Che destra sarà

Partiamo da una domanda. Come può il leader arrangiato del Pd, il più grande partito della sinistra italiana, Enrico Letta, atterrato da Parigi al Nazareno dopo l’esilio renziano, a fare l’erede (designato dall’establishment) di Nicola Zingaretti dimissionario, tradire proprio la lezione più celebre del mito più citato della nouvelle vague: Jfk?

Può cioè il front runner dei Democratici italiani presentarsi in battaglia contro la destra del trio Meloni-Salvini-Berlusconi e non spiegare “cosa il Pd avrebbe potuto fare per l’Italia”, sbaragliata, impoverita e timorosa del domani, ma al contrario impostando la corsa elettorale sul messaggio opposto: “Cosa avrebbe dovuto fare l’Italia per far felice il Pd?”. Sceglierlo.

È da qui che si deve partire per capire come la vittoria di Giorgia Meloni apra la strada a un nuovo dizionario della destra. E a una nuova evoluzione del sentiero che da Berlusconi, attraverso impervie vie, l’ha portata fin qui. E se è vero, come scrive Ezio Mauro su Repubblica, che c’è un bagaglio populista che la futura premier si porta dietro, è vero anche che – proprio grazie alla natura della sfida lanciata da Letta – Meloni si è appropriata di un antidoto, che può declinare quella natura in nuove, più moderne forme. Un antidoto che viene dritto dalla democrazia, dalla vittoria nelle urne del centrodestra e che rovescia il maleficio di dieci anni di governi imparaticci, arrampicati su una generica idea del bene politico che non trova evidentemente più riscontro nella vita reale di milioni di persone. Un antidoto che – se la prossima premier italiana non sbaglierà le mosse – potrebbe mettere il Paese di fronte all’ipotesi di una metamorfosi di quel termine sprezzante con cui gli avversari l’hanno apostrofata, facendosi nemici, appunto “populista”, in un termine nuovo, capace di mettere radici più profonde nell’Europa che chiede dal basso un cambiamento, ma che sembra incapace di favorire davvero quella “spinta popolare” che finisce per rivolgersi a chi quel sistema mette in discussione.

Perché se è vero che la destra si emancipa dopo trent’anni o giù di lì dal Cavalier Silvio Berlusconi, mostrandosi nel suo assetto più radicale, è anche vero che in essa avviene una lenta e inesorabile metamorfosi. Del tutto sfuggita alla critica della ragione fascista di marca piddina, monocorde nell’idea di demolire con la sola evocazione del passato un cambiamento che invece, come dice l’esito del voto, per molti ha sapore di futuro. E di farlo tra l’altro senza mettere in atto, nel campo proprio, un processo analogo di rigenerazione di sé.
Basti pensare alla scelta di Letta di dire no al patto con il M5s di Conte, bollando il premier dell’unica esperienza “calda” di governo del centrosinistra da Gentiloni in poi, vale a dire il Conte 2, come traditore di Mario Draghi. Una lettura troppo semplice. Così come è troppo semplice dire che quell’esperienza non certo esaltante è finita per colpa di Conte e non sotto i colpi del golpe silenzioso contro di lui. Golpe messo in atto a Palazzo con la nascita del partitino di Di Maio, poco più che una furbata dell’eterno diccì Bruno Tabacci a scapito proprio di Giggino, che se ne torna a casa con le pive nel sacco.

Ecco che se di destra populista si poteva parlare, ora la valanga che ha travolto ciò che resta del Pd – il partito che nella storia repubblicana vanta il record di governi più lunghi senza mai vincere le elezioni – la trasforma in popularista. Cioè una versione nuova, per cui il mandato popolare supera in portanza politica gli slogan stessi con cui è stato conquistato. Certo con equilibri faticosi e due alleati in crisi, Salvini più di Berlusconi, ma anche con l’ipotesi di un quadro parlamentare che potrebbe accompagnare una rivoluzione interna. Come già ripetono nei corridoi della politica. E immaginare una maggioranza che nei mesi si mostri bicefala, anziché quadriforme, con un’area meloniana maggioritaria e un’area moderata che schivi la successione di Salvini e del Cav con un fronte unitario in Parlamento, a fare da bilancino e da magnete per quel centro renziano-calendiano che da ieri forse esiste un po’ di meno. Certo non un po’ di più.

Partiamo da una domanda. Come può il leader arrangiato del Pd, il più grande partito della sinistra italiana, Enrico Letta, atterrato da Parigi al Nazareno dopo l’esilio renziano, a fare l’erede (designato dall’establishment) di Nicola Zingaretti dimissionario, tradire proprio la lezione più celebre del mito più citato della nouvelle vague: Jfk?

Può cioè il front runner dei Democratici italiani presentarsi in battaglia contro la destra del trio Meloni-Salvini-Berlusconi e non spiegare “cosa il Pd avrebbe potuto fare per l’Italia”, sbaragliata, impoverita e timorosa del domani, ma al contrario impostando la corsa elettorale sul messaggio opposto: “Cosa avrebbe dovuto fare l’Italia per far felice il Pd?”. Sceglierlo.

È da qui che si deve partire per capire come la vittoria di Giorgia Meloni apra la strada a un nuovo dizionario della destra. E a una nuova evoluzione del sentiero che da Berlusconi, attraverso impervie vie, l’ha portata fin qui. E se è vero, come scrive Ezio Mauro su Repubblica, che c’è un bagaglio populista che la futura premier si porta dietro, è vero anche che – proprio grazie alla natura della sfida lanciata da Letta – Meloni si è appropriata di un antidoto, che può declinare quella natura in nuove, più moderne forme. Un antidoto che viene dritto dalla democrazia, dalla vittoria nelle urne del centrodestra e che rovescia il maleficio di dieci anni di governi imparaticci, arrampicati su una generica idea del bene politico che non trova evidentemente più riscontro nella vita reale di milioni di persone. Un antidoto che – se la prossima premier italiana non sbaglierà le mosse – potrebbe mettere il Paese di fronte all’ipotesi di una metamorfosi di quel termine sprezzante con cui gli avversari l’hanno apostrofata, facendosi nemici, appunto “populista”, in un termine nuovo, capace di mettere radici più profonde nell’Europa che chiede dal basso un cambiamento, ma che sembra incapace di favorire davvero quella “spinta popolare” che finisce per rivolgersi a chi quel sistema mette in discussione.

Perché se è vero che la destra si emancipa dopo trent’anni o giù di lì dal Cavalier Silvio Berlusconi, mostrandosi nel suo assetto più radicale, è anche vero che in essa avviene una lenta e inesorabile metamorfosi. Del tutto sfuggita alla critica della ragione fascista di marca piddina, monocorde nell’idea di demolire con la sola evocazione del passato un cambiamento che invece, come dice l’esito del voto, per molti ha sapore di futuro. E di farlo tra l’altro senza mettere in atto, nel campo proprio, un processo analogo di rigenerazione di sé.
Basti pensare alla scelta di Letta di dire no al patto con il M5s di Conte, bollando il premier dell’unica esperienza “calda” di governo del centrosinistra da Gentiloni in poi, vale a dire il Conte 2, come traditore di Mario Draghi. Una lettura troppo semplice. Così come è troppo semplice dire che quell’esperienza non certo esaltante è finita per colpa di Conte e non sotto i colpi del golpe silenzioso contro di lui. Golpe messo in atto a Palazzo con la nascita del partitino di Di Maio, poco più che una furbata dell’eterno diccì Bruno Tabacci a scapito proprio di Giggino, che se ne torna a casa con le pive nel sacco.

Ecco che se di destra populista si poteva parlare, ora la valanga che ha travolto ciò che resta del Pd – il partito che nella storia repubblicana vanta il record di governi più lunghi senza mai vincere le elezioni – la trasforma in popularista. Cioè una versione nuova, per cui il mandato popolare supera in portanza politica gli slogan stessi con cui è stato conquistato. Certo con equilibri faticosi e due alleati in crisi, Salvini più di Berlusconi, ma anche con l’ipotesi di un quadro parlamentare che potrebbe accompagnare una rivoluzione interna. Come già ripetono nei corridoi della politica. E immaginare una maggioranza che nei mesi si mostri bicefala, anziché quadriforme, con un’area meloniana maggioritaria e un’area moderata che schivi la successione di Salvini e del Cav con un fronte unitario in Parlamento, a fare da bilancino e da magnete per quel centro renziano-calendiano che da ieri forse esiste un po’ di meno. Certo non un po’ di più.

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