al Paese da tutti, dal 1993 in poi.
A un certo punto, potrebbe davvero sentirsi la voce di Giulia Bongiorno. Secondo molti il ministro indicato da Giorgia Meloni già il 27 settembre, il giorno dopo la vittoria elettorale.

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