Carlo Ancelotti: la dimostrazione che l’italianismo nel calcio è vincente

La più efficace spiegazione della vittoria del Real Madrid sul Liverpool nella finale di Champions League l’ha data l’allenatore degli spagnoli Carlo Ancelotti: “Vinicius segna, Courtois para. Fine della gita”. Una provocazione ironica? Insomma. È piuttosto una professione d’umiltà, la sua, ma soprattutto un inno alla semplicità del calcio. In uno sport che negli ultimi anni è stato infarcito di retorica sul bel gioco, sul calcio d’attacco, sulla complessità della disposizione tattica della squadra, la cura Ancelotti continua a essere la migliore. Non vincono gli ideologi della cosiddetta “costruzione dal basso”, ovvero del retropassaggio al portiere che fa partire un dedalo di passaggi infinito. Vince chi butta la palla in rete una volta di più rispetto agli avversari. Tutto qui, anzi “fine della gita” come direbbe Carlo Ancelotti. Trionfa chi perora la causa dell’italianissimo ma mai tramontato 1 a 0, il risultato con cui il Real ha piegato il Liverpool sabato scorso in quel di Parigi. Non importa che la partita si sia chiusa con 23 tiri a 3 in totale e 9 a 1 nello specchio della porta in favore degli inglesi. Importa che di questi tiri, uno solo abbia spedito il pallone alle spalle del portiere, e che quel tiro lo abbia scoccato un giocatore in maglia merengue del Real Madrid. Il possesso palla e le pacche sulle spalle sono un corollario, non la sostanza. Lo sport è competizione e conta chi porta a casa il risultato.

In questo Ancelotti è un maestro. Di più: ormai è l’uomo dei record. Il tecnico di Reggiolo, nella pianura emiliana, è stato il primo ad aver conquistato quattro Champions League: con il Milan nel 2003 dopo aver superato in finale la Juventus ai rigori, ancora con il Milan nel 2007 contro il Liverpool, poi nel 2014 con il Real Madrid in un derby in finale contro l’Atletico e ora il bis con i Blancos. Eppure, secondo più di qualche commentatore, la carriera di Ancelotti stava ormai volgendo al termine. Le brevi e non esaltanti esperienze dapprima al Napoli e poi all’Everton non avrebbero dovuto lasciare adito a dubbi: “bollito” è l’etichetta che gli avevano appiccicato addosso. A continuare a bollire nel pentolone di Ancelotti, invece, è ancora la brama di vittoria.

“Forse il nostro calcio non è stato straordinario a livello estetico, abbiamo messo qualche palla lunga in più e abbiamo gestito nella seconda parte”, ha ammesso al termine della finale. È un po’ come dire: chi se ne importa, l’importante è aver battuto gli avversari. Ancelotti è così anche nel modo di comunicare: franco, conciso, diretto, semplice. Non distilla pillole di filosofia, non ostenta impegno politico dal consenso facile, bada piuttosto alla concretezza, in campo e davanti alle telecamere. “Il calcio è semplice. A complicarlo ci pensano gli allenatori”, disse una volta, come riporta la Gazzetta dello Sport. In effetti, è semplicissimo, così come lo è capire quando un allenatore è veramente un vincente: basta scorrere il suo palmarès. Quello di Ancelotti parla chiaro. A livello nazionale ha ottenuto uno Scudetto, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana con il Milan; un campionato inglese, una Community Shield e una Coppa d’Inghilterra con il Chelsea; un campionato francese con il Paris Saint Germain; un campionato tedesco e due Supercoppe di Germania con il Bayern Monaco; un campionato spagnolo, una Coppa del Re e una Supercoppa spagnola con il Real Madrid. E ancora, a livello internazionale, oltre alle già citate quattro Champions League, ha vinto due Coppe del Mondo per club (con il Milan nel 2007 e con il Real Madrid nel 2014), tre Supercoppa Uefa (con il Milan nel 2003 e nel 2007 e con il Real Madrid nel 2014) e pure una Coppa Intertoto con la Juventus nel 1999. Già, la Juventus. A Torino, sponda bianconera, Ancelotti fu ferocemente contestato dai tifosi, tanto che la società fu costretta a mandarlo via. Gli rimproveravano di non aver vinto lo Scudetto in una club abituato a titoli ambiziosi. Altro che Intertoto. Ma forse, piuttosto, non gli avevano mai perdonato il suo passato da calciatore alla Roma e al Milan. Tuttavia una piccola macchia non può sporcare una carriera gravida di successi. È un po’ come una gelata che non può distruggere il lavoro del contadino. Il riferimento agreste non è casuale: è tra i campi coltivati, d’altronde, che Ancelotti è cresciuto. Una volta, come riporta la pagina Facebook “Romanzo Calcistico”, spiegò il portato di saggezza che proprio le sue umili origini gli hanno donato: “Faccio fatica ad arrabbiarmi? Non mi viene naturale. È il carattere, ma anche convinzione. Quando le cose vanno male di solito i presidenti mi chiamano e mi rimproverano di non essere troppo duro e di non usare la frusta con i giocatori. Ma nessuno ha mai usato la frusta con me. Mio padre, che nonostante facesse il contadino e spesso non se la passava bene, non avendo soldi nemmeno per comprare da mangiare, non l’ho visto mai arrabbiarsi o abbattersi”. E ora non c’è né da arrabbiarsi né da abbattersi: c’è solo da festeggiare per l’ennesimo successo. Insieme al figlio Davide, il suo vice. Anche in questo legame padre-figlio c’è molta semplicità, tradizione, Italia.

La più efficace spiegazione della vittoria del Real Madrid sul Liverpool nella finale di Champions League l’ha data l’allenatore degli spagnoli Carlo Ancelotti: “Vinicius segna, Courtois para. Fine della gita”. Una provocazione ironica? Insomma. È piuttosto una professione d’umiltà, la sua, ma soprattutto un inno alla semplicità del calcio. In uno sport che negli ultimi anni è stato infarcito di retorica sul bel gioco, sul calcio d’attacco, sulla complessità della disposizione tattica della squadra, la cura Ancelotti continua a essere la migliore. Non vincono gli ideologi della cosiddetta “costruzione dal basso”, ovvero del retropassaggio al portiere che fa partire un dedalo di passaggi infinito. Vince chi butta la palla in rete una volta di più rispetto agli avversari. Tutto qui, anzi “fine della gita” come direbbe Carlo Ancelotti. Trionfa chi perora la causa dell’italianissimo ma mai tramontato 1 a 0, il risultato con cui il Real ha piegato il Liverpool sabato scorso in quel di Parigi. Non importa che la partita si sia chiusa con 23 tiri a 3 in totale e 9 a 1 nello specchio della porta in favore degli inglesi. Importa che di questi tiri, uno solo abbia spedito il pallone alle spalle del portiere, e che quel tiro lo abbia scoccato un giocatore in maglia merengue del Real Madrid. Il possesso palla e le pacche sulle spalle sono un corollario, non la sostanza. Lo sport è competizione e conta chi porta a casa il risultato.

In questo Ancelotti è un maestro. Di più: ormai è l’uomo dei record. Il tecnico di Reggiolo, nella pianura emiliana, è stato il primo ad aver conquistato quattro Champions League: con il Milan nel 2003 dopo aver superato in finale la Juventus ai rigori, ancora con il Milan nel 2007 contro il Liverpool, poi nel 2014 con il Real Madrid in un derby in finale contro l’Atletico e ora il bis con i Blancos. Eppure, secondo più di qualche commentatore, la carriera di Ancelotti stava ormai volgendo al termine. Le brevi e non esaltanti esperienze dapprima al Napoli e poi all’Everton non avrebbero dovuto lasciare adito a dubbi: “bollito” è l’etichetta che gli avevano appiccicato addosso. A continuare a bollire nel pentolone di Ancelotti, invece, è ancora la brama di vittoria.

“Forse il nostro calcio non è stato straordinario a livello estetico, abbiamo messo qualche palla lunga in più e abbiamo gestito nella seconda parte”, ha ammesso al termine della finale. È un po’ come dire: chi se ne importa, l’importante è aver battuto gli avversari. Ancelotti è così anche nel modo di comunicare: franco, conciso, diretto, semplice. Non distilla pillole di filosofia, non ostenta impegno politico dal consenso facile, bada piuttosto alla concretezza, in campo e davanti alle telecamere. “Il calcio è semplice. A complicarlo ci pensano gli allenatori”, disse una volta, come riporta la Gazzetta dello Sport. In effetti, è semplicissimo, così come lo è capire quando un allenatore è veramente un vincente: basta scorrere il suo palmarès. Quello di Ancelotti parla chiaro. A livello nazionale ha ottenuto uno Scudetto, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana con il Milan; un campionato inglese, una Community Shield e una Coppa d’Inghilterra con il Chelsea; un campionato francese con il Paris Saint Germain; un campionato tedesco e due Supercoppe di Germania con il Bayern Monaco; un campionato spagnolo, una Coppa del Re e una Supercoppa spagnola con il Real Madrid. E ancora, a livello internazionale, oltre alle già citate quattro Champions League, ha vinto due Coppe del Mondo per club (con il Milan nel 2007 e con il Real Madrid nel 2014), tre Supercoppa Uefa (con il Milan nel 2003 e nel 2007 e con il Real Madrid nel 2014) e pure una Coppa Intertoto con la Juventus nel 1999. Già, la Juventus. A Torino, sponda bianconera, Ancelotti fu ferocemente contestato dai tifosi, tanto che la società fu costretta a mandarlo via. Gli rimproveravano di non aver vinto lo Scudetto in una club abituato a titoli ambiziosi. Altro che Intertoto. Ma forse, piuttosto, non gli avevano mai perdonato il suo passato da calciatore alla Roma e al Milan. Tuttavia una piccola macchia non può sporcare una carriera gravida di successi. È un po’ come una gelata che non può distruggere il lavoro del contadino. Il riferimento agreste non è casuale: è tra i campi coltivati, d’altronde, che Ancelotti è cresciuto. Una volta, come riporta la pagina Facebook “Romanzo Calcistico”, spiegò il portato di saggezza che proprio le sue umili origini gli hanno donato: “Faccio fatica ad arrabbiarmi? Non mi viene naturale. È il carattere, ma anche convinzione. Quando le cose vanno male di solito i presidenti mi chiamano e mi rimproverano di non essere troppo duro e di non usare la frusta con i giocatori. Ma nessuno ha mai usato la frusta con me. Mio padre, che nonostante facesse il contadino e spesso non se la passava bene, non avendo soldi nemmeno per comprare da mangiare, non l’ho visto mai arrabbiarsi o abbattersi”. E ora non c’è né da arrabbiarsi né da abbattersi: c’è solo da festeggiare per l’ennesimo successo. Insieme al figlio Davide, il suo vice. Anche in questo legame padre-figlio c’è molta semplicità, tradizione, Italia.

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