Che errore il Covid zero

Dalla primissima diffusione del Covid-19 fino all’avvento dei vaccini – tra lockdown, zone a colori e autodichiarazioni – tutti i Paesi, in varie forme, hanno messo in atto regole ad hoc e limitazioni. In particolare, per aumentare i tassi di vaccinazione, quasi tutto il mondo ha fatto ricorso a politiche obbliganti. Un report scritto da un team di ricercatori e scienziati guidati dal professore Kevin Bardosh, Phd presso l’Università di Edimburgo, dal titolo “Le conseguenze indesiderate della politica sui vaccini Covid-19: perché direttive, certificazioni e restrizioni potrebbero causare più male che bene” – pubblicato per la prima volta il 26 maggio di quest’anno dalla BMJ Global Health, rivista satellite del British Medical Journal – elenca e spiega le conseguenze dannose di queste politiche. Nella ricerca vengono delineate una serie di ipotesi secondo le quali le norme governative relative ai vaccini anti-Covid sembrerebbero, a vari livelli, sia controproducenti che dannose per la salute pubblica. Il report prende spunto da vari campi: la psicologia comportamentale, la politica e il diritto, la socioeconomia e il principio stesso di integrità di scienza e medicina. Per quanto riguarda la psicologia comportamentale, gli scienziati hanno osservato con attenzione le conseguenze delle coercizioni vaccinali nei modi di pensare e di agire dei cittadini. In particolare, diversi approfondimenti sul tema hanno dimostrato come queste politiche obbligatorie abbiano fatto scaturire sfiducia nelle autorità, rabbia, diffidenza, stigma e senso di minaccia alla propria libertà. Due esperimenti in Germania e negli Stati Uniti hanno evidenziato come, se il Governo dovesse richiedere una nuova ondata di vaccinazioni Covid, si rafforzerebbe il pensiero e l’attivismo no-vax; calerebbe la propensione nei confronti di altre misure sanitarie e diminuirebbe l’accettazione di future vaccinazioni preventive e volontarie come quelle influenzali o per le malattie esantematiche. Un altro elemento interessante riscontrato nell’ambito della psicologia comportamentale è la cosiddetta “dissonanza cognitiva”. Molto spesso gli annunci istituzionali e la copertura mediatica hanno eccessivamente semplificato o stentato a comunicare le differenziazioni tra un soggetto e l’altro. L’obbligo alla vaccinazione spinge le persone, come è comprensibile, a cercare più informazioni e a pretendere chiarezza. Chi ha poca fiducia nel vaccino, prende una nozione contraddittoria come una conferma delle proprie preoccupazioni e dei propri sospetti. Inoltre, il discorso pubblico ha normalizzato un certo stigma contro le persone non vaccinate, spesso intessuto nel tono e nel taglio di articoli e servizi Tv. I leader politici hanno incolpato apertamente i non vaccinati del protrarsi della pandemia, della fatica ospedaliera, dell’emergere di nuove varianti e della necessità di mascherine, chiusure scolastiche e altre misure restrittive. Se poi si parla degli effetti politici e legali dei vaccini, dei certificati e di tutte le restrizioni, si arriva in braccio a considerazioni molto gravi sulle libertà civili e sulla polarizzazione partitica. Dai viaggi, al lavoro, all’accesso alle strutture, alla vita sociale, l’impatto di queste limitazioni è stato immenso. Primo tra tutti il diritto al lavoro. Pensiamo ai test negativi settimanali (o addirittura ogni tre giorni) che erano l’unico compromesso al posto dello stato di vaccinazione completo. Una condizione che ha posto ulteriori oneri (anche finanziari) sui non vaccinati che hanno rischiato anche danni reputazionali. Le politiche sui vaccini hanno generato un intenso dibattito, proteste di piazza e il diffondersi di nuovi movimenti politici. Ovviamente hanno influenzato le elezioni. Ad esempio, i partiti di destra e quelli populisti in Germania, Canada e Austria si sono espressi con forza contro la segregazione medica.
Poi c’è la questione socioeconomica. I gruppi storicamente emarginati, i più poveri e le minoranze etniche, tendono ad avere meno fiducia nei programmi di vaccinazione. Questo apre alla possibilità che le politiche sui vaccini possano alimentare disuguaglianze già esistenti. Non solo. È assai probabile che le certificazioni verdi siano state concepite e messe in atto in modo discriminatorio. Basti pensare a gruppi svantaggiati quali gli immigrati, i senzatetto, le persone anziane isolate, le persone con malattie mentali e specifiche comunità religiose.
Le minoranze che sono state storicamente oggetto di sorveglianza, segregazione, e razzismo strutturale hanno sicuramente più resistenza nei confronti delle norme mediche, e hanno maggiore difficoltà ad accedere al vaccino, tra diffidenza e barriere burocratiche.
Infine, il report si interroga sull’etica e sull’integrità di queste pratiche coercitive a livello medico e scientifico. Molte politiche sui vaccini, chiaramente, limitano la scelta e il normale funzionamento del consenso informato. Ciò ha spesso messo i medici in una posizione difficile, offuscando i confini tra vaccinazione volontaria e involontaria. È chiaro che molti dei vaccinati lo hanno fatto a causa del rischio di perdere il lavoro, i mezzi di sussistenza o l’accesso a eventi sociali e viaggi.
Posto il fatto che il vaccino ha ridotto il tasso di mortalità e di serietà del virus, e posto che questo studio è stato partorito in Uk (una nazione che, nei confronti del Covid, ha avuto un approccio molto più “liberale” rispetto ad altri Paesi, europei e non ) il report del team di Bardosh punta a mettere in discussione l’efficacia della politica di vaccinazione coercitiva come unica risposta ad una pandemia. 

Dalla primissima diffusione del Covid-19 fino all’avvento dei vaccini – tra lockdown, zone a colori e autodichiarazioni – tutti i Paesi, in varie forme, hanno messo in atto regole ad hoc e limitazioni. In particolare, per aumentare i tassi di vaccinazione, quasi tutto il mondo ha fatto ricorso a politiche obbliganti. Un report scritto da un team di ricercatori e scienziati guidati dal professore Kevin Bardosh, Phd presso l’Università di Edimburgo, dal titolo “Le conseguenze indesiderate della politica sui vaccini Covid-19: perché direttive, certificazioni e restrizioni potrebbero causare più male che bene” – pubblicato per la prima volta il 26 maggio di quest’anno dalla BMJ Global Health, rivista satellite del British Medical Journal – elenca e spiega le conseguenze dannose di queste politiche. Nella ricerca vengono delineate una serie di ipotesi secondo le quali le norme governative relative ai vaccini anti-Covid sembrerebbero, a vari livelli, sia controproducenti che dannose per la salute pubblica. Il report prende spunto da vari campi: la psicologia comportamentale, la politica e il diritto, la socioeconomia e il principio stesso di integrità di scienza e medicina. Per quanto riguarda la psicologia comportamentale, gli scienziati hanno osservato con attenzione le conseguenze delle coercizioni vaccinali nei modi di pensare e di agire dei cittadini. In particolare, diversi approfondimenti sul tema hanno dimostrato come queste politiche obbligatorie abbiano fatto scaturire sfiducia nelle autorità, rabbia, diffidenza, stigma e senso di minaccia alla propria libertà. Due esperimenti in Germania e negli Stati Uniti hanno evidenziato come, se il Governo dovesse richiedere una nuova ondata di vaccinazioni Covid, si rafforzerebbe il pensiero e l’attivismo no-vax; calerebbe la propensione nei confronti di altre misure sanitarie e diminuirebbe l’accettazione di future vaccinazioni preventive e volontarie come quelle influenzali o per le malattie esantematiche. Un altro elemento interessante riscontrato nell’ambito della psicologia comportamentale è la cosiddetta “dissonanza cognitiva”. Molto spesso gli annunci istituzionali e la copertura mediatica hanno eccessivamente semplificato o stentato a comunicare le differenziazioni tra un soggetto e l’altro. L’obbligo alla vaccinazione spinge le persone, come è comprensibile, a cercare più informazioni e a pretendere chiarezza. Chi ha poca fiducia nel vaccino, prende una nozione contraddittoria come una conferma delle proprie preoccupazioni e dei propri sospetti. Inoltre, il discorso pubblico ha normalizzato un certo stigma contro le persone non vaccinate, spesso intessuto nel tono e nel taglio di articoli e servizi Tv. I leader politici hanno incolpato apertamente i non vaccinati del protrarsi della pandemia, della fatica ospedaliera, dell’emergere di nuove varianti e della necessità di mascherine, chiusure scolastiche e altre misure restrittive. Se poi si parla degli effetti politici e legali dei vaccini, dei certificati e di tutte le restrizioni, si arriva in braccio a considerazioni molto gravi sulle libertà civili e sulla polarizzazione partitica. Dai viaggi, al lavoro, all’accesso alle strutture, alla vita sociale, l’impatto di queste limitazioni è stato immenso. Primo tra tutti il diritto al lavoro. Pensiamo ai test negativi settimanali (o addirittura ogni tre giorni) che erano l’unico compromesso al posto dello stato di vaccinazione completo. Una condizione che ha posto ulteriori oneri (anche finanziari) sui non vaccinati che hanno rischiato anche danni reputazionali. Le politiche sui vaccini hanno generato un intenso dibattito, proteste di piazza e il diffondersi di nuovi movimenti politici. Ovviamente hanno influenzato le elezioni. Ad esempio, i partiti di destra e quelli populisti in Germania, Canada e Austria si sono espressi con forza contro la segregazione medica.
Poi c’è la questione socioeconomica. I gruppi storicamente emarginati, i più poveri e le minoranze etniche, tendono ad avere meno fiducia nei programmi di vaccinazione. Questo apre alla possibilità che le politiche sui vaccini possano alimentare disuguaglianze già esistenti. Non solo. È assai probabile che le certificazioni verdi siano state concepite e messe in atto in modo discriminatorio. Basti pensare a gruppi svantaggiati quali gli immigrati, i senzatetto, le persone anziane isolate, le persone con malattie mentali e specifiche comunità religiose.
Le minoranze che sono state storicamente oggetto di sorveglianza, segregazione, e razzismo strutturale hanno sicuramente più resistenza nei confronti delle norme mediche, e hanno maggiore difficoltà ad accedere al vaccino, tra diffidenza e barriere burocratiche.
Infine, il report si interroga sull’etica e sull’integrità di queste pratiche coercitive a livello medico e scientifico. Molte politiche sui vaccini, chiaramente, limitano la scelta e il normale funzionamento del consenso informato. Ciò ha spesso messo i medici in una posizione difficile, offuscando i confini tra vaccinazione volontaria e involontaria. È chiaro che molti dei vaccinati lo hanno fatto a causa del rischio di perdere il lavoro, i mezzi di sussistenza o l’accesso a eventi sociali e viaggi.
Posto il fatto che il vaccino ha ridotto il tasso di mortalità e di serietà del virus, e posto che questo studio è stato partorito in Uk (una nazione che, nei confronti del Covid, ha avuto un approccio molto più “liberale” rispetto ad altri Paesi, europei e non ) il report del team di Bardosh punta a mettere in discussione l’efficacia della politica di vaccinazione coercitiva come unica risposta ad una pandemia. 

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