Cambiamenti climatici: “Stay conscious, stay worried”

Puntuale, nei bar come nei talk show, il dibattito sul cambiamento climatico si è andato ad aggiungere a quello sull’Europa disumana e “tedesca”, sulla tecnologia che distruggerà il lavoro (peraltro già rubatoci dagli immigrati islamici), sui vecchi che mangiano nel piatto dei giovani e via dicendo. Il punto è che, con tutta probabilità, di quei problemi fra qualche tempo non sentiremo più parlare, mentre del clima sì. Che il cambiamento climatico sia dovuto al termine del lungo percorso di un’era glaciale, come suppongono alcuni scienziati, o che sia tutta colpa dell’uomo, come sostengono altri, in fin dei conti, poco importa. Il fatto è che la teoria di osservazioni, misurazioni ed evidenze empiriche, di cui l’uomo contemporaneo dispone in abbondanza, sembra puntare con decisione verso un verdetto: la terra va riscaldandosi. E l’uomo ha certamente, almeno pro-quota, le proprie responsabilità. Quelli che ritengono che il climate change sia essenzialmente tutta colpa di quell’incosciente dell’essere umano, si sono dotati anche di un neologismo per fissare il concetto e non lasciare margini di interpretazione sulla propria opinione: antropocene. È l’era dominata, o perlomeno fortemente caratterizzata, dal Sapiens. Osserviamo l’antropocene da una delle prospettive possibili, fra le innumerevoli a disposizione: quella che parte dall’avvio dell’età industriale e giunge all’attuale post-industriale. È un periodo nel quale la manifattura passa da un regime a basso consumo di risorse a uno esattamente opposto, inquinamento incluso. Di questo fenomeno, è qui utile isolare e analizzare il rapporto fra la domanda e l’offerta di beni. È una lettura che aiuta a capire una delle ragioni per le quali la politica sembra tanto impotente nell’affrontare un problema certo e potenzialmente esiziale. Il gioco domanda-offerta vive tre grandi cicli temporali: a) scarsità: l’epoca in cui l’offerta di produzione non riesce a fare fronte alla domanda di beni in maniera economicamente sostenibile. Pochi hanno molto, molti non hanno nulla, o hanno poco; b) abbondanza: l’epoca in cui l’offerta di produzione è progressivamente superiore alla capacità della domanda di assorbirla. Pochi hanno moltissimo, tutti hanno un qualcosa che, nel tempo, cresce sempre più, fino a diventare molto; c) proliferazione: l’epoca – attuale ‒ in cui c’è troppo di ogni cosa, la produzione ha ampiamente superato la capacità di assorbimento da parte della domanda. Qualcuno inizia a domandarsi se ne valga la pena. Se osserviamo non un solo paese ma il pianeta intero, oggi, riscontriamo la presenza contemporanea di tutte e tre le situazioni sopra elencate. Semplificando – forse anche iper-semplificando ‒ quelle società la cui popolazione vive una diffusa condizione di tipo “a” è piuttosto difficile che saranno sensibili al tema del climate change, che sia o meno considerato indotto dall’uomo. È scommessa facile da vincere immaginare che, di fronte alla scelta fra una maggiore disponibilità di merci con impatto ambientale forte e l’opposta condizione, questi scelgano la prima. In fondo, ma nemmeno tanto in fondo, i nostri nonni, appena usciti dalla Seconda Guerra Mondiale, che scelta fecero (più o meno consapevolmente)? Esattamente questa – e oggi ancora ne patiamo le conseguenze. Secondo recenti stime delle Nazioni Unite, oggi si trovano in questa poco appetibile condizione circa 800 milioni di esseri umani, distribuiti in 36 paesi a basso reddito. Cosa accade alla seconda condizione, quella distinta dalla lettera “b”? Qui siamo di fronte al grosso della partita: 4,9 miliardi di persone, sparpagliate in 103 paesi a medio reddito. La sensibilità al tema è realistico immaginare che inizi a farsi strada: probabilmente saranno le élite socioculturali, le avanguardie della società civile, una certa fetta di borghesia globalizzata e connessa al pianeta, a farsene promotori. È noto che, per fare solo un esempio, la Cina sia già il secondo mercato per la Tesla e che lì questo prodotto non sia solo uno status socioeconomico, ma anche un segno “totemico” di distinzione individuale, fondata sull’adesione a un valore alieno alla propria società e perciò molto, ma molto, trendy. A voler leggere criticamente la nostra storia, quando i paesi del gruppo successivo – quelli oggi ricchi ‒ si trovavano in questa condizione, erano solo delle avanguardie a porre il problema della sostenibilità del modello di sviluppo: dalla deep ecology americana agli hippy californiani, fino al Club di Roma, i più sensibili ai temi ambientali erano un ristretto circolo di amici. La sensibilità all’ambiente una roba per pochi (eletti e con la pancia piena), dunque. Eccoci a noi, oggi. A quel 1,3 miliardi di persone che, senza particolare merito se non la fortuna di essere capitati nel fagotto della cicogna giusta, si trovano nei 55 paesi ad alto reddito del pianeta (sì, ci siamo anche noi). Qui le istanze della società materiale e materialistica sono più fioche, oggettivamente. A pancia piena, si sa, è più probabile che si intraprenda qualche riflessione filosofica sull’equilibrio e la sostenibilità di un sistema che, oggi, produce e mette a disposizione la più elevata quantità di beni e servizi mai generata dall’uomo. Non è un caso, perciò, che proprio in questi paesi si vada diffondendo il dibattito sullo sviluppo sostenibile: ci si accorge che economia globale, modello tecnologico e sistema terrestre non vanno mica più tanto d’accordo e ci si pone il problema. S’inizia, nel 1992, a Rio De Janeiro, per finire, ben più mestamente, a Parigi nel 2017; in mezzo, l’ecologismo che si fa partito politico e che da qualche parte, in Germania, assume un discreto peso. Dato quanto sopra, emerge un elemento chiaro: oggi siamo in una fase del tutto particolare della vicenda umana, in cui il potere antropico di stress sull’ambiente terrestre è incisivo e pervasivo come non mai. Ma tutto ciò viene vissuto, dalle popolazioni del pianeta, con forti asimmetrie. E qui il tema assume una forma politica. Se Steve Jobs fosse fra noi, e dovesse pronunciare, oggi, il proprio discorso all’Università di Stanford, probabilmente non direbbe ciò che ha detto ma ci inviterebbe a drizzare le orecchie e a preoccuparci del climate change: “Stay conscious, stay worried”, “stai attento, stai preoccupato”.

Puntuale, nei bar come nei talk show, il dibattito sul cambiamento climatico si è andato ad aggiungere a quello sull’Europa disumana e “tedesca”, sulla tecnologia che distruggerà il lavoro (peraltro già rubatoci dagli immigrati islamici), sui vecchi che mangiano nel piatto dei giovani e via dicendo. Il punto è che, con tutta probabilità, di quei problemi fra qualche tempo non sentiremo più parlare, mentre del clima sì. Che il cambiamento climatico sia dovuto al termine del lungo percorso di un’era glaciale, come suppongono alcuni scienziati, o che sia tutta colpa dell’uomo, come sostengono altri, in fin dei conti, poco importa. Il fatto è che la teoria di osservazioni, misurazioni ed evidenze empiriche, di cui l’uomo contemporaneo dispone in abbondanza, sembra puntare con decisione verso un verdetto: la terra va riscaldandosi. E l’uomo ha certamente, almeno pro-quota, le proprie responsabilità. Quelli che ritengono che il climate change sia essenzialmente tutta colpa di quell’incosciente dell’essere umano, si sono dotati anche di un neologismo per fissare il concetto e non lasciare margini di interpretazione sulla propria opinione: antropocene. È l’era dominata, o perlomeno fortemente caratterizzata, dal Sapiens. Osserviamo l’antropocene da una delle prospettive possibili, fra le innumerevoli a disposizione: quella che parte dall’avvio dell’età industriale e giunge all’attuale post-industriale. È un periodo nel quale la manifattura passa da un regime a basso consumo di risorse a uno esattamente opposto, inquinamento incluso. Di questo fenomeno, è qui utile isolare e analizzare il rapporto fra la domanda e l’offerta di beni. È una lettura che aiuta a capire una delle ragioni per le quali la politica sembra tanto impotente nell’affrontare un problema certo e potenzialmente esiziale. Il gioco domanda-offerta vive tre grandi cicli temporali: a) scarsità: l’epoca in cui l’offerta di produzione non riesce a fare fronte alla domanda di beni in maniera economicamente sostenibile. Pochi hanno molto, molti non hanno nulla, o hanno poco; b) abbondanza: l’epoca in cui l’offerta di produzione è progressivamente superiore alla capacità della domanda di assorbirla. Pochi hanno moltissimo, tutti hanno un qualcosa che, nel tempo, cresce sempre più, fino a diventare molto; c) proliferazione: l’epoca – attuale ‒ in cui c’è troppo di ogni cosa, la produzione ha ampiamente superato la capacità di assorbimento da parte della domanda. Qualcuno inizia a domandarsi se ne valga la pena. Se osserviamo non un solo paese ma il pianeta intero, oggi, riscontriamo la presenza contemporanea di tutte e tre le situazioni sopra elencate. Semplificando – forse anche iper-semplificando ‒ quelle società la cui popolazione vive una diffusa condizione di tipo “a” è piuttosto difficile che saranno sensibili al tema del climate change, che sia o meno considerato indotto dall’uomo. È scommessa facile da vincere immaginare che, di fronte alla scelta fra una maggiore disponibilità di merci con impatto ambientale forte e l’opposta condizione, questi scelgano la prima. In fondo, ma nemmeno tanto in fondo, i nostri nonni, appena usciti dalla Seconda Guerra Mondiale, che scelta fecero (più o meno consapevolmente)? Esattamente questa – e oggi ancora ne patiamo le conseguenze. Secondo recenti stime delle Nazioni Unite, oggi si trovano in questa poco appetibile condizione circa 800 milioni di esseri umani, distribuiti in 36 paesi a basso reddito. Cosa accade alla seconda condizione, quella distinta dalla lettera “b”? Qui siamo di fronte al grosso della partita: 4,9 miliardi di persone, sparpagliate in 103 paesi a medio reddito. La sensibilità al tema è realistico immaginare che inizi a farsi strada: probabilmente saranno le élite socioculturali, le avanguardie della società civile, una certa fetta di borghesia globalizzata e connessa al pianeta, a farsene promotori. È noto che, per fare solo un esempio, la Cina sia già il secondo mercato per la Tesla e che lì questo prodotto non sia solo uno status socioeconomico, ma anche un segno “totemico” di distinzione individuale, fondata sull’adesione a un valore alieno alla propria società e perciò molto, ma molto, trendy. A voler leggere criticamente la nostra storia, quando i paesi del gruppo successivo – quelli oggi ricchi ‒ si trovavano in questa condizione, erano solo delle avanguardie a porre il problema della sostenibilità del modello di sviluppo: dalla deep ecology americana agli hippy californiani, fino al Club di Roma, i più sensibili ai temi ambientali erano un ristretto circolo di amici. La sensibilità all’ambiente una roba per pochi (eletti e con la pancia piena), dunque. Eccoci a noi, oggi. A quel 1,3 miliardi di persone che, senza particolare merito se non la fortuna di essere capitati nel fagotto della cicogna giusta, si trovano nei 55 paesi ad alto reddito del pianeta (sì, ci siamo anche noi). Qui le istanze della società materiale e materialistica sono più fioche, oggettivamente. A pancia piena, si sa, è più probabile che si intraprenda qualche riflessione filosofica sull’equilibrio e la sostenibilità di un sistema che, oggi, produce e mette a disposizione la più elevata quantità di beni e servizi mai generata dall’uomo. Non è un caso, perciò, che proprio in questi paesi si vada diffondendo il dibattito sullo sviluppo sostenibile: ci si accorge che economia globale, modello tecnologico e sistema terrestre non vanno mica più tanto d’accordo e ci si pone il problema. S’inizia, nel 1992, a Rio De Janeiro, per finire, ben più mestamente, a Parigi nel 2017; in mezzo, l’ecologismo che si fa partito politico e che da qualche parte, in Germania, assume un discreto peso. Dato quanto sopra, emerge un elemento chiaro: oggi siamo in una fase del tutto particolare della vicenda umana, in cui il potere antropico di stress sull’ambiente terrestre è incisivo e pervasivo come non mai. Ma tutto ciò viene vissuto, dalle popolazioni del pianeta, con forti asimmetrie. E qui il tema assume una forma politica. Se Steve Jobs fosse fra noi, e dovesse pronunciare, oggi, il proprio discorso all’Università di Stanford, probabilmente non direbbe ciò che ha detto ma ci inviterebbe a drizzare le orecchie e a preoccuparci del climate change: “Stay conscious, stay worried”, “stai attento, stai preoccupato”.

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