Cavusoglu vola da Blinken per trattare sul sì della Turchia a Finlandia e Svezia nella Nato

Gli ambasciatori di Finlandia e Svezia, Klaus Korhonen e Axel Wernhoff, oggi hanno formalmente presentato la richiesta di adesione alla Nato al segretario generale Jens Stoltenberg nel quartier generale dell’Alleanza atlantica a Bruxelles. Ora tutto dipende dalla Turchia, perché – come è noto – per accogliere i due Paesi scandinavi serve l’unanimità. Ma Ankara ha posto delle condizioni per dire sì. Finlandia e Svezia danno asilo a terroristi curdi del Pkk e soprattutto ai gulenisti del movimento Hizmet – ritenuto da Ankara responsabile del tentato golpe del 2016. Inoltre, sempre Helsinki e Stoccolma hanno imposto un embargo sulle armi alla Turchia dopo gli attacchi contro i curdi in Siria. Ecco perché anche oggi il presidente turco Erdogan ribadisce che auspica che “gli alleati ascoltino le nostre preoccupazioni” e “ci sostengano”. “Non possiamo dire sì” all’ingresso di Finlandia e Svezia, ripete “il sultano”, aggiungendo che “sostenere il terrorismo e chiedere il nostro sostegno è una mancanza di coerenza” da parte di Helsinki e Stoccolma.
Le condizioni di Erdogan sono chiare: estradizione dei terroristi e via l’embargo sulle armi. In particolare Ankara vuole mettere le mani sui caccia Usa F35 e sui missili russi S-400. Altrimenti la Turchia continuerà a dire no all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato. Intanto, sul fronte diplomatico oggi il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, incontrerà a New York il segretario di Stato americano Anthony Blinken per discutere de nodo Nato. Si tratta del primo incontro di alto livello tra rappresentanti di Usa e Turchia dall’inizio della guerra russo-ucraina. La cornice dell’incontro sarà il “Tavolo strategico Turchia-Usa”, un meccanismo per la risoluzione delle dispute tra i due Paesi su cui il presidente Usa Joe Biden e l’omologo turco Erdogan hanno raggiunto un accordo lo scorso anno. In tal senso, rispettare le condizioni poste da Ankara per far entrare Helsinki e Stoccolma nell’Alleanza atlantica, eliminerebbero gran parte degli attriti con Washington.
Tra l’altro, Cavusoglu incontrerà Blinken anche in occasione del Forum internazionale sulle migrazioni (Imrf). Inutile dire che una delle leve più convincenti della diplomazia turca (l’Ue, anzi le casse dell’Ue, ne sanno qualcosa) è la politica di accoglienza degli immigrati. Su questo fronte infatti il peso sulla bilancia della contrattazione è doppio: visto che la Turchia è parte della Nato ma ha accordi con Bruxelles, che sta gestendo la crisi innescata dalla guerra in stretta collaborazione con Washington.
Cavusoglu è anche l’uomo chiave di Erdogan per portare Ucraina e Russia al tavolo dei negoziati. “Per risolvere i problemi irrisolti serve un incontro tra i ministri degli Esteri dei due Paesi”, ha dichiarato nei giorni scorsi. Incontro che potrebbe avvenire nell’arco di “una o due settimane”, ribadisce oggi il ministro degli Esteri. Come è noto, Ankara ci tiene a mantenere un ruolo terzo rispetto a Nato e Russia per potersi giocare la carta di mediatore. In tal senso, annuncia Cavusoglu, Putin potrebbe arrivare in Turchia presto per incontrare Erdogan e forse il presidente ucraino Zelensky. L’incontro tra Putin e Zelensky è giustamente considerato dal “sultano” la chiave di volta della crisi. La Turchia, non dimentichiamocelo, ha un piede nella Nato (con le forze armate più potenti dopo gli Usa) e un altro nel Mar Nero. Le navi russe che da qui vogliono andare nel Mediterraneo devono passare per il Bosforo, le cui chiavi sono in mano a Erdogan. Insomma, la cartina geografica spiega in modo inequivocabile perché il ruolo della Turchia è strategico e il suo peso geopolitico è di certo maggiore da quando è scoppiata la guerra. Finora Ankara ha giocato le sue carte senza nuocere alla Russia né alla Nato. Ora che ha alzato la posta vedremo se alla fine – ottenuto quanto richiesto – vorrà schierarsi contro Mosca accogliendo Finlandia e Svezia in un’alleanza militare de facto antirussa.

Gli ambasciatori di Finlandia e Svezia, Klaus Korhonen e Axel Wernhoff, oggi hanno formalmente presentato la richiesta di adesione alla Nato al segretario generale Jens Stoltenberg nel quartier generale dell’Alleanza atlantica a Bruxelles. Ora tutto dipende dalla Turchia, perché – come è noto – per accogliere i due Paesi scandinavi serve l’unanimità. Ma Ankara ha posto delle condizioni per dire sì. Finlandia e Svezia danno asilo a terroristi curdi del Pkk e soprattutto ai gulenisti del movimento Hizmet – ritenuto da Ankara responsabile del tentato golpe del 2016. Inoltre, sempre Helsinki e Stoccolma hanno imposto un embargo sulle armi alla Turchia dopo gli attacchi contro i curdi in Siria. Ecco perché anche oggi il presidente turco Erdogan ribadisce che auspica che “gli alleati ascoltino le nostre preoccupazioni” e “ci sostengano”. “Non possiamo dire sì” all’ingresso di Finlandia e Svezia, ripete “il sultano”, aggiungendo che “sostenere il terrorismo e chiedere il nostro sostegno è una mancanza di coerenza” da parte di Helsinki e Stoccolma.
Le condizioni di Erdogan sono chiare: estradizione dei terroristi e via l’embargo sulle armi. In particolare Ankara vuole mettere le mani sui caccia Usa F35 e sui missili russi S-400. Altrimenti la Turchia continuerà a dire no all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato. Intanto, sul fronte diplomatico oggi il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, incontrerà a New York il segretario di Stato americano Anthony Blinken per discutere de nodo Nato. Si tratta del primo incontro di alto livello tra rappresentanti di Usa e Turchia dall’inizio della guerra russo-ucraina. La cornice dell’incontro sarà il “Tavolo strategico Turchia-Usa”, un meccanismo per la risoluzione delle dispute tra i due Paesi su cui il presidente Usa Joe Biden e l’omologo turco Erdogan hanno raggiunto un accordo lo scorso anno. In tal senso, rispettare le condizioni poste da Ankara per far entrare Helsinki e Stoccolma nell’Alleanza atlantica, eliminerebbero gran parte degli attriti con Washington.
Tra l’altro, Cavusoglu incontrerà Blinken anche in occasione del Forum internazionale sulle migrazioni (Imrf). Inutile dire che una delle leve più convincenti della diplomazia turca (l’Ue, anzi le casse dell’Ue, ne sanno qualcosa) è la politica di accoglienza degli immigrati. Su questo fronte infatti il peso sulla bilancia della contrattazione è doppio: visto che la Turchia è parte della Nato ma ha accordi con Bruxelles, che sta gestendo la crisi innescata dalla guerra in stretta collaborazione con Washington.
Cavusoglu è anche l’uomo chiave di Erdogan per portare Ucraina e Russia al tavolo dei negoziati. “Per risolvere i problemi irrisolti serve un incontro tra i ministri degli Esteri dei due Paesi”, ha dichiarato nei giorni scorsi. Incontro che potrebbe avvenire nell’arco di “una o due settimane”, ribadisce oggi il ministro degli Esteri. Come è noto, Ankara ci tiene a mantenere un ruolo terzo rispetto a Nato e Russia per potersi giocare la carta di mediatore. In tal senso, annuncia Cavusoglu, Putin potrebbe arrivare in Turchia presto per incontrare Erdogan e forse il presidente ucraino Zelensky. L’incontro tra Putin e Zelensky è giustamente considerato dal “sultano” la chiave di volta della crisi. La Turchia, non dimentichiamocelo, ha un piede nella Nato (con le forze armate più potenti dopo gli Usa) e un altro nel Mar Nero. Le navi russe che da qui vogliono andare nel Mediterraneo devono passare per il Bosforo, le cui chiavi sono in mano a Erdogan. Insomma, la cartina geografica spiega in modo inequivocabile perché il ruolo della Turchia è strategico e il suo peso geopolitico è di certo maggiore da quando è scoppiata la guerra. Finora Ankara ha giocato le sue carte senza nuocere alla Russia né alla Nato. Ora che ha alzato la posta vedremo se alla fine – ottenuto quanto richiesto – vorrà schierarsi contro Mosca accogliendo Finlandia e Svezia in un’alleanza militare de facto antirussa.

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