Cina: diritti umani (ancora) violati

La annosa questione che contrappone Usa a Cina sul tema dei diritti umani e che riguarda anche la minoranza musulmana cinese dello Xinjiang, accusata da Pechino di destabilizzare il Paese ed essere infiltrata da jihadisti, si arricchisce di un nuovo capitolo, relativo ad una nuova inchiesta giornalistica. “Fucilare a vista chi tenta la fuga”: è il terribile ordine che le autorità cinesi hanno dato ai militari incaricati della sorveglianza dei campi “di rieducazione” uiguri dello Xinjiang. Si tratta, come denunciato da varie organizzazioni impegnate sul fronte della tutela dei diritti umani, di strutture nelle quali il regime di Pechino pare tenga arbitrariamente rinchiuse decine di migliaia di persone. La notizia, diffusa nelle scorse ore, è frutto di un’inchiesta internazionale sviluppata grazie all’intervento combinato di alcuni hacker e media stranieri (14 le testate coinvolte, tra cui l’italiana L’Espresso) che hanno recuperato un file con i visi di migliaia di prigionieri, tra cui anche bambini. Stando a quanto riferito, gli scatti sarebbero veri: la prova arriva dall’incontro dei cronisti con alcune famiglie di uiguri fuggite all’estero, che hanno riconosciuto alcuni loro parenti. Stando a quanto rivelato dalla rivista italiana coinvolta nell’indagine, “le fotografie ritraggono più di cinquemila individui sottoposti a schedatura, di cui 2884 registrati come detenuti nei cosiddetti centri di rieducazione. Le carte” inoltre “contengono i dati di 20 mila persone tenute sotto stretta sorveglianza”. Ad ognuna “è associato un codice identificativo. Per gli internati nei centri di rieducazione viene precisata la durata della detenzione e il tipo di accusa”. La Bbc ha poi aggiunto che dai fascicoli ufficiali sono emersi “l’uso di routine di ufficiali armati in tutte le aree dei campi, il posizionamento di mitragliatrici e fucili di precisione nelle torri di guardia e l’esistenza di una politica di sparatorie per chi cerca di scappare”. Tutto questo, evidentemente, contrasta con la versione ufficiale di Pechino, secondo cui i campi sono “luoghi di formazione professionale in cui le persone entrano volontariamente”. Da ricordare che proprio ieri Michelle Bachelet, Alto commissario Onu per i diritti umani, è arrivato in Cina ed ha in programma tra l’altro anche una visita proprio nello Xinjiang per svolgere una “valutazione indipendente” della situazione. Ma non è detto che la sua richiesta di accesso “senza restrizioni” alla regione venga accolta da Pechino, che ha già fatto sapere che permetterà soltanto una “vista amichevole” ai fini del dialogo.

La annosa questione che contrappone Usa a Cina sul tema dei diritti umani e che riguarda anche la minoranza musulmana cinese dello Xinjiang, accusata da Pechino di destabilizzare il Paese ed essere infiltrata da jihadisti, si arricchisce di un nuovo capitolo, relativo ad una nuova inchiesta giornalistica. “Fucilare a vista chi tenta la fuga”: è il terribile ordine che le autorità cinesi hanno dato ai militari incaricati della sorveglianza dei campi “di rieducazione” uiguri dello Xinjiang. Si tratta, come denunciato da varie organizzazioni impegnate sul fronte della tutela dei diritti umani, di strutture nelle quali il regime di Pechino pare tenga arbitrariamente rinchiuse decine di migliaia di persone. La notizia, diffusa nelle scorse ore, è frutto di un’inchiesta internazionale sviluppata grazie all’intervento combinato di alcuni hacker e media stranieri (14 le testate coinvolte, tra cui l’italiana L’Espresso) che hanno recuperato un file con i visi di migliaia di prigionieri, tra cui anche bambini. Stando a quanto riferito, gli scatti sarebbero veri: la prova arriva dall’incontro dei cronisti con alcune famiglie di uiguri fuggite all’estero, che hanno riconosciuto alcuni loro parenti. Stando a quanto rivelato dalla rivista italiana coinvolta nell’indagine, “le fotografie ritraggono più di cinquemila individui sottoposti a schedatura, di cui 2884 registrati come detenuti nei cosiddetti centri di rieducazione. Le carte” inoltre “contengono i dati di 20 mila persone tenute sotto stretta sorveglianza”. Ad ognuna “è associato un codice identificativo. Per gli internati nei centri di rieducazione viene precisata la durata della detenzione e il tipo di accusa”. La Bbc ha poi aggiunto che dai fascicoli ufficiali sono emersi “l’uso di routine di ufficiali armati in tutte le aree dei campi, il posizionamento di mitragliatrici e fucili di precisione nelle torri di guardia e l’esistenza di una politica di sparatorie per chi cerca di scappare”. Tutto questo, evidentemente, contrasta con la versione ufficiale di Pechino, secondo cui i campi sono “luoghi di formazione professionale in cui le persone entrano volontariamente”. Da ricordare che proprio ieri Michelle Bachelet, Alto commissario Onu per i diritti umani, è arrivato in Cina ed ha in programma tra l’altro anche una visita proprio nello Xinjiang per svolgere una “valutazione indipendente” della situazione. Ma non è detto che la sua richiesta di accesso “senza restrizioni” alla regione venga accolta da Pechino, che ha già fatto sapere che permetterà soltanto una “vista amichevole” ai fini del dialogo.

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