Cannes, one man show di Zelensky: la cinematografia è (ancora) l’arma più forte

Il presidente ucraino è andato a raccogliersi la sua scontata standing ovation da parte del pubblico che affollava il Grand Théâtre Lumière, pronto a rendergli il suo tributo di applausi e lacrime. “Il cinema non dovrebbe restare muto. L’odio alla fine scomparirà e i dittatori moriranno. Siamo in guerra per la libertà”, ha detto fra le altre cose Zelensky che, da perfetto showman, ha saputo toccare le corde dell’animo dei suoi ex (?) colleghi, realizzando un vero capolavoro di propaganda. Non a caso, nel corso del suo discorso proiettato a tutto schermo (che per rimanere in termini cinematografici rimanda agli inquietanti frame distopici dell’Orwell 1984 di Radford), ha fatto riferimento alla necessità di un “nuovo Chaplin che dimostri che il cinema di oggi non è muto”. L’ex attore allude al film il Grande Dittatore, capolavoro antinazista dell’attore britannico, già citato sul palco del Coachella da un altro maître à penser partorito dal conflitto ucraino, e cioè Damiano dei Maneskin. Esortazioni al libero pensiero che stonano a Cannes, dato che prima del festival è stato assurdamente censurato un incolpevole film a tema zombies, “reo” di avere nel titolo la lettera zeta che tanto cara all’esercito russo. Quanto accaduto ieri è l’ennesima dimostrazione che per gli one man show di Zelensky va bene ogni palco: Eurovision, Grammy o festival di Cannes cambia poco. L’ex attore ucraino sa bene che la politica è oggi più che mai intrattenimento: è importante raccontare una storia, così come nel marketing si presta tanta attenzione alla narrazione emozionale dietro un oggetto. L’ucraino ha sintetizzato in questi ultimi mesi quanto ha già inventato nella serie che l’ha reso famoso, Servant of the people – a sua volta brutta copia del film del 2006 L’uomo dell’anno. Chi meglio di un uomo di spettacolo, oggi, può fare il politico? In principio, da noi, fu Beppe Grillo e prima ancora, negli States, trionfò l’ex attore Ronald Reagan. E se nel 2022 le citazioni preferite dall’uomo medio sui social parlano di “mondo rovinato da chi porta la giacca e la cravatta”, allora al bando il decoro istituzionale, spazio a nuance militari e tute mimetiche. Il presidente ucraino è il simbolo di come nell’era del politainment non sia più funzionale dimostrarsi in grado di indossare la propria uniforme da politico tout court anche nelle difficoltà. E dato che il presidente ucraino ha manifestato la necessità di avere un nuovo Chaplin, è il caso di rispolverare la leggenda che narra di come il celebre attore di origini inglesi avesse partecipato, per gioco, a una gara di imitatori di Charlie Chaplin. Ironia della sorte, si classificò ventesimo. La morale è che non c’è bisogno di un nuovo Charlot, perché Zelensky ne è il perfetto sosia, più vero del vero: è lui il politico ed è lui l’attore, fusi insieme. Una combinazione micidiale perché, come intuì “qualcuno”, la cinematografia è (ancora) l’arma più forte.

Il presidente ucraino è andato a raccogliersi la sua scontata standing ovation da parte del pubblico che affollava il Grand Théâtre Lumière, pronto a rendergli il suo tributo di applausi e lacrime. “Il cinema non dovrebbe restare muto. L’odio alla fine scomparirà e i dittatori moriranno. Siamo in guerra per la libertà”, ha detto fra le altre cose Zelensky che, da perfetto showman, ha saputo toccare le corde dell’animo dei suoi ex (?) colleghi, realizzando un vero capolavoro di propaganda. Non a caso, nel corso del suo discorso proiettato a tutto schermo (che per rimanere in termini cinematografici rimanda agli inquietanti frame distopici dell’Orwell 1984 di Radford), ha fatto riferimento alla necessità di un “nuovo Chaplin che dimostri che il cinema di oggi non è muto”. L’ex attore allude al film il Grande Dittatore, capolavoro antinazista dell’attore britannico, già citato sul palco del Coachella da un altro maître à penser partorito dal conflitto ucraino, e cioè Damiano dei Maneskin. Esortazioni al libero pensiero che stonano a Cannes, dato che prima del festival è stato assurdamente censurato un incolpevole film a tema zombies, “reo” di avere nel titolo la lettera zeta che tanto cara all’esercito russo. Quanto accaduto ieri è l’ennesima dimostrazione che per gli one man show di Zelensky va bene ogni palco: Eurovision, Grammy o festival di Cannes cambia poco. L’ex attore ucraino sa bene che la politica è oggi più che mai intrattenimento: è importante raccontare una storia, così come nel marketing si presta tanta attenzione alla narrazione emozionale dietro un oggetto. L’ucraino ha sintetizzato in questi ultimi mesi quanto ha già inventato nella serie che l’ha reso famoso, Servant of the people – a sua volta brutta copia del film del 2006 L’uomo dell’anno. Chi meglio di un uomo di spettacolo, oggi, può fare il politico? In principio, da noi, fu Beppe Grillo e prima ancora, negli States, trionfò l’ex attore Ronald Reagan. E se nel 2022 le citazioni preferite dall’uomo medio sui social parlano di “mondo rovinato da chi porta la giacca e la cravatta”, allora al bando il decoro istituzionale, spazio a nuance militari e tute mimetiche. Il presidente ucraino è il simbolo di come nell’era del politainment non sia più funzionale dimostrarsi in grado di indossare la propria uniforme da politico tout court anche nelle difficoltà. E dato che il presidente ucraino ha manifestato la necessità di avere un nuovo Chaplin, è il caso di rispolverare la leggenda che narra di come il celebre attore di origini inglesi avesse partecipato, per gioco, a una gara di imitatori di Charlie Chaplin. Ironia della sorte, si classificò ventesimo. La morale è che non c’è bisogno di un nuovo Charlot, perché Zelensky ne è il perfetto sosia, più vero del vero: è lui il politico ed è lui l’attore, fusi insieme. Una combinazione micidiale perché, come intuì “qualcuno”, la cinematografia è (ancora) l’arma più forte.

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