Ci vorrebbe un nuovo Rinascimento

Gli studi classici, l’amore per la cultura e la sensibilità possono aiutare 

le aziende, ma anche la società a trovare gli stimoli per uscire dalla palude del non pensiero e mettere al centro di qualsiasi progetto la persona, 

il grande capitale d’una Comunità. La lezione di Giovanni Gentile

 

Si chiama Lea Niccolai, ha 28 anni, è romana, ha studiato al liceo classico Anco Marzio di Ostia e alla scuola Normale Superiore di Pisa ha conseguito le lauree in Lettere classiche e Orientalistica. Ma questo non le ha permesso di trovare un impiego in Italia ed allora, nel 2018, è emigrata in Inghilterra. Qui ha appena ricevuto il premio Hare Prince, un prestigioso riconoscimento per la migliore tesi in dottorato di ricerca dall’università di Cambridge, dove Lea è ricercatrice in Classic Oriental Studies. La sua tesi presto sarà pubblicata e diventerà un saggio. Una soddisfazione che in Italia Lea non sarebbe mai riuscita a ottenere. Perché?  Perché certi percorsi universitari non trovano considerazione da parte delle nostre aziende, che riconoscono scarsa importanza agli studi classici, considerati poco attillabili alle logiche del mercato e a quelle inerenti la cultura aziendale interna. Un errore madornale che trova riscontro solo nella impreparazione culturale di chi giuda i gruppi imprenditoriali, miopi di fronte alle potenzialità che un tal tipo di corsi di studi è capace di sviluppare efficacemente in ambito societario.

La cultura umanistica è quella che ha sempre contraddistinto il nostro Paese, che lo ha fatto apprezzare e stimare in tutto il mondo. Siamo sempre stati la Patria delle lettere e del diritto, dell’arte, della poesia, della musica, del pensiero. La nostra storia è ricca di uomini d’ingegno che hanno influenzato l’umanità nei secoli, che hanno ispirato concezioni di vita, percorsi nuovi nel mondo della tecnica, della ricerca, della scienza, nell’organizzazione sociale. Un capitale di idee e di espressioni intellettuali enorme, unico, infungibile. Qualcosa che arricchisce, stimola, che dispone all’emulazione, al miglioramento continuo.

Qualcosa però, che noi abbiamo perduto nel tempo, abbandonando la capacità e il desiderio di comprendere e riprendere i percorsi di pensiero e di idee che arrivano dalla nostra storia, per gettarci nelle braccia di altre culture, altri pensieri, altre logiche, quelle meramente mercantili e finanziarie, quelle materialistiche ed edonistiche, dalle quali l’uomo, l’essere pensante, esce menomato e sconfitto. Perché privato di quella capacità di rinnovamento intellettuale e spirituale che solo eleva la persona verso orizzonti di coesione comunitaria, di progresso sociale e di bellezza.  Le aziende, così come la società tutta, hanno invece bisogno di persone che abbiano sensibilità e cultura dell’uomo. Che sappiano partire dalla sua conoscenza per avviare, realizzare e mantenere itinerari di crescita individuale e comune. 

Chi guida un’azienda o i gruppi di questa non può essere forte della sola tecnicità, che pure è importante, ma deve saper seguire, comprendere, stimolare e far crescere umanamente e lavorativamente i propri collaboratori, avendo presente che il primo atto per riuscirci è il rispetto della persona, della sua storia, delle sue peculiarità, che deve essere al centro di tutto. 

Adriano Olivetti agì così nella sua azienda, che da piccola realtà familiare si trasformò in un’impresa di grandezza internazionale. Una Comunità dove i lavoratori erano il grande capitale, dove tutto ruotava intorno alle loro potenzialità, attese, ricercate, sollecitate, coadiuvate, arricchite. Una Comunità dove ogni persona si sentiva al centro d’un progetto, un’espressione intelligente d’un ingranaggio fantastico, nel quale l’autenticità nella comunicazione, il pensiero e la sua osmosi, la creatività, la capacità di essere gruppo coeso e mutuale, l’amore per la propria azienda erano le ragioni di un coinvolgente successo. La flessibilità intellettuale, la capacità di critica che si conquistano attraverso lo studio delle lettere antiche, predispongono a un’ampiezza culturale e a una capacità di apprendere dal passato che nessuna altra scuola può fornire. E chi più di questi soggetti può essere in grado di offrire a un’azienda o alla società civile, gli strumenti idonei per ideare e realizzare un progetto di Comunità vincente?

Giovanni Gentile, uno dei più importanti filosofi della modernità, uomo di grande sensibilità, diceva che la forza di un popolo sta nella sua cultura, nella capacità di nutrirsene continuamente, di farla crescere, di alimentarla e intarsiarla di creatività e di bellezza. Per questo stimolava a ricordare e a ripartire dal Rinascimento, perché solo da lì si poteva idealizzare e realizzare un nuovo, costante, luminoso Rinascimento. Una lezione che noi, purtroppo, fino a ora, abbiamo mancato di ascoltare e realizzare. 

 

Romolo Paradiso

Gli studi classici, l’amore per la cultura e la sensibilità possono aiutare 

le aziende, ma anche la società a trovare gli stimoli per uscire dalla palude del non pensiero e mettere al centro di qualsiasi progetto la persona, 

il grande capitale d’una Comunità. La lezione di Giovanni Gentile

 

Si chiama Lea Niccolai, ha 28 anni, è romana, ha studiato al liceo classico Anco Marzio di Ostia e alla scuola Normale Superiore di Pisa ha conseguito le lauree in Lettere classiche e Orientalistica. Ma questo non le ha permesso di trovare un impiego in Italia ed allora, nel 2018, è emigrata in Inghilterra. Qui ha appena ricevuto il premio Hare Prince, un prestigioso riconoscimento per la migliore tesi in dottorato di ricerca dall’università di Cambridge, dove Lea è ricercatrice in Classic Oriental Studies. La sua tesi presto sarà pubblicata e diventerà un saggio. Una soddisfazione che in Italia Lea non sarebbe mai riuscita a ottenere. Perché?  Perché certi percorsi universitari non trovano considerazione da parte delle nostre aziende, che riconoscono scarsa importanza agli studi classici, considerati poco attillabili alle logiche del mercato e a quelle inerenti la cultura aziendale interna. Un errore madornale che trova riscontro solo nella impreparazione culturale di chi giuda i gruppi imprenditoriali, miopi di fronte alle potenzialità che un tal tipo di corsi di studi è capace di sviluppare efficacemente in ambito societario.

La cultura umanistica è quella che ha sempre contraddistinto il nostro Paese, che lo ha fatto apprezzare e stimare in tutto il mondo. Siamo sempre stati la Patria delle lettere e del diritto, dell’arte, della poesia, della musica, del pensiero. La nostra storia è ricca di uomini d’ingegno che hanno influenzato l’umanità nei secoli, che hanno ispirato concezioni di vita, percorsi nuovi nel mondo della tecnica, della ricerca, della scienza, nell’organizzazione sociale. Un capitale di idee e di espressioni intellettuali enorme, unico, infungibile. Qualcosa che arricchisce, stimola, che dispone all’emulazione, al miglioramento continuo.

Qualcosa però, che noi abbiamo perduto nel tempo, abbandonando la capacità e il desiderio di comprendere e riprendere i percorsi di pensiero e di idee che arrivano dalla nostra storia, per gettarci nelle braccia di altre culture, altri pensieri, altre logiche, quelle meramente mercantili e finanziarie, quelle materialistiche ed edonistiche, dalle quali l’uomo, l’essere pensante, esce menomato e sconfitto. Perché privato di quella capacità di rinnovamento intellettuale e spirituale che solo eleva la persona verso orizzonti di coesione comunitaria, di progresso sociale e di bellezza.  Le aziende, così come la società tutta, hanno invece bisogno di persone che abbiano sensibilità e cultura dell’uomo. Che sappiano partire dalla sua conoscenza per avviare, realizzare e mantenere itinerari di crescita individuale e comune. 

Chi guida un’azienda o i gruppi di questa non può essere forte della sola tecnicità, che pure è importante, ma deve saper seguire, comprendere, stimolare e far crescere umanamente e lavorativamente i propri collaboratori, avendo presente che il primo atto per riuscirci è il rispetto della persona, della sua storia, delle sue peculiarità, che deve essere al centro di tutto. 

Adriano Olivetti agì così nella sua azienda, che da piccola realtà familiare si trasformò in un’impresa di grandezza internazionale. Una Comunità dove i lavoratori erano il grande capitale, dove tutto ruotava intorno alle loro potenzialità, attese, ricercate, sollecitate, coadiuvate, arricchite. Una Comunità dove ogni persona si sentiva al centro d’un progetto, un’espressione intelligente d’un ingranaggio fantastico, nel quale l’autenticità nella comunicazione, il pensiero e la sua osmosi, la creatività, la capacità di essere gruppo coeso e mutuale, l’amore per la propria azienda erano le ragioni di un coinvolgente successo. La flessibilità intellettuale, la capacità di critica che si conquistano attraverso lo studio delle lettere antiche, predispongono a un’ampiezza culturale e a una capacità di apprendere dal passato che nessuna altra scuola può fornire. E chi più di questi soggetti può essere in grado di offrire a un’azienda o alla società civile, gli strumenti idonei per ideare e realizzare un progetto di Comunità vincente?

Giovanni Gentile, uno dei più importanti filosofi della modernità, uomo di grande sensibilità, diceva che la forza di un popolo sta nella sua cultura, nella capacità di nutrirsene continuamente, di farla crescere, di alimentarla e intarsiarla di creatività e di bellezza. Per questo stimolava a ricordare e a ripartire dal Rinascimento, perché solo da lì si poteva idealizzare e realizzare un nuovo, costante, luminoso Rinascimento. Una lezione che noi, purtroppo, fino a ora, abbiamo mancato di ascoltare e realizzare. 

 

Romolo Paradiso

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