Casa senza uscita

di Elisabetta Aldovrandi

Il problema “casa”, in Italia, non ha soluzione. C’è chi denuncia la difficoltà di trovarne una in affitto, perché i proprietari pretendono garanzie e canoni di locazione spropositati. Per contro, c’è il grido di allarme di chi quella casa l’ha data in locazione, infilandosi in un circolo vizioso senza via d’uscita. Dall’altra parte, c’è il grido di allarme (o meglio, di aiuto), di chi quella casa ha avuto l’ardire di concederla in locazione, infilandosi in un circolo vizioso senza apparente via d’uscita. Può accadere che, dopo i primi mesi di idillio, il conduttore inizi a ritardare con il versamento delle pigioni o delle spese condominiali. Il proprietario sollecita, prima con messaggi, telefonate, ma il conduttore ha perso il lavoro, si è ammalato: non è un furbetto dei canoni, semplicemente sta attraversando un periodo di difficoltà.

E così, dopo mesi di tira e molla, il proprietario, che fa affidamento su quell’affitto per sopravvivere, seppure a malincuore, si decide. Varca la porta di uno studio legale. E da quel momento, le peggiori previsioni prendono forma: per liberare una casa da un inquilino moroso, è necessario intraprendere un percorso giudiziario tortuoso, che tra notifica di atti, udienze, concessioni di termini per sanare la morosità, altre udienze e notifiche, può durare 2 o 3 anni, a volte anche di più. La rendita degli affitti è un reddito aggiuntivo appetibile, poiché permette di guadagnare da beni che, oltre al loro valore intrinseco, “fruttano”. Ma può trasformarsi in un incubo, se il sinallagma sotteso al contratto viene violato. I tempi biblici e i costi per liberare gli immobili locati hanno determinato richieste sempre più gravose da parte dei proprietari: si va dal pagamento anticipato di un anno di affitto, a fideiussioni bancarie che garantiscono dodici mensilità di canoni, a cauzioni di migliaia di euro qualora il conduttore lasci l’appartamento distrutto.

Sono condizioni contrattuali legittime, ma che rendono inconciliabile il mercato tra offerta e domanda, con la conseguenza di trovarsi case sfitte su cui i proprietari pagano tasse e spese condominiali.
Eppure, basterebbe una riforma del procedimento per sfratto, per alleviare il problema.

Come? Attualmente, la procedura inizia con la notifica di un atto tramite l’ufficiale giudiziario, che se il conduttore non ritira può allungare i tempi e comportare rinvii di udienza in tribunale.

Dopodiché, l’affittuario può richiedere al giudice un termine di 90 giorni per sanare la morosità, e i tempi si allungano ancora. Ma se non sana nulla, dopo circa 6 mesi (durante i quali l’inquilino è rimasto in casa senza pagare), il proprietario ottiene lo sfratto.

Tutto a posto? No. Perché da quel momento inizia un tourbillon di atti, notifiche, date per l’accesso, che posticipano la liberazione dell’immobile anche di un anno, e oltre.

Quali le soluzioni? Anticipare il diritto del conduttore di chiedere il “termine di grazia”, in modo che, in udienza, se quel termine non è stato rispettato, lo sfratto sia convalidato.

Poi, aumentare gli ufficiali giudiziari, prevedendo che già dal primo accesso si proceda alla liberazione.

Resta il problema di coloro che, per difficoltà sopraggiunte, non pagano l’affitto e finiscono per strada, con figli o anziani a carico. Ed è un problema enorme e indegno di una società civile.

Per questo, è indispensabile un intervento dello Stato che renda disponibili le case popolari ai bisognosi liberandole dalle occupazioni abusive.
Perché, a parità di bisogno, deve essere preferito chi si mette in fila e rispetta il suo turno. Oltre che le leggi.

di Elisabetta Aldovrandi

Il problema “casa”, in Italia, non ha soluzione. C’è chi denuncia la difficoltà di trovarne una in affitto, perché i proprietari pretendono garanzie e canoni di locazione spropositati. Per contro, c’è il grido di allarme di chi quella casa l’ha data in locazione, infilandosi in un circolo vizioso senza via d’uscita. Dall’altra parte, c’è il grido di allarme (o meglio, di aiuto), di chi quella casa ha avuto l’ardire di concederla in locazione, infilandosi in un circolo vizioso senza apparente via d’uscita. Può accadere che, dopo i primi mesi di idillio, il conduttore inizi a ritardare con il versamento delle pigioni o delle spese condominiali. Il proprietario sollecita, prima con messaggi, telefonate, ma il conduttore ha perso il lavoro, si è ammalato: non è un furbetto dei canoni, semplicemente sta attraversando un periodo di difficoltà.

E così, dopo mesi di tira e molla, il proprietario, che fa affidamento su quell’affitto per sopravvivere, seppure a malincuore, si decide. Varca la porta di uno studio legale. E da quel momento, le peggiori previsioni prendono forma: per liberare una casa da un inquilino moroso, è necessario intraprendere un percorso giudiziario tortuoso, che tra notifica di atti, udienze, concessioni di termini per sanare la morosità, altre udienze e notifiche, può durare 2 o 3 anni, a volte anche di più. La rendita degli affitti è un reddito aggiuntivo appetibile, poiché permette di guadagnare da beni che, oltre al loro valore intrinseco, “fruttano”. Ma può trasformarsi in un incubo, se il sinallagma sotteso al contratto viene violato. I tempi biblici e i costi per liberare gli immobili locati hanno determinato richieste sempre più gravose da parte dei proprietari: si va dal pagamento anticipato di un anno di affitto, a fideiussioni bancarie che garantiscono dodici mensilità di canoni, a cauzioni di migliaia di euro qualora il conduttore lasci l’appartamento distrutto.

Sono condizioni contrattuali legittime, ma che rendono inconciliabile il mercato tra offerta e domanda, con la conseguenza di trovarsi case sfitte su cui i proprietari pagano tasse e spese condominiali.
Eppure, basterebbe una riforma del procedimento per sfratto, per alleviare il problema.

Come? Attualmente, la procedura inizia con la notifica di un atto tramite l’ufficiale giudiziario, che se il conduttore non ritira può allungare i tempi e comportare rinvii di udienza in tribunale.

Dopodiché, l’affittuario può richiedere al giudice un termine di 90 giorni per sanare la morosità, e i tempi si allungano ancora. Ma se non sana nulla, dopo circa 6 mesi (durante i quali l’inquilino è rimasto in casa senza pagare), il proprietario ottiene lo sfratto.

Tutto a posto? No. Perché da quel momento inizia un tourbillon di atti, notifiche, date per l’accesso, che posticipano la liberazione dell’immobile anche di un anno, e oltre.

Quali le soluzioni? Anticipare il diritto del conduttore di chiedere il “termine di grazia”, in modo che, in udienza, se quel termine non è stato rispettato, lo sfratto sia convalidato.

Poi, aumentare gli ufficiali giudiziari, prevedendo che già dal primo accesso si proceda alla liberazione.

Resta il problema di coloro che, per difficoltà sopraggiunte, non pagano l’affitto e finiscono per strada, con figli o anziani a carico. Ed è un problema enorme e indegno di una società civile.

Per questo, è indispensabile un intervento dello Stato che renda disponibili le case popolari ai bisognosi liberandole dalle occupazioni abusive.
Perché, a parità di bisogno, deve essere preferito chi si mette in fila e rispetta il suo turno. Oltre che le leggi.

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