L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

Calcio italiano ostaggio di Gravina: ora si dimetta

di Laura Tecce -


La vicenda non è solo sportiva: è politica. L’Italia, per la terza volta consecutiva, viene eliminata dai Mondiali. Un disastro storico che scuote il calcio nazionale e certifica il fallimento di un intero sistema. Tre cicli falliti, dodici anni senza Mondiale, e ai vertici una leadership immobile: Gabriele Gravina resta aggrappato alla propria poltrona come se nulla fosse. Normale non è.

È arroganza. Lo dimostra la sua frase dopo la sconfitta con la Bosnia: “Negli altri sport l’Italia vince? Il calcio è professionistico, gli altri sono dilettantistici… Sono sport di Stato”. Parole gravi, indecenti, che offendono atleti e discipline che con meno risorse e meno visibilità continuano a portare risultati e orgoglio al Paese. La boria dei perdenti non conosce limiti. E viene da chiedersi chi sia davvero “sport di Stato”: perché proprio la FIGC è la principale beneficiaria di fondi pubblici, con oltre 35 milioni di euro ricevuti nel 2026. Non solo, occorre ricordare a Gravina che il mondo dello sport, dove c’è di mezzo anche lo Stato, è stato foriero di grandi successi: ne abbiamo avuto riscontro alle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali di Milano Cortina. La politica, stavolta, non può restare a guardare.

Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, ha riaperto il dossier, parlando apertamente della possibilità di un commissariamento della FIGC. Non è un’ingerenza: è un atto dovuto. Quando un sistema fallisce così clamorosamente, la responsabilità diventa anche politica. E chiedere un cambio ai vertici non è accanimento, ma rispetto delle istituzioni e dei milioni di italiani che in quella maglia si riconoscono. Tre cicli falliti non sono solo colpa dei ragazzi in campo o degli allenatori.

Sono il risultato di anni di immobilismo federale, di club trasformati in asset finanziari, di politiche che hanno penalizzato il talento italiano e di settori giovanili lasciati ai margini. Il calcio, da progetto sportivo, è diventato prodotto economico. Serve una riforma radicale. Serve una nuova governance. Ma soprattutto serve un’assunzione di responsabilità immediata. Perché restare incollati alla poltrona mentre tutto intorno crolla non è stabilità: è attaccamento al potere. E milioni di ragazzi che inseguono il sogno della Nazionale meritano rispetto. Non alibi.


Torna alle notizie in home