Colpa del “complesso di Medea”. Qualcuno prova a giustificare Martina Patti?

Molti commenti sul terribile delitto di Catania sembrano in qualche modo voler minimizzare le responsabilità della madre della piccola Elena

E se l’autore del terribile omicidio della piccola Elena fosse stato il padre? Ovviamente per la povera bambina non sarebbe cambiato nulla, ma per la narrazione mediatica probabilmente sì. Dopo anni di attacchi al maschio, di femminicidio rappresentato come emergenza nazionale, immaginare articoli come quelli che in queste ore stanno uscendo per motivare l’efferato omicidio di Catania sarebbe stato impensabile. Sarebbero suonati come una sorta di giustificazione. Da questo punto di vista è paradigmatica l’intervista allo psichiatra Claudio Mencacci pubblicata dal Corriere della Sera. “È possibile che la donna (Martina Patti, ndr) abbia agito sulla base di quello che viene definito “complesso di Medea”, un impulso omicida che ha come obiettivo finale la sofferenza dell’ex compagno” spiega lo psichiatra nell’intervista, quasi a voler “patologizzare” un comportamento così crudele e criminale.

“Sarebbe stato necessario un intervento sociale per rompere l’isolamento della donna”

aggiunge Mencacci, sostenendo che probabilmente non si è trattato di un “raptus” perché “drammi come questi nascono da contesti complessi che si costruiscono nel tempo e di cui non vengono intercettati i segnali”. Lo psichiatra utilizza la formula della “intenzionalità non premeditata”, spiegando che Martina Patti avrebbe dovuto “curare il proprio discontrollo della rabbia”. Ma soprattutto Mencacci ribadisce la questione dell’intervento sociale, spiegando le difficoltà della donna con il contesto fatto di “difficoltà economiche, povertà anche culturale, ambiente familiare instabile e, senza dubbio, la giovane età”. Le parole parlano da sole: se fosse stato un uomo ad uccidere una bambina con queste modalità, le difficoltà, il contesto, la questione sociale, avrebbero avuto la stessa importanza?

Davide Romano

Molti commenti sul terribile delitto di Catania sembrano in qualche modo voler minimizzare le responsabilità della madre della piccola Elena

E se l’autore del terribile omicidio della piccola Elena fosse stato il padre? Ovviamente per la povera bambina non sarebbe cambiato nulla, ma per la narrazione mediatica probabilmente sì. Dopo anni di attacchi al maschio, di femminicidio rappresentato come emergenza nazionale, immaginare articoli come quelli che in queste ore stanno uscendo per motivare l’efferato omicidio di Catania sarebbe stato impensabile. Sarebbero suonati come una sorta di giustificazione. Da questo punto di vista è paradigmatica l’intervista allo psichiatra Claudio Mencacci pubblicata dal Corriere della Sera. “È possibile che la donna (Martina Patti, ndr) abbia agito sulla base di quello che viene definito “complesso di Medea”, un impulso omicida che ha come obiettivo finale la sofferenza dell’ex compagno” spiega lo psichiatra nell’intervista, quasi a voler “patologizzare” un comportamento così crudele e criminale.

“Sarebbe stato necessario un intervento sociale per rompere l’isolamento della donna”

aggiunge Mencacci, sostenendo che probabilmente non si è trattato di un “raptus” perché “drammi come questi nascono da contesti complessi che si costruiscono nel tempo e di cui non vengono intercettati i segnali”. Lo psichiatra utilizza la formula della “intenzionalità non premeditata”, spiegando che Martina Patti avrebbe dovuto “curare il proprio discontrollo della rabbia”. Ma soprattutto Mencacci ribadisce la questione dell’intervento sociale, spiegando le difficoltà della donna con il contesto fatto di “difficoltà economiche, povertà anche culturale, ambiente familiare instabile e, senza dubbio, la giovane età”. Le parole parlano da sole: se fosse stato un uomo ad uccidere una bambina con queste modalità, le difficoltà, il contesto, la questione sociale, avrebbero avuto la stessa importanza?

Davide Romano

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