Campioni di odio

La guerra e il razzismo. L’inferno scatenato da Putin e quello provocato dalla discriminazione per via del colore della pelle.

Da una parte Giulia Schiff, che ha rifiutato “il battesimo del volo” ed è andata incontro così a un rovescio disciplinare che l’ha sospinta fuori dall’aeronautica, anche se otto sottufficiali sono a processo per nonnismo davanti al tribunale di Latina. Avvenne prima di decidere, dopo la vigliacca invasione dell’Ucraina da parte dell’Armata russa, di arruolarsi nella brigata internazionale a sostegno di Kiev anche per dimostrare, sebbene lei neghi motivi di rivalsa, di che tempra è fatta. A spingerla in guerra è stato soprattutto l’ideale di aiutare chi rischia di perdere il bene più prezioso: la libertà.

Dall’altra parte la campionessa di colore Paola Egonu, ritenuta una delle due più forti giocatrici di pallavolo al mondo, insultata sui social dai cretini, la cui madre notoriamente è sempre incinta, per il pigmento nelle cellule della cute. Fino a farla sbottare conversando con il suo procuratore sportivo, dopo la recente vittoria della medaglia di bronzo con la Nazionale ai mondiali: “È la mia ultima partita in azzurro, devo prendermi una pausa, sono stanca”. Inducendo il premier in uscita, Mario Draghi, a telefonarle per esprimere la piana solidarietà sua e degli italiani che le vogliono bene.

Sono i destini incrociati di due coetanee venete di 23 anni, Giulia Schiff e Paola Egonu, la prima veneziana di Mira, la seconda padovana di Galliera Veneta. Entrambe hanno lottato, e combattono su piani diversi, per inseguire una dimensione relazionale paritetica. E per esorcizzare quella condizione di sudditanza nella quale ancora troppe donne, nel nostro Paese, si vengono a trovare per la forte prevaricazione del maschile sul femminile inscritta nel Dna di una subcultura italiota, questa sì dura a morire. Checché se ne scriva e dica.
L’anima di Giulia, lei che avrebbe voluto diventare pilota delle Frecce Tricolori, si scontra con quello dei colleghi maschi il giorno che sarebbe stata colpita a frustate, spinta contro l’ala di un aereo e buttata in piscina. Per dire le qualità di questa ragazza, è stata la prima del suo corso all’accademia di Pozzuoli e quarta su 2.000 candidati che volevano diventare la squadra dei dieci piloti di jet di complemento. Lei non voleva sottoporsi a quelle delicatezze che connotano la consuetudine dei militari e si è scontrata con la gerarchia uscendone con le ossa rotte. Perciò all’indomani della tempesta di fuoco scatenata dal sanguinario Putin, si è sentita in dovere di informare gli amici che “bisogna soccorrere un Paese che non si può difendere da solo”. Detto, fatto, ha raggiunto l’esercito di Kiev ed è diventata la soldatessa Kida, perché “non c’è Ucraina, non c’è Italia, ci sono persone” che hanno il sacrosanto diritto di autodeterminarsi e di non essere soggette alla violenza del dittatore. Certo, “la guerra in prima linea è terribile, molto di più di quello che viene riferito in televisione e suoi giornali”, racconta all’amica Michela, con la quale è sempre stata in contatto in questi mesi.

Al contrario la stellare Paola non rischia certo la vita, ma le aggressioni verbali sono lo stigma di una povertà discriminatoria che possono incontrare ogni anno 100 mila “nuovi veneti” che pur essendo nati da genitori stranieri in Italia, devono attendere la maggiore età per diventare formalmente quello che già sono: italiani. Tra l’altro, i minori stranieri nativi del Veneto costituiscono il 14,6% di tutti i minorenni.

Eppure Paola Egonu è nata a Cittadella, ad un orecchio allenato non sfugge che parla con inflessione dialettale padovana, è cresciuta a Galliera Veneta ed è la beniamina delle tantissime pallavoliste italiane in erba che sperano di diventare come lei: una fuoriclasse invidiataci dal movimento planetario del volley. La campionessa forse ci ripenserà e una volta ritrovata la serenità, dopo la delusione per non avere vinto il titolo mondiale, tornerà a vestire l’azzurro come tutti gli appassionati tricolori di pallavolo si augurano.

Chi, invece, non ci ripenserà è Giulia Schiff che anche per amore di un ragazzo israeliano conosciuto al fronte, vuole ritornare al più presto a ricoprire il ruolo di soldatessa ricognitore. “La paura della morte? Credo al destino, si può crepare in ogni momento anche qui, perciò bisogna essere fatalisti. Desidero aiutare ancora il popolo ucraino, anche perché questa drammatica esperienza mi ha fatto crescere molto come persona”.

Giulia e Paola sono le due determinate facce delle fatiche di Psiche che apparivano inizialmente impossibili. Anche all’inferno della guerra o della discriminazione razziale possono continuare a coltivare il desiderio di realizzarsi, affrontando le avversità senza mai perdersi d’animo.

La guerra e il razzismo. L’inferno scatenato da Putin e quello provocato dalla discriminazione per via del colore della pelle.

Da una parte Giulia Schiff, che ha rifiutato “il battesimo del volo” ed è andata incontro così a un rovescio disciplinare che l’ha sospinta fuori dall’aeronautica, anche se otto sottufficiali sono a processo per nonnismo davanti al tribunale di Latina. Avvenne prima di decidere, dopo la vigliacca invasione dell’Ucraina da parte dell’Armata russa, di arruolarsi nella brigata internazionale a sostegno di Kiev anche per dimostrare, sebbene lei neghi motivi di rivalsa, di che tempra è fatta. A spingerla in guerra è stato soprattutto l’ideale di aiutare chi rischia di perdere il bene più prezioso: la libertà.

Dall’altra parte la campionessa di colore Paola Egonu, ritenuta una delle due più forti giocatrici di pallavolo al mondo, insultata sui social dai cretini, la cui madre notoriamente è sempre incinta, per il pigmento nelle cellule della cute. Fino a farla sbottare conversando con il suo procuratore sportivo, dopo la recente vittoria della medaglia di bronzo con la Nazionale ai mondiali: “È la mia ultima partita in azzurro, devo prendermi una pausa, sono stanca”. Inducendo il premier in uscita, Mario Draghi, a telefonarle per esprimere la piana solidarietà sua e degli italiani che le vogliono bene.

Sono i destini incrociati di due coetanee venete di 23 anni, Giulia Schiff e Paola Egonu, la prima veneziana di Mira, la seconda padovana di Galliera Veneta. Entrambe hanno lottato, e combattono su piani diversi, per inseguire una dimensione relazionale paritetica. E per esorcizzare quella condizione di sudditanza nella quale ancora troppe donne, nel nostro Paese, si vengono a trovare per la forte prevaricazione del maschile sul femminile inscritta nel Dna di una subcultura italiota, questa sì dura a morire. Checché se ne scriva e dica.
L’anima di Giulia, lei che avrebbe voluto diventare pilota delle Frecce Tricolori, si scontra con quello dei colleghi maschi il giorno che sarebbe stata colpita a frustate, spinta contro l’ala di un aereo e buttata in piscina. Per dire le qualità di questa ragazza, è stata la prima del suo corso all’accademia di Pozzuoli e quarta su 2.000 candidati che volevano diventare la squadra dei dieci piloti di jet di complemento. Lei non voleva sottoporsi a quelle delicatezze che connotano la consuetudine dei militari e si è scontrata con la gerarchia uscendone con le ossa rotte. Perciò all’indomani della tempesta di fuoco scatenata dal sanguinario Putin, si è sentita in dovere di informare gli amici che “bisogna soccorrere un Paese che non si può difendere da solo”. Detto, fatto, ha raggiunto l’esercito di Kiev ed è diventata la soldatessa Kida, perché “non c’è Ucraina, non c’è Italia, ci sono persone” che hanno il sacrosanto diritto di autodeterminarsi e di non essere soggette alla violenza del dittatore. Certo, “la guerra in prima linea è terribile, molto di più di quello che viene riferito in televisione e suoi giornali”, racconta all’amica Michela, con la quale è sempre stata in contatto in questi mesi.

Al contrario la stellare Paola non rischia certo la vita, ma le aggressioni verbali sono lo stigma di una povertà discriminatoria che possono incontrare ogni anno 100 mila “nuovi veneti” che pur essendo nati da genitori stranieri in Italia, devono attendere la maggiore età per diventare formalmente quello che già sono: italiani. Tra l’altro, i minori stranieri nativi del Veneto costituiscono il 14,6% di tutti i minorenni.

Eppure Paola Egonu è nata a Cittadella, ad un orecchio allenato non sfugge che parla con inflessione dialettale padovana, è cresciuta a Galliera Veneta ed è la beniamina delle tantissime pallavoliste italiane in erba che sperano di diventare come lei: una fuoriclasse invidiataci dal movimento planetario del volley. La campionessa forse ci ripenserà e una volta ritrovata la serenità, dopo la delusione per non avere vinto il titolo mondiale, tornerà a vestire l’azzurro come tutti gli appassionati tricolori di pallavolo si augurano.

Chi, invece, non ci ripenserà è Giulia Schiff che anche per amore di un ragazzo israeliano conosciuto al fronte, vuole ritornare al più presto a ricoprire il ruolo di soldatessa ricognitore. “La paura della morte? Credo al destino, si può crepare in ogni momento anche qui, perciò bisogna essere fatalisti. Desidero aiutare ancora il popolo ucraino, anche perché questa drammatica esperienza mi ha fatto crescere molto come persona”.

Giulia e Paola sono le due determinate facce delle fatiche di Psiche che apparivano inizialmente impossibili. Anche all’inferno della guerra o della discriminazione razziale possono continuare a coltivare il desiderio di realizzarsi, affrontando le avversità senza mai perdersi d’animo.

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