Cinquant’anni dal terremoto del Friuli
6 maggio 1976: 59 secondi di buio e crolli. Poi la rinascita che cambiò il Paese
Quella sera faceva un caldo anomalo per maggio. Poi, alle 21 precise, tutto smise di esistere com’era stato fino a un secondo prima. La terra del Friuli si spezzò in cinquantanove secondi -un minuto scarso che cancellò borghi, chiese, campanili e centinaia di esistenze. Era il 6 maggio 1976. Il sisma, di magnitudo 6,5 sulla scala Richter, raggiunse tra il nono e il decimo grado della scala Mercalli: una violenza rara, tra le più alte mai registrate nell’Italia settentrionale. I friulani lo chiamarono Orcolat, l’orco sotterraneo del loro folklore. E come un orco, non lasciò scampo.
L’area investita fu vastissima: oltre centoventi comuni tra le province di Udine e Pordenone, una popolazione di circa cinquecentomila persone. Ma fu la fascia collinare a nord di Udine, lungo la media valle del Tagliamento, a pagare il prezzo più alto. Gemona del Friuli fu rasa al suolo: quattrocento morti in un’unica cittadina. Venzone, Osoppo, Forgaria, Artegna, Majano, Buia – interi centri abitati ridotti ad un cumolo di macerie. Le vittime complessive furono circa novecento novanta, con oltre tremila feriti e quasi duecentomila persone che persero casa. Diciassettemila abitazioni distrutte. Un paese dentro il Paese annientato in meno di un minuto.
L’elevata sismicità del Friuli era ben nota agli studiosi, eppure la maggior parte dei comuni più colpiti non erano classificati come sismici e le loro abitazioni – spesso di pietra antica, alcune risalenti a secoli scorso – erano state costruite senza alcuna norma antisismica. Quando la scossa arrivò, crollarono senza alcuna resistenza.
Nelle prime ore la notte fu solo silenzio e polvere. Chi sopravvisse racconta di un buio totale, di voci che chiamavano nell’oscurità, dell’odore acre del cemento polverizzato misto con le lacrime. Poi cominciò la corsa contro il tempo. Centinaia di giovani friulani si mossero verso i luoghi del disastro senza aspettare ordini: scavarono a mani nude, coordinati dai sindaci, dai vigili del fuoco, dagli alpini della Brigata Julia. Arrivarono da tutta Italia millecinquecento pompieri con cinquecentocinquantotto mezzi. Uno degli elicotteri impiegati nelle operazioni precipitò nei pressi del lago Redona: morirono cinque persone, quattro vigili del fuoco e un civile. E così il soccorso ebbe altri martiri.
Il dramma non si chiuse con il mese di maggio. L’11 settembre 1976, mentre le famiglie erano ancora ospitate negli alberghi di Grado, Lignano e Jesolo, due nuove scosse colpirono la regione. Il 15 settembre arrivarono le più violente repliche: due eventi di magnitudo 5,9 e 6,0 che aggravarono ulteriormente una situazione già duramente messa alla prova. Chi aveva sperato di tornare presto a casa dovette aspettare ancora e non perdere la speranza.
Ma fu proprio in quelle settimane disperate che nacque qualcosa di straordinario e commovente. Il governo nominò Giuseppe Zamberletti commissario straordinario: con lui, per la prima volta in Italia, i sindaci dei comuni colpiti divennero protagonisti diretti della gestione dell’emergenza, con poteri reali sui soccorsi e sulla ricostruzione. Nacque in quel frangente il germe di quello che sarebbe successivamente diventato il sistema nazionale di Protezione Civile. Il “Modello Friuli” -fondato su competenza, trasparenza, autonomia locale e rigore – restò per decenni il riferimento internazionale per la gestione dei disastri naturali.
La ricostruzione avvenne seguendo il principio di riportare ogni cosa dov’era e com’era, ma con materiali e tecniche antisismici. Il motto che guidò quegli anni fu sobrio, ma efficace: prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese. Bisognava garantire il lavoro, poi la dignità abitativa, poi la memoria. La solidarietà arrivò da ogni parte: dall’Italia intera, dalla Comunità Economica Europea, dalle comunità friulane emigrate in Argentina, Australia, Stati Uniti. Si stima che l’intera ricostruzione sia costata oltre tredici miliardi di euro in valuta attuale; una cifra considerevole, ma il Friuli c’è ancora. E i suoi paesi oggi sono tra i più sicuri dal punto di vista sismico di tutto il Paese.
A cinquant’anni di distanza, ogni 6 maggio alle 21, le campane dei comuni friulani suonano insieme. Non è solo un rito. È il modo in cui una comunità si stringe nel ricordo e sceglie di non dimenticare che dalla frattura più profonda può nascere una rinascita. L’Orcolat non ha vinto.
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