Buscema (Nessuno Tocchi Papà): “I figli sono delle mamme: un pregiudizio di genere cristallizzato nei tribunali”
L’avvocato Walter Buscema, fondatore e presidente dell’associazione Nessuno Tocchi Papà, racconta come la legge sull’affido condiviso, pur corretta sulla carta, venga applicata in modo diseguale. Dal caso della Famiglia del Bosco ai contratti prematrimoniali, passando per la violenza senza genere: un ritratto senza sconti del diritto di famiglia italiano.
Avvocato, come nasce l’associazione Nessuno Tocchi Papà?
“Nasce dalle mie vicende personali di papà separato. Nel 2014 avevo da poco concluso il mio iter giudiziario per l’affidamento di mia figlia, che all’epoca aveva solo due mesi. In quell’occasione mi sono reso conto, come papà e come avvocato, delle storture presenti nel nostro diritto di famiglia. La bigenitorialità è un principio introdotto nel 2006: in un passato giuridico vicinissimo. Eppure nonostante sia stato riconosciuto il diritto dei bambini a conservare ambedue le figure genitoriali dopo la separazione, è un diritto rimasto sulla carta. Nei tribunali continua a esistere una preferenza per la figura materna, considerata a prescindere la più idonea e tutelante”.
Nel caso della famiglia del bosco il padre Nathan è stato valutato positivamente rispetto alla madre Katrin. Eppure i figli non gli sono ancora stati affidati. Come lo spiega
“Bisogna sempre prendere cum grano salis il parere su un caso che non si segue personalmente. Per quello che mi risulta, il padre è stato giudicato più collaborativo dai servizi sociali rispetto a una madre che si è mostrata oppositiva. Questo lo rende potenzialmente più idoneo. Tuttavia non mi risulta sia stata ancora effettuata una consulenza tecnica sulle capacità genitoriali di entrambi, che sarà fondamentale per decidere se i minori possano essere affidati al padre o dati in affidamento a terzi. È una cosa spiacevole, ma non ci può essere libero arbitrio assoluto: quando le scelte di vita dei genitori impattano negativamente sull’equilibrio e sul futuro dei ragazzi, lo Stato deve intervenire”.
Fare chiarezza tra affidamento e collocamento può aiutare a capire perché il 98% dei minori finisca con la madre?
“L’affidamento riguarda la sfera giuridica delle decisioni relative ai minori; il collocamento indica dove il minore vivrà in modo prevalente. In Italia il collocamento prevalente nel 98% dei casi è presso la madre, anche quando vi sono problematiche psicologiche o di abuso di sostanze. Non è possibile, dal punto di vista statistico, che il 98% delle madri sia migliore della figura paterna. Tranne casi estremi – una grave malattia psichiatrica, ad esempio – il tribunale tende a collocare il minore dalla madre in modo quasi automatico. È un pregiudizio di genere frutto di una forma mentis ormai cristallizzata nei giudici, non una reale tutela per i minori”.
Chi si rivolge all’associazione? E quali sono le difficoltà economiche più frequenti che riscontra?
“Ci seguono soprattutto padri separati o in procinto di separarsi, e spesso anche le nuove compagne. La separazione impatta negativamente su tutto il nucleo familiare, ma i padri sono quelli che economicamente subiscono di più. La casa coniugale viene assegnata ai figli e quindi, de relato, alla madre – anche se l’immobile è di proprietà esclusiva dell’uomo, magari donato dai suoi genitori. L’uomo perde la casa, continua a pagare il mutuo, deve sostenere il mantenimento dei figli e trovare un’abitazione per sé. Con uno stipendio medio di 2 mila euro si arriva sulla soglia della totale indigenza. Circa 800 mila uomini, dopo la separazione sono costretti a chiedere aiuto alla famiglia d’origine. Non è una questione di essere contro le madri: si tratta di riequilibrare una legislazione che colpisce in modo molto pesante gli uomini”.
Quale riforma cambierebbe prioritariamente e perché propone i contratti prematrimoniali?
“La legge sull’affido condiviso andrebbe totalmente ripensata, riducendo la discrezionalità dei giudici. Sulla carta è una buona legge: stabilisce che mamma e papà hanno gli stessi diritti. Ma lascia al giudice una discrezionalità amplissima. A Roma esistono addirittura provvedimenti copia e incolla: un giorno a settimana e week-end alternati per tutti, indipendentemente dalla situazione concreta. Un cittadino ha diritto a una sentenza che si adatti alla sua vita, non a un timbro standard. Quanto ai contratti prematrimoniali, consentirebbero di predeterminare le condizioni di una separazione quando le persone si amano ancora, abbassando la conflittualità e alleggerendo i tribunali. In Italia la giurisprudenza li considera inammissibili, ma nei Paesi di Common Law funzionano bene. Sarebbe uno strumento prezioso, soprattutto davanti all’aumento delle separazioni”.
L’associazione si occupa anche di violenza domestica subita dagli uomini. È un tema ancora tabù?
“Ci sono molti casi di uomini vittime di violenza, solo che i media non ne parlano perché non fa notizia. Tempo fa un uomo fu deturpato dall’acido: venne totalmente abbandonato a sé stesso, mentre un caso analogo che coinvolse una donna ebbe attenzione mediatica e sostegno istituzionale. La vittima non ha genere. Noi non dovremmo combattere la violenza di genere, ma la violenza in generale. L’uomo violento non è violento in quanto uomo: è spesso una persona fragile psicologicamente, cresciuta in contesti familiari violenti. Dire che le donne sono vittime degli uomini in quanto tali è un narrato sbagliato. Allo stesso modo, chi denuncia falsamente il proprio compagno danneggia le donne che sono realmente vittime: gli inquirenti smettono di credere alle denunce. Falsi accusatori – uomini o donne – vanno puniti indistintamente. E ci vorrebbe più specializzazione nella magistratura”.
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