Casa Nostra

Potrebbe prendere il nome di “Triangolo di Campobello” il territorio che unisce i tre covi del boss Matteo Messina Denaro. Perché ieri, dopo i primi due sequestri, è stato ritrovato il terzo nascondiglio del latitante, a pochi metri dagli altri due, sempre nel paese di Campobello di Mazara. Secondo le ricostruzioni, il terzo covo sarebbe l’abitazione precedente a quella di vicolo San Vito: un appartamento in un palazzo situato in via San Giovanni 260, a poche centinaia di metri di distanza da quello in cui il boss ha abitato negli ultimi mesi, si ipotizza fino a giugno. Le forze dell’ordine comunicano di aver trovato l’immobile vuoto e, secondo le ultime informazioni, risulta in vendita e sono in corso le ricerche sul nome del proprietario. Sembrerebbe più difficile, in questo caso, trovare informazioni, oggetti o documenti in questo ultimo nascondiglio, ma le indagini continuano senza sosta, come il lavoro dei militari che sempre ieri hanno posto sotto sequestro la casa della madre di Andrea Bonafede (prestanome di Matteo Messina Denaro). L’ennesima casa-bunker nascondiglio del boss comprata da Bonafede con il denaro di “u Siccu” è attualmente disabitata e si trova sempre a Campobello, all’angolo tra via Marsala e via Cusmano.

Se tra case e strade della provincia di Trapani continuano i ritrovamenti, le indagini prendono forma tra le aule e gli uffici. Proprio nella mattina di ieri, di fronte al Gip Fabio Pilato, è avvenuto l’interrogatorio di uno dei fiancheggiatori del Capo dei Capi. “Non sapevo che fosse Matteo Messina Denaro”. Così si è difeso Giovanni Luppino, l’autista 59enne fermato lunedì alla clinica La Maddalena di Palermo, dove aveva accompagnato il boss dei boss per la seduta di chemioterapia. L’agricoltore, incensurato e residente a Campobello di Mazara, a sorpresa, non si è avvalso della facoltà di non rispondere e ha fornito la sua versione, rispondendo a tutte le domande e ribadendo la sua totale estraneità. Luppino ha raccontato di aver conosciuto Matteo Messina Denaro solo recentemente e che non sapesse minimamente chi fosse. A presentarglielo era stato Andrea Bonafede: “mi ha detto ‘questo è mio cognato Francesco’. Basta”. Sulla mattina dell’arresto Luppino ha raccontato che inaspettatamente Messina Denaro si sarebbe presentato da lui chiedendogli la cortesia di accompagnarlo con urgenza a Palermo, per sottoporsi alla chemioterapia in clinica, poiché non aveva nessuno che lo potesse accompagnare. Un racconto che non deve aver convinto il gip di Palermo, che ha convalidato l’arresto in flagranza per Luppino e si è riservato di decidere sulla richiesta di custodia cautelare in carcere. L’accusa è molto pesante: favoreggiamento e procurata inosservanza di pena aggravata dal metodo mafioso. Per i pm l’agricoltore è un “soggetto pericoloso” e “un collaboratore certamente fidato, fino ad oggi capace di mantenere l’anonimato e il suo stato di latitanza a fronte di centinaia di arresti di fiancheggiatori e decine di prossimi congiunti”. E se da un lato Luppino risponde, dall’altra, qualche chilometro più in là, Matteo Messina Denaro non lo fa. Nell’aula bunker di Caltanissetta tutti fissano lo schermo che inquadra una stanza del carcere dell’Aquila dove si vede uno sfondo bianco e una sedia vuota. Sedia che non viene mai occupata, perché il boss ha disertato il processo d’appello per le stragi mafiose del 1992. Un’assenza che non ha sorpreso i togati presenti, considerata anche la conclusione dell’appello: il legale Salvatore Baglio, delegato di Lorenza Guttadauro, ha chiesto il rinvio dell’udienza “per consentire al difensore di essere presente” e così la presidente della corte Giannazzo ha rinviato al prossimo 9 marzo. Un’assenza che però non lascia sorpresi: sempre ieri era prevista la prima seduta di chemioterapia dell’ex latitante, concordata dallo stesso detenuto insieme ai medici specialisti che lo hanno visitato e che hanno predisposto nell’istituto penitenziario una stanza riservata alle sue cure. Proprio in virtù di questa necessità, non sono ancora chiare le intenzioni del capo di Cosa Nostra sulla partecipazione alle prossime udienze del processo. Il procuratore generale Patti, ci spera: “Se Messina Denaro volesse assumere un atteggiamento collaborativo certamente sarebbe in grado di squarciare veli sulla stagione stragista, perché depositario di conoscenze inedite e mai riferite da altri collaboratori”.

Potrebbe prendere il nome di “Triangolo di Campobello” il territorio che unisce i tre covi del boss Matteo Messina Denaro. Perché ieri, dopo i primi due sequestri, è stato ritrovato il terzo nascondiglio del latitante, a pochi metri dagli altri due, sempre nel paese di Campobello di Mazara. Secondo le ricostruzioni, il terzo covo sarebbe l’abitazione precedente a quella di vicolo San Vito: un appartamento in un palazzo situato in via San Giovanni 260, a poche centinaia di metri di distanza da quello in cui il boss ha abitato negli ultimi mesi, si ipotizza fino a giugno. Le forze dell’ordine comunicano di aver trovato l’immobile vuoto e, secondo le ultime informazioni, risulta in vendita e sono in corso le ricerche sul nome del proprietario. Sembrerebbe più difficile, in questo caso, trovare informazioni, oggetti o documenti in questo ultimo nascondiglio, ma le indagini continuano senza sosta, come il lavoro dei militari che sempre ieri hanno posto sotto sequestro la casa della madre di Andrea Bonafede (prestanome di Matteo Messina Denaro). L’ennesima casa-bunker nascondiglio del boss comprata da Bonafede con il denaro di “u Siccu” è attualmente disabitata e si trova sempre a Campobello, all’angolo tra via Marsala e via Cusmano.

Se tra case e strade della provincia di Trapani continuano i ritrovamenti, le indagini prendono forma tra le aule e gli uffici. Proprio nella mattina di ieri, di fronte al Gip Fabio Pilato, è avvenuto l’interrogatorio di uno dei fiancheggiatori del Capo dei Capi. “Non sapevo che fosse Matteo Messina Denaro”. Così si è difeso Giovanni Luppino, l’autista 59enne fermato lunedì alla clinica La Maddalena di Palermo, dove aveva accompagnato il boss dei boss per la seduta di chemioterapia. L’agricoltore, incensurato e residente a Campobello di Mazara, a sorpresa, non si è avvalso della facoltà di non rispondere e ha fornito la sua versione, rispondendo a tutte le domande e ribadendo la sua totale estraneità. Luppino ha raccontato di aver conosciuto Matteo Messina Denaro solo recentemente e che non sapesse minimamente chi fosse. A presentarglielo era stato Andrea Bonafede: “mi ha detto ‘questo è mio cognato Francesco’. Basta”. Sulla mattina dell’arresto Luppino ha raccontato che inaspettatamente Messina Denaro si sarebbe presentato da lui chiedendogli la cortesia di accompagnarlo con urgenza a Palermo, per sottoporsi alla chemioterapia in clinica, poiché non aveva nessuno che lo potesse accompagnare. Un racconto che non deve aver convinto il gip di Palermo, che ha convalidato l’arresto in flagranza per Luppino e si è riservato di decidere sulla richiesta di custodia cautelare in carcere. L’accusa è molto pesante: favoreggiamento e procurata inosservanza di pena aggravata dal metodo mafioso. Per i pm l’agricoltore è un “soggetto pericoloso” e “un collaboratore certamente fidato, fino ad oggi capace di mantenere l’anonimato e il suo stato di latitanza a fronte di centinaia di arresti di fiancheggiatori e decine di prossimi congiunti”. E se da un lato Luppino risponde, dall’altra, qualche chilometro più in là, Matteo Messina Denaro non lo fa. Nell’aula bunker di Caltanissetta tutti fissano lo schermo che inquadra una stanza del carcere dell’Aquila dove si vede uno sfondo bianco e una sedia vuota. Sedia che non viene mai occupata, perché il boss ha disertato il processo d’appello per le stragi mafiose del 1992. Un’assenza che non ha sorpreso i togati presenti, considerata anche la conclusione dell’appello: il legale Salvatore Baglio, delegato di Lorenza Guttadauro, ha chiesto il rinvio dell’udienza “per consentire al difensore di essere presente” e così la presidente della corte Giannazzo ha rinviato al prossimo 9 marzo. Un’assenza che però non lascia sorpresi: sempre ieri era prevista la prima seduta di chemioterapia dell’ex latitante, concordata dallo stesso detenuto insieme ai medici specialisti che lo hanno visitato e che hanno predisposto nell’istituto penitenziario una stanza riservata alle sue cure. Proprio in virtù di questa necessità, non sono ancora chiare le intenzioni del capo di Cosa Nostra sulla partecipazione alle prossime udienze del processo. Il procuratore generale Patti, ci spera: “Se Messina Denaro volesse assumere un atteggiamento collaborativo certamente sarebbe in grado di squarciare veli sulla stagione stragista, perché depositario di conoscenze inedite e mai riferite da altri collaboratori”.
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