CALCIATORI NELLA RESISTENZA

Due libri raccontano la storia dei calciatori che durante il fascismo si sono incamminati sui sentieri della Resistenza al regime. Edoardo Molinelli in “Cuori partigiani” (Ed.Helination Libri) ricorda che il 12 febbraio 1932 la squadra lombarda Comense (nella stagione 1930/32 aveva sfiorato la promozione in A) fu scelta per incontrare la nazionale della Svizzera. Squadra schierata a centrocampo col braccio teso. Il terzino destro Michele Moretti resta immobile, con le braccia abbassate. Comincia cosi il suo percorso di resistente che lo porterà a diventare commissario politico nella 52ª Brigata Garibaldi. Altro giocatore ricordato è Bruno Neri della Fiorentina (giocò anche nella Lucchese, nel Torino e in Nazionale). Neri, nome di battaglia “Berni”, diventò partigiano con la Brigata Ravenna. Morì in uno scontro con i tedeschi.

Giuseppe Peruchetti, portiere del Brescia e dell’Ambrosiana (Inter), dal 1941 al 1944 indossa la maglia della Juventus, vincendo la Coppa Italia l941/42. Partigiano della Brigata Belbo 2ª Divisione Langhe (la stessa di Beppe Fenoglio), arrestato, riuscì a evitare una condanna a morte. Continuerà a battersi e, a fine guerra, ottiene il “certificato del patriota”. 

Anche Miro Luperi è un portiere; difende la porta della Sarzanese. Dopo l’8 settembre è sui monti tra Sarzana e Carrara, unendosi alle brigate che operano in quell’area (uno dei comandanti è Alessandro Brucellaria, mediano della Carrarese). Luperi, nome di battaglia Reno, è nominato tenente; muore, dopo aver permesso ai compagni di evitare l’accerchiamento da parte dei nazisti. Lo stadio della Sarzanese porta il suo nome. 

Nella Lucchese, in quegli anni, troviamo insieme all’allenatore Erno Erbstein, ungherese, un gruppo di calciatori antifascisti: l’istriano Koper Bruno Scher, allontanato dal Bari perché rifiutò di italianizzare il suo nome (era un centrocampista); il portiere Aldo Olivieri che non ha paura di dire “se si ama la libertà non si può essere fascisti”; poi i due anarchici Libero Marchini e il mediano Gino Ferrer Callegari. Per le leggi razziali Erbestein finì in un campo di concentramento. Si salvò e, dopo la guerra, fu alla guida del grande Torino, finendo nello schianto di Superga.

Quattro calciatori dello Spezia (vincitore di un titolo italiano nel 1944, poi revocato) presero parte alla Resistenza e morirono combattendo. Una lapide li ricorda, all’interno dello stadio spezzino. I loro nomi: Astorre Tanca, Roberto Fusco e i fratelli Walter e Riccardo Incerti Vecchi. E lunga è la lista dei calciatori finiti nei campi di concentramento. “Il mediano di Mauthausen” di Francesco Veltri (Ed. Diarkos) ricostruisce la storia di Vittorio Staccione. La sua vita cambiò in un pomeriggio d’inverno del 1915, nella Torino operaia. Aveva undici anni e giocava a pallone con gli amici del quartiere, quando fu notato da Enrico Bachmann, capitano della squadra granata. In pochi anni diventò un elemento importante del Torino, fino alla conquista dello scudetto, insieme a campioni come Baloncieri, Libonatti e Rossetti. Sollecitato da suo fratello Francesco, però, alla passione per il calcio, Vittorio alterna quella della militanza politica, dalla parte degli operai e degli sfruttati. Una scelta che, durante il regime fascista, lo portò a essere perseguitato per non essersi allineato alle regole imposte. Fino a finire i suoi giorni nel campo di concentramento di Mauthausen dove le SS, per sopperire alla mancanza di giocatori nelle partite organizzate nel campo, lo costrinsero, pur “ridotto pelle e ossa”, a giocare con indosso la casacca a righe da detenuto. A Mathausen finirono altri due giocatori: Carlo Castellani (145 presenze e 61 gol nell’Empoli) e Mario Bettega, giocatore di talento, osservato dal Genoa e dall’Inter (la guerra fermò tutto). Altra storia è quella di Raf Vallone, centrocampista del Torino, partigiano di Giustizia e Libertà, deportato, e – dopo la fine della guerra – attore di successo in film come “Riso amaro” e “La ciociara”. Giacomo Losi, capitano e bandiera della Roma (giocò con la maglia giallorossa 455 partite) fu giovane staffetta partigiana. Un percorso inverso il suo: dalla resistenza ai campi di gioco.

red

Due libri raccontano la storia dei calciatori che durante il fascismo si sono incamminati sui sentieri della Resistenza al regime. Edoardo Molinelli in “Cuori partigiani” (Ed.Helination Libri) ricorda che il 12 febbraio 1932 la squadra lombarda Comense (nella stagione 1930/32 aveva sfiorato la promozione in A) fu scelta per incontrare la nazionale della Svizzera. Squadra schierata a centrocampo col braccio teso. Il terzino destro Michele Moretti resta immobile, con le braccia abbassate. Comincia cosi il suo percorso di resistente che lo porterà a diventare commissario politico nella 52ª Brigata Garibaldi. Altro giocatore ricordato è Bruno Neri della Fiorentina (giocò anche nella Lucchese, nel Torino e in Nazionale). Neri, nome di battaglia “Berni”, diventò partigiano con la Brigata Ravenna. Morì in uno scontro con i tedeschi.

Giuseppe Peruchetti, portiere del Brescia e dell’Ambrosiana (Inter), dal 1941 al 1944 indossa la maglia della Juventus, vincendo la Coppa Italia l941/42. Partigiano della Brigata Belbo 2ª Divisione Langhe (la stessa di Beppe Fenoglio), arrestato, riuscì a evitare una condanna a morte. Continuerà a battersi e, a fine guerra, ottiene il “certificato del patriota”. 

Anche Miro Luperi è un portiere; difende la porta della Sarzanese. Dopo l’8 settembre è sui monti tra Sarzana e Carrara, unendosi alle brigate che operano in quell’area (uno dei comandanti è Alessandro Brucellaria, mediano della Carrarese). Luperi, nome di battaglia Reno, è nominato tenente; muore, dopo aver permesso ai compagni di evitare l’accerchiamento da parte dei nazisti. Lo stadio della Sarzanese porta il suo nome. 

Nella Lucchese, in quegli anni, troviamo insieme all’allenatore Erno Erbstein, ungherese, un gruppo di calciatori antifascisti: l’istriano Koper Bruno Scher, allontanato dal Bari perché rifiutò di italianizzare il suo nome (era un centrocampista); il portiere Aldo Olivieri che non ha paura di dire “se si ama la libertà non si può essere fascisti”; poi i due anarchici Libero Marchini e il mediano Gino Ferrer Callegari. Per le leggi razziali Erbestein finì in un campo di concentramento. Si salvò e, dopo la guerra, fu alla guida del grande Torino, finendo nello schianto di Superga.

Quattro calciatori dello Spezia (vincitore di un titolo italiano nel 1944, poi revocato) presero parte alla Resistenza e morirono combattendo. Una lapide li ricorda, all’interno dello stadio spezzino. I loro nomi: Astorre Tanca, Roberto Fusco e i fratelli Walter e Riccardo Incerti Vecchi. E lunga è la lista dei calciatori finiti nei campi di concentramento. “Il mediano di Mauthausen” di Francesco Veltri (Ed. Diarkos) ricostruisce la storia di Vittorio Staccione. La sua vita cambiò in un pomeriggio d’inverno del 1915, nella Torino operaia. Aveva undici anni e giocava a pallone con gli amici del quartiere, quando fu notato da Enrico Bachmann, capitano della squadra granata. In pochi anni diventò un elemento importante del Torino, fino alla conquista dello scudetto, insieme a campioni come Baloncieri, Libonatti e Rossetti. Sollecitato da suo fratello Francesco, però, alla passione per il calcio, Vittorio alterna quella della militanza politica, dalla parte degli operai e degli sfruttati. Una scelta che, durante il regime fascista, lo portò a essere perseguitato per non essersi allineato alle regole imposte. Fino a finire i suoi giorni nel campo di concentramento di Mauthausen dove le SS, per sopperire alla mancanza di giocatori nelle partite organizzate nel campo, lo costrinsero, pur “ridotto pelle e ossa”, a giocare con indosso la casacca a righe da detenuto. A Mathausen finirono altri due giocatori: Carlo Castellani (145 presenze e 61 gol nell’Empoli) e Mario Bettega, giocatore di talento, osservato dal Genoa e dall’Inter (la guerra fermò tutto). Altra storia è quella di Raf Vallone, centrocampista del Torino, partigiano di Giustizia e Libertà, deportato, e – dopo la fine della guerra – attore di successo in film come “Riso amaro” e “La ciociara”. Giacomo Losi, capitano e bandiera della Roma (giocò con la maglia giallorossa 455 partite) fu giovane staffetta partigiana. Un percorso inverso il suo: dalla resistenza ai campi di gioco.

red

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