Che spreco di terra

La Terra sta finendo? A poco più di 20 giorni dal World Economic Forum che a Davos rinnoverà il suo incontro tra i rappresentanti dell’economia internazionale, il think thank olandese Circle Economy lavora agli ultimi dettagli del suo Rapporto sul Circularity Gap 2023 che rinnoverà l’analisi dello sfruttamento delle materie prime sul nostro pianeta.
Intanto Harald Friedl, attivista e ricercatore, ha diffuso nuovamente sulla sua Circletter i dati del Rapporto 2022, già in sé allarmanti come quelli delle precedenti analisi del think thank, idealmente confrontandoli con le parole di Matthew Fraser, responsabile della ricerca presso Circle Economy e coautore del prossimo rapporto, sul quale ha fornito alcune anticipazioni.
La Terra è circolare solo per l’8,6%, questo diceva l’ultimo Circularity Gap Report. Un dato che si traduce in mezzo trilione di materie prime consumate dalle economie di tutti i Paesi. E significa che, tra la COP25 del 2015 ove fu firmato l’Accordo di Parigi e la COP26 di Glasgow del 2021, è stato estratto il 70% in più di materie prime. In soli 50 anni, l’uso globale di materie prime è quasi quadruplicato, superando la crescita della popolazione. Nel 1972, alla pubblicazione del rapporto Limits to Growth del Club di Roma, il mondo ne consumava 28,6 miliardi di tonnellate.
Nel 2000 si era passati a 54,9 miliardi e nel 2019 a 100 miliardi di tonnellate.
Quella che Circle Economy chiama la take-make-waste economy, consuma 100 miliardi di tonnellate di materiali all’anno e ne spreca oltre il 90%.
E la quota misurata dal think thank è scesa in due anni dal 9,1% del 2018 all’8,6% del 2020. I dati del 2023 non saranno migliori, a leggere le risposte di Matthew Fraser a Friedl: “Quest’anno probabilmente la situazione non migliorerà, anche per il perdurare dell’emergenza sanitaria causata dal Covid”.
L’obiettivo del nuovo rapporto è leggere queste trasformazioni in atto: “C’è un enorme margine di miglioramento, per fare di più con meno. Il vecchio modello economico ha finora contribuito a consumare in maniera troppo ampia le materie prime. Il nuovo rapporto esaminerà, in modo pratico, le strategie più intelligenti messe in atto per aumentare il benessere delle persone su questo pianeta riducendo la pressione sull’ambiente”.

Fraser, nonostante le difficoltà di questi anni, rimane ottimista: “Sì, perché anche in occasione della COP 27 abbiamo visto manifestarsi e crescere gli impegni politici in molti Paesi, permettendo che le strategie di economia circolare entrassero concretamente nel dibattito sul clima. Tuttavia, abbiamo bisogno di masggiori obiettivi per la riduzione delle materie prime consumate, concentrandosi troppo, finora, gli obiettivi esistenti sulla transizione verso l’energia pulita”. Un ottimismo che è confortato da quanto sta accadendo nei processi produttivi del sistema industriale globale alla luce delle trasformazioni prodotte dall’emergenza sanitaria: “Nell’industria pesante, assistiamo ad una chiara tendenza al recupero e al riutilizzo dei materiali. Fattori che si evidenziano come positivi, ma che richiedono peraltro significativi investimenti. In più, cambiano anche gli stili di consumo, con la crescita dei modelli di consegna degli acquisti direttamente nelle case. Questo potrebbe indurre l’impressione di una riduzione della material footprint ma c’è il pericolo di un massiccio effetto di rimbalzo: tutti a casa teoricamente a consumare meno, perpetuando invece solo il modello di consumo più conveniente”.

La Terra sta finendo? A poco più di 20 giorni dal World Economic Forum che a Davos rinnoverà il suo incontro tra i rappresentanti dell’economia internazionale, il think thank olandese Circle Economy lavora agli ultimi dettagli del suo Rapporto sul Circularity Gap 2023 che rinnoverà l’analisi dello sfruttamento delle materie prime sul nostro pianeta.
Intanto Harald Friedl, attivista e ricercatore, ha diffuso nuovamente sulla sua Circletter i dati del Rapporto 2022, già in sé allarmanti come quelli delle precedenti analisi del think thank, idealmente confrontandoli con le parole di Matthew Fraser, responsabile della ricerca presso Circle Economy e coautore del prossimo rapporto, sul quale ha fornito alcune anticipazioni.
La Terra è circolare solo per l’8,6%, questo diceva l’ultimo Circularity Gap Report. Un dato che si traduce in mezzo trilione di materie prime consumate dalle economie di tutti i Paesi. E significa che, tra la COP25 del 2015 ove fu firmato l’Accordo di Parigi e la COP26 di Glasgow del 2021, è stato estratto il 70% in più di materie prime. In soli 50 anni, l’uso globale di materie prime è quasi quadruplicato, superando la crescita della popolazione. Nel 1972, alla pubblicazione del rapporto Limits to Growth del Club di Roma, il mondo ne consumava 28,6 miliardi di tonnellate.
Nel 2000 si era passati a 54,9 miliardi e nel 2019 a 100 miliardi di tonnellate.
Quella che Circle Economy chiama la take-make-waste economy, consuma 100 miliardi di tonnellate di materiali all’anno e ne spreca oltre il 90%.
E la quota misurata dal think thank è scesa in due anni dal 9,1% del 2018 all’8,6% del 2020. I dati del 2023 non saranno migliori, a leggere le risposte di Matthew Fraser a Friedl: “Quest’anno probabilmente la situazione non migliorerà, anche per il perdurare dell’emergenza sanitaria causata dal Covid”.
L’obiettivo del nuovo rapporto è leggere queste trasformazioni in atto: “C’è un enorme margine di miglioramento, per fare di più con meno. Il vecchio modello economico ha finora contribuito a consumare in maniera troppo ampia le materie prime. Il nuovo rapporto esaminerà, in modo pratico, le strategie più intelligenti messe in atto per aumentare il benessere delle persone su questo pianeta riducendo la pressione sull’ambiente”.

Fraser, nonostante le difficoltà di questi anni, rimane ottimista: “Sì, perché anche in occasione della COP 27 abbiamo visto manifestarsi e crescere gli impegni politici in molti Paesi, permettendo che le strategie di economia circolare entrassero concretamente nel dibattito sul clima. Tuttavia, abbiamo bisogno di masggiori obiettivi per la riduzione delle materie prime consumate, concentrandosi troppo, finora, gli obiettivi esistenti sulla transizione verso l’energia pulita”. Un ottimismo che è confortato da quanto sta accadendo nei processi produttivi del sistema industriale globale alla luce delle trasformazioni prodotte dall’emergenza sanitaria: “Nell’industria pesante, assistiamo ad una chiara tendenza al recupero e al riutilizzo dei materiali. Fattori che si evidenziano come positivi, ma che richiedono peraltro significativi investimenti. In più, cambiano anche gli stili di consumo, con la crescita dei modelli di consegna degli acquisti direttamente nelle case. Questo potrebbe indurre l’impressione di una riduzione della material footprint ma c’è il pericolo di un massiccio effetto di rimbalzo: tutti a casa teoricamente a consumare meno, perpetuando invece solo il modello di consumo più conveniente”.
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