“Chiara” – Il canto dell’anima

Chiara, il film di Susanna Nicchiarelli sulla santa di Assisi, è dedicato a un’altra Chiara, la Frugoni, scomparsa ad aprile, grande medievista e tra le massime esperte della sodale di Francesco, consulente storica per la pellicola in sala in questi giorni. Un’opera a metà tra la biografia (lungi dall’essere una stereotipata agiografia) e il genere cinematografico più difficile di tutti: il musical. C’è tanta musica (medievale) nel film della Nicchiarelli, cori polifonici: il canto come voce della comunità, appunto. Ma anche come richiamo. In tal senso, una delle sequenze più potenti e toccanti – in una pellicola poetica ed esteticamente “francescana” – è quando belle signore del borgo cantano in coro il nome di Chiara e tutte insieme vanno a San Damiano (che nel film è la meravigliosa chiesa di San Pietro a Tuscania), unendosi alle sorelle.
Chiara, nobile di Assisi, abbandona nottetempo la casa paterna per seguire il “suo” Francesco. Alla Porziuncola il santo le taglierà i capelli e lei farà il suo voto di povertà e di castità. Si apre così il film, che ripercorre in modo fedele le vicende della santa, ponendo l’accento soprattutto sulla sua forza interiore, sul suo carattere e sul fatto che nel 1211 una donna come Chiara non è destinata ad essere “solo” una santa, che fa miracoli senza rendersene conto, ma una autentica, formidabile rivoluzionaria. La purezza dello spirito e la forza di volontà, la fede incrollabile, il rigore e la coerenza nell’applicare la Regola, fino a che Chiara non detterà la sua, di Regola, alle consorelle clarisse, fanno di questo personaggio un archetipo femminile dove forza e grazia, dolcezza e caparbietà, carisma e umiltà totale convivono in una versione se vogliamo ancora più dura e pura di Francesco. Se il santo è stato più politico, anche nei rapporti con il Papa e con la Cristianità – nel film viene mostrato il suo viaggio in Terra Santa e l’incontro con il sultano – Chiara è mossa in tutto e per tutto dal suo senso comunitario, in cui le sorelle sono tutte uguali. Niente badesse né serve. Nella comunità – votata alla povertà e all’aiutare i bisognosi e curare gli infermi – Chiara lava i piedi all’ultima novizia arrivata. E quando però dovrà adeguarsi ai tempi, anni dopo la morte di Francesco, anche lei troverà l’intesa con il Papa e scriverà la Regola delle clarisse, pur non rinunciando al voto di povertà che le veniva negato in quanto donna. Perché senza proprietà non c’è protezione, era l’obiezione. Così come viene considerato troppo pericoloso per Chiara e le sue sodali andare in giro per il mondo come i frati francescani. Per le donne c’è solo la clausura, in sostanza. Dove peraltro vige un rigido classismo – nei conventi le povere senza dote fanno le serve delle suore di buona famiglia. Fino a che Chiara – che lascerà il segno anche a Praga, scrivendosi con Agnese di Boemia, fondatrice di un monastero di clarisse e futura santa – non cambierà tutto e per sempre sul fronte degli ordini monastici e della Chiesa.
Il film è molto toccante, intenso, poetico e spirituale. Al contempo è assolutamente credibile: per il rigore storico, per il lavoro notevole sul volgare parlato dai personaggi – che emozione, sentire l’antenato della nostra lingua, celebrato poi nel Cantico delle creature – per rendere alla perfezione la condizione femminile dell’epoca. Essere Chiara nel 1200, lo ripetiamo, è proprio un miracolo. Bravissima la protagonista, Margherita Mazzucco, attrice nata (L’amica geniale), così come Andrea Carpenzano (Il campione, Lovely Boy), un dolce e trasognato Francesco. Nel cast spiccano anche Carlotta Natoli nei panni della clarissa Cristiana, Paola Tiziana Cruciani, che fa la clarissa Balvina. Menzione a parte per Luigi Lo Cascio, nei sontuosi panni del cardinale Ugolino dei conti di Segni prima e di Papa Gregorio IX, poi. Incarna la Chiesa dell’epoca in modo magistrale, tra misoginia dogmatica e passione incontenibile per la buona cucina, con tanto di “colonna sonora” da ghiottone.
La regista – alla sua terza pellicola su figure femminili, dopo Nico, 1988 e Miss Marx, il primo sulla cantante dei Velvet Underground e il secondo sulla figlia del filosofo tedesco – offre una prova misurata, dove l’elemento da musical è ben dosato assieme al sapiente utilizzo degli esterni bucolici e delle magnifiche scenografie offerte dalla chiesa romanica. Coraggiosa infine, dopo tutte musiche del XIII secolo, la scelta di una canzone pop contemporanea per la scena finale, quella con il miracolo più emozionante.

Chiara, il film di Susanna Nicchiarelli sulla santa di Assisi, è dedicato a un’altra Chiara, la Frugoni, scomparsa ad aprile, grande medievista e tra le massime esperte della sodale di Francesco, consulente storica per la pellicola in sala in questi giorni. Un’opera a metà tra la biografia (lungi dall’essere una stereotipata agiografia) e il genere cinematografico più difficile di tutti: il musical. C’è tanta musica (medievale) nel film della Nicchiarelli, cori polifonici: il canto come voce della comunità, appunto. Ma anche come richiamo. In tal senso, una delle sequenze più potenti e toccanti – in una pellicola poetica ed esteticamente “francescana” – è quando belle signore del borgo cantano in coro il nome di Chiara e tutte insieme vanno a San Damiano (che nel film è la meravigliosa chiesa di San Pietro a Tuscania), unendosi alle sorelle.
Chiara, nobile di Assisi, abbandona nottetempo la casa paterna per seguire il “suo” Francesco. Alla Porziuncola il santo le taglierà i capelli e lei farà il suo voto di povertà e di castità. Si apre così il film, che ripercorre in modo fedele le vicende della santa, ponendo l’accento soprattutto sulla sua forza interiore, sul suo carattere e sul fatto che nel 1211 una donna come Chiara non è destinata ad essere “solo” una santa, che fa miracoli senza rendersene conto, ma una autentica, formidabile rivoluzionaria. La purezza dello spirito e la forza di volontà, la fede incrollabile, il rigore e la coerenza nell’applicare la Regola, fino a che Chiara non detterà la sua, di Regola, alle consorelle clarisse, fanno di questo personaggio un archetipo femminile dove forza e grazia, dolcezza e caparbietà, carisma e umiltà totale convivono in una versione se vogliamo ancora più dura e pura di Francesco. Se il santo è stato più politico, anche nei rapporti con il Papa e con la Cristianità – nel film viene mostrato il suo viaggio in Terra Santa e l’incontro con il sultano – Chiara è mossa in tutto e per tutto dal suo senso comunitario, in cui le sorelle sono tutte uguali. Niente badesse né serve. Nella comunità – votata alla povertà e all’aiutare i bisognosi e curare gli infermi – Chiara lava i piedi all’ultima novizia arrivata. E quando però dovrà adeguarsi ai tempi, anni dopo la morte di Francesco, anche lei troverà l’intesa con il Papa e scriverà la Regola delle clarisse, pur non rinunciando al voto di povertà che le veniva negato in quanto donna. Perché senza proprietà non c’è protezione, era l’obiezione. Così come viene considerato troppo pericoloso per Chiara e le sue sodali andare in giro per il mondo come i frati francescani. Per le donne c’è solo la clausura, in sostanza. Dove peraltro vige un rigido classismo – nei conventi le povere senza dote fanno le serve delle suore di buona famiglia. Fino a che Chiara – che lascerà il segno anche a Praga, scrivendosi con Agnese di Boemia, fondatrice di un monastero di clarisse e futura santa – non cambierà tutto e per sempre sul fronte degli ordini monastici e della Chiesa.
Il film è molto toccante, intenso, poetico e spirituale. Al contempo è assolutamente credibile: per il rigore storico, per il lavoro notevole sul volgare parlato dai personaggi – che emozione, sentire l’antenato della nostra lingua, celebrato poi nel Cantico delle creature – per rendere alla perfezione la condizione femminile dell’epoca. Essere Chiara nel 1200, lo ripetiamo, è proprio un miracolo. Bravissima la protagonista, Margherita Mazzucco, attrice nata (L’amica geniale), così come Andrea Carpenzano (Il campione, Lovely Boy), un dolce e trasognato Francesco. Nel cast spiccano anche Carlotta Natoli nei panni della clarissa Cristiana, Paola Tiziana Cruciani, che fa la clarissa Balvina. Menzione a parte per Luigi Lo Cascio, nei sontuosi panni del cardinale Ugolino dei conti di Segni prima e di Papa Gregorio IX, poi. Incarna la Chiesa dell’epoca in modo magistrale, tra misoginia dogmatica e passione incontenibile per la buona cucina, con tanto di “colonna sonora” da ghiottone.
La regista – alla sua terza pellicola su figure femminili, dopo Nico, 1988 e Miss Marx, il primo sulla cantante dei Velvet Underground e il secondo sulla figlia del filosofo tedesco – offre una prova misurata, dove l’elemento da musical è ben dosato assieme al sapiente utilizzo degli esterni bucolici e delle magnifiche scenografie offerte dalla chiesa romanica. Coraggiosa infine, dopo tutte musiche del XIII secolo, la scelta di una canzone pop contemporanea per la scena finale, quella con il miracolo più emozionante.

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